Ricordati di lei

– Posso offrirti una cioccolata? –

Il ragazzo drizzò la testa, sobbalzando in piedi. Non si era accorto di essere stato circondato da un capannello di osservatori dagli sguardi preoccupati. Una mano raggrinzita era tesa davanti a lui, sbrilluccicante dei raggi del primo sole della stagione che colpivano i cabochon di opali infilati nelle lunghe dita.

Era crollato senza rendersene conto. La testa era esplosa all’improvviso, il cuore non ce l’aveva fatta più. La stretta della morsa aveva fatto uno scatto di troppo, facendolo esplodere come un palloncino di quelli che i bambini avevano tra le mani nelle fiere in città.

Quando era partito dal panificio si era ripromesso di non piangere, almeno fino a casa. Gli occhi contavano le chiazze di farina sui pantaloni, le mani giocherellavano nella sportina con la stagnola bollente, incartata attorno ai fagottini al cioccolato appena sfornati. Pensava ai sorrisi degli amici che lo aspettavano a casa, a quanto sarebbero stati felici di ricevere quei dolci. Gli era tornato in mente Amos, con i suoi panini al miele, e la testa aveva vagato e vagato mentre gli occhi perdevano di vista i granelli di farina.

A casa mi staranno aspettando tutti, pensò, tirando su col naso.

Tutti, meno uno. E il vagare della testa si scontrò con un muro freddo, rimbalzando sulle pietre ruvide, taglienti e sporche di sangue. Il muro divenne la parete di una stanza e tutto si allargò e si restrinse, ballando come negli specchi dei luna park fino alla nausea, finché tra le pareti emerse un corpo bianco e freddo.

I piedi si inchiodarono a terra, rifiutandosi di proseguire, come se ogni passo avesse significato l’avvicinarsi di più a quel brutto sogno. Ma non era un sogno.

Era un ricordo.

Quel pensiero era stato come uno spillo, e il suo cuore era il palloncino. Non si era accorto di essersi raggomitolato a terra, con la testa fra le mani, soffocando i singhiozzi nella sciarpa che ancora odorava di pasta di mandorle.

La mano della signora era molto elegante. Le unghie erano diligentemente smaltate di grigio opaco, ma non un grigio brutto. Era bello, quasi caldo; rifletteva luci soffuse, e di luci in quella casa ce n’erano tante.

Lo aveva fatto entrare per primo; aveva aperto la porta con una vecchia chiave ramata dal tempo; lo aveva fatto passare, si erano tolti le scarpe. Dentro c’era un buonissimo odore di dolce, di caldo, ma non come al forno. Era un odore nostalgico, di quella nostalgia bella che ti fa sorridere. L’odore di una torta che preparava la mamma, dei primi giorni d’estate quando si correva per la campagna fino a casa della nonna.

– Le brutte giornate succedono. Sono come la pioggia, il vento … quando arrivano dobbiamo aspettare che vadano via –

Lui restò impalato sulla porta della cucina. Non sapeva dove posare gli occhi: ogni angolo era coperto di suppellettili, di soprammobili insoliti; quadri di personaggi dall’aria cavalleresca tappezzavano le pareti, osservandolo silenziosi. Una donna lo guardava solenne, ostentando al collo una collana di grasse, rotonde perle; accanto a lei un uomo dall’aria importante sfoggiava un lungo, importante mento.

– Io la prendo senza panna –

Il giovane si riscosse. Gli occhi vitrei e liquidi della signora lo sfioravano con nonchalance. Un nipote lontano, un amico di chissà quale parente, un ragazzo cresciuto nel quartiere … si sentì tutte queste cose, meno che un estraneo qualsiasi.

Si accorse che lei aspettava una risposta, anche se la domanda non l’aveva fatta. Si affrettò ad annuire, come a darle ragione. No, nemmeno lui voleva la panna.

– Ѐ affascinante, vero? – Ridacchiò lei. – Certo che non ci piace proprio renderci la vita facile. Desideriamo sempre quello che non possiamo avere –

Il ragazzo sfiorò il quadro dell’uomo dal lungo mento con gli occhi, avanzando verso la seggiola che lei gli aveva preparato.

– Era un grande uomo. Con tutti i difetti che gli uomini hanno, ovviamente. Ma non ce ne furono più come lui –

Sollevò il bricco di ceramica giallo canarino con leggerezza; ogni suo movimento non produceva un filo d’aria; la casa, gli oggetti, tutto si muoveva insieme a lei. La cioccolata colò densa e calda dentro due grosse tazze color pastello, riempiendole fino all’orlo.

– Lui non mi conosceva neppure. Come poteva? Certo, i miei capelli sono come la fuliggine, ma non sono poi così vecchia –

– Ho sentito dire – Sussurrò lui, spinto da chissà quale voglia di tirare fuori di sé qualche parola – che i capelli si imbiancano quando soffri troppo –

Lei rise. La pelle si tirò attorno alle labbra, disegnando pieghe sottili come quelle delle tende di seta. Guardò il giovane dagli occhi arrossati stringere tra le mani la tazza di cioccolata; era un’immagine così familiare. Vi si riconobbe come in una fotografia vecchia di decenni.

– E chi te lo ha detto?-

Lui strinse le spalle. Tirò su col naso, affondandolo nella manica macchiata di farina. Chi glielo aveva detto? Non se lo ricordava più. Era solo un’eco lontana di chissà quale giorno d’infanzia.

Una risata limpida risuonò tra le pareti, rimbalzando sul lampadario di vecchi cristalli opachi. La padrona di casa poggiò la tazza, ripulendo un angolo delle labbra dal cioccolato.

– Mio caro ragazzo, i capelli diventano bianchi perché cambiano. Tutto cambia, quando incontra il tempo –

– No – Le sue mani tremarono appena. – Non tutto. Non cambia tutto –

– E come può essere? –

Il ragazzo abbassò gli occhi, sfiorando la frutta stampata sulle tovagliette.

– Qualcosa che è morto non può più cambiare –

Un altro sorso di cioccolata sparì tra le labbra della signora.

– Anche la morte è cambiamento, giovanotto. È una trasformazione; e ciò che si trasforma, inevitabilmente è cambiato –

Ci fu silenzio nella cucina. La tazza del ragazzo era vuota di appena un sorso, una mano la stringeva con forza mentre l’altra andava a intermittenza ad asciugare le grosse lacrime che minacciavano di traboccare dagli occhi.

– Però … se muori – La voce si ruppe, impastata dal pianto e dai singhiozzi che cominciavano ad intrufolarsi tra le sillabe – se muori non puoi più fare niente. Resti morto, sei … non torni più vivo, non puoi più parlare, non … puoi vivere più –

– Ricordati di lei –

Alzò gli occhi gonfi. Forse per la prima volta guardò davvero quella signora, leggendo tra le rughe del suo viso una storia lunga come cento vite.

– Da quando se n’è andata anche l’ultima persona, in questa casa sono rimasti solo loro – Gli occhi vispi sfiorarono i quadri, ricambiando i loro sguardi. – Non respirano, e non hanno certo voce. Ma parlano, oh, se parlano! Non si riesce a farli stare zitti –

Lui non seppe cosa dire. La signora sorrise davanti alla sua confusione; prese il bricco tra le mani, versandosi un’altra mezza tazza di cioccolata.

– Se vogliamo davvero bene a qualcuno, questo bene passa a lui come lo zucchero a velo nel colino. Lo riceve filtrato da ogni nostro dubbio, lo trova in noi senza che ci preoccupiamo di dirglielo ogni mattina che sì, gli vogliamo bene. Quando ci lascia, noi crediamo di non aver mai fatto abbastanza; ma lui sa. Per questo non dobbiamo crucciarci per chi non c’è più. E poi, non gli farebbe certo piacere vedere che ci diamo pensiero a causa loro –

Prese la tazza; ne bevve un sorso poderoso, sospirando confortata dall’aroma intenso di cacao.

– Prima o poi ce ne andremo tutti da questo mondo. Non possiamo farci niente. Ah, il corpo! Tanto efficiente quanto caduco! –

I cristalli del lampadario tintinnarono mossi da una brezza che, chissà poi da dove, si insinuò tra le pareti. Si sollevò l’angolo della tovaglietta, ma il ragazzo non si accorse della carezza del vento. La cioccolata, ormai tiepida, vibrò in piccoli cerchi, e forse qualcuno starnutì, solleticato da un improvviso sbuffo di polvere.

– Qualcosa però rimane di noi –

– …L’anima? – Si sentì di azzardare lui, sussurrando l’incerta risposta.

– Non lo so se l’abbiamo davvero, un’anima. È un discorso difficile, e ne trarremo solo dibattiti lunghi e tediosi. Ma il ricordo!-

Gli occhi chiari di lei lo colpirono, trafiggendolo come un’epifania. D’istinto strinse le mani attorno alla tazza, sgranando le palpebre, e la mano invisibile di un sospiro di vento gli strappò con dolcezza dagli occhi l’ombra del pianto.

– Il ricordo vivrà fintanto che ci saranno gli uomini. È l’arma più potente che abbiamo! Spezziamo la logica del tempo, diventiamo libellule che volano contro la tormenta, e facciamo tornare in vita i morti –

Sembrava euforica nella sua bellezza di un’altra epoca, sorridendo ai quadri e alla polvere, alle cianfrusaglie accumulate sulla scarpiera, ai mestoli di legno ammuffiti.

E tutto, sfiorato dai suoi occhi, viveva.

Le dita lunghe e nodose della signora gli pizzicarono la guancia.

– Se lo vorrai, lei vivrà con te per tutta la vita. Non la dimenticare! – Sussurrò, con un’ultima carezza. Poi si sedette comoda, strisciando la sedia più vicino al tavolino, tornando a concentrarsi sulla cioccolata.

Un secondo starnuto riempì quel silenzio misterioso. La signora soffiò sulla tazza bollente.

– Salute –

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Discussioni

  1. L’elaborazione del lutto è sempre difficile, la parola di un estraneo può davvero aprire una nuova prospettiva e dare una carezza al nostro cuore. Ho apprezzato la dolcezza di questo racconto, i ritratti appesi al muro a memoria dei ricordi hanno il sapore della vera immortalità

  2. Il primo, vero commento difficile in cui mi cimento da quando mi trovo qui su EdOpen. Mi accingo a strutturarlo dopo tre letture del piccolo testo. Chiedo all’autrice di seguire con attenzione affinchè non vi sia ombra di fraintendimento, premettendo che questa è una valutazione mia personale, proposta con assoluta modestia e rispetto.
    Innanzitutto un ringraziamento per avermi arricchito il vocabolario con i termini ‘cabochon’ e ‘sportina’.
    Il titolo è veramente splendido. Se fosse stato riportato nel testo, invece che variato con un ‘Non dimenticarla’, avrebbe sicuramente marchiato a fuoco tutto lo scritto.
    Un suggerimento, da chi lo ha ricevuto decine di volte: troppi aggettivi, si rischia di andare su una scrittura barocca, passami il termine. Peraltro rompono l’immersività.
    E ora veniamo a noi. Brava, ma davvero brava. I miei complimenti, qui c’è del talento cristallino. Una srittura così affine alla mia, sia nello stile che nei contenuti. Con il tempo e le critiche costruttive credo di essere riuscito a renderlo più snello, diciamo affilato.
    Incredibile fantasia, splendida trama, ma soprattutto significativa con un messaggio che fa pensare, che riesce a emozionare. Uno scrivere elegante, perfetto. Da renderlo solo più asciutto, ribadisco, con meno zucchero e magari più sale. Le favole sono belle, ma ho la netta impressione che il tuo clou lo raggiungerai quando miscelerai diversamente gli ingredienti.
    Mi hai fatto pensare ai film di Tim Burton. E a Venditti: “Ricordati di me”.
    Ti saluto, con ammirazione, sperando di incrociarti ancora.

  3. Ciao Ester, mi piace il tuo modo di scrivere con parole e metafore per niente scontate e talvolta poetiche. “Le brutte giornate succedono. Sono come la pioggia, il vento… quando arrivano dobbiamo aspettare che vadano via” e´ una delle tante frasi che ho apprezzato di piu´.

  4. “Se vogliamo davvero bene a qualcuno, questo bene passa a lui come lo zucchero a velo nel colino. Lo riceve filtrato da ogni nostro dubbio, lo trova in noi senza che ci preoccupiamo di dirglielo ogni mattina che sì, gli vogliamo bene”
    ❤️