Ridere.

  Non si ride, non si ride abbastanza, non si ride più. Ridere, ghignare, sbellicarsi, sganasciarsi. Le smorfie incontrollate, i muscoli contratti, il viso arrossito, i denti esposti. Ride bene colui che ride per ultimo, ma se poi alla fine, giù in fondo, non rimane più niente per cui ridere, è un problema, una beffa. È meglio ridere costantemente, uniformemente, anche quando non si può, non si deve, anzi è qui che c’è più gusto, è più bello, più intenso. A scuola, quando i professori infliggono la loro autorità sugli alunni, al lavoro, in atto di prostrazione nei confronti dei superiori, quando è sconsigliabile, non è buona educazione, è vietato, quando il tono è grave e tutti sono seri e cupi, nelle sale d’attesa, negli uffici, ai funerali, ridere mentre stai morendo tu. Sarà mai possibile ridere serenamente della propria sofferenza? D’altronde, quale mezzo migliore per riempire il vuoto nel quale il silenzio di Dio ci ha inghiottiti, di una fragorosa, chiassosa e carica di vita risata? Quale arma più micidiale per contro attaccare gli sberleffi del nostro potente nemico derisore, di una sprezzante, irriverente risata?

Dodici anni, primavera, gita scolastica. La scuola aveva organizzato la visita della città. Era la prima volta che uscivo dal mio ambiente consueto, da solo o quantomeno senza i miei genitori, non ero mai stato così lontano da casa, così fuori. Osservavo, insieme a tutti gli altri miei compagni, ma isolato nel mio stupore, le piazze della città, i monumenti, le vie principali, i palazzi, il museo. Il programma, infine, prevedeva la visita della cattedrale. La nostra insegnante, un’odiosa donna piccola e tozza, severa e baffuta, naso a punta, enormi solchi tra i denti, scarpe con i tacchi molto rumorosi, fastidiosamente rumorosi, mani piccole e dita monche, intransigente e amante delle punizioni, lei prima di entrare, con quella sua voce eccessivamente squillante, discorso a tutti noi, vietato chiasso o disordine, altrimenti … , composti e rispettosi, altrimenti … , se avesse visto o sentito qualcosa, guai, altrimenti, altrimenti. Io, però, ero un ragazzino tranquillo, riservato. Entrammo ordinatamente, in fila per due, come voleva lei.

Fui subito colpito dalla maestosità dell’ambiente sconosciuto, non ero mai stato in un posto così. Era tutto altissimo, mi incuriosivano molto le vetrate colorate e poi le figure, le persone che parlavano a bassa voce da sole, c’era anche l’acqua santa, che assomigliava all’acqua che usciva dal rubinetto di casa, ma era santa, oggetti strani e profumi insoliti, l’incenso e puzza di vecchio e marcio. Intanto, lei, colpendoci con quei suoi terribili sguardi minacciosi, continuava ad indirizzare alle nostre poco ricettive giovani menti, informazioni, date, nozioni, misure. Al termine della sua estenuante, quanto vaneggiante spiegazione, allungando il suo inesistente collo e notando che nessuno era nelle vicinanze, ebbe la brillante idea di ordinare ai suoi piccoli sottoposti di avvicinarsi all’altare sempre due a due, per rivolgere a turno una breve preghierina di ringraziamento a Nostro Signore, che tanto buono era stato quel giorno ad accogliere tutti noi nella Sua casa. Ogni coppia, quindi, al termine della piccola improvvisata processione, doveva dirigersi verso l’uscita principale, dove lei ci avrebbe aspettati e una volta radunati tutti, avremmo preso la via del ritorno verso casa. A tale nuova imposizione, caddi subito in uno stato misto di panico e imbarazzo. Non sapevo come comportarmi, cosa dire, la mia famiglia non era mai stata religiosa, non mi avevano insegnato niente, era tutto nuovo per me, i miei lavoravano, lavoravano e basta, non c’era tempo per altro. Ebbi, però, la saggia accortezza di mantenermi prudentemente in disparte, così da osservare come si sarebbero comportati gli altri. Ero a disagio, molto a disagio, ma riuscii a fare in modo di ottenere l’ultima posizione, la più vantaggiosa in quella circostanza, avrei potuto fingere, fare presto, non avrei avuto particolari problemi. Mi ritrovai in coppia, l’ultima coppia, con un compagno che sino ad allora non mi aveva ancora mai rivolto la parola.

Arrivò il nostro turno ed io fermo davanti all’altare in quello spazio immenso, mi sentivo spaesato e impaurivo, osservato dagli immobili sguardi delle statue, delle figure affrescate, di chi non riuscivo a scorgere. Ad un tratto, l’altro che era vicino a me, con il capo chino e le mani congiunte, cominciò a borbottare quelle che da subito non sembravano essere preghierine, ringraziamenti o lodi innocenti. Mi accostai un poco, tendendo curiosamente l’orecchio, per scostarmi subito con un balzo all’indietro, inorridito e sconvolto. Il mio coetaneo non stava affatto pregando, stava dicendo, lui stava, diceva, stava bestemmiando. Alzando gradualmente il tono della sua voce, sempre in posizione pia, rivolgeva al Padre Eterno parole ingiuriose, insulti veri e propri, bestemmie classiche, bestemmie inventate personalmente al momento, oscenità blasfeme, frammentate da mal soffocate risate. Bestemmiava e rideva, rideva da solo, in quel luogo sacro. Dove aveva sentito quelle brutte parole, chi gliele aveva insegnate, perché si stava comportando in quel modo? Qualcuno lo poteva sentire, anche a metri di distanza. Era pericoloso, non capivo, ero confuso, mi guardavo continuamente intorno sperando non si avvicinasse nessuno. Dov’era l’insegnante e gli altri? Avevo paura, ci avrebbero scoperti presto, molto presto, c’ero anch’io dentro, ero vicino, la scuola, la punizione, i genitori, no dovevo allontanarmi immediatamente. Quello continuava, continuava, continuava ed io tremavo. Decisi di guadagnare al più presto l’uscita, non percorrendo, però, il corridoio principale dal quale eravamo arrivati, bensì uno di quelli laterali, vicino alle colonne portanti, così forse sarei riuscito a passare inosservato.

A piccoli svelti e furtivi passi, mi diressi verso il corridoio laterale di destra, ma non appena imboccato, con mia estrema sorpresa, vidi la nostra insegnante appoggiata di schiena alla prima colonna con una mano sulla bocca, che a stento riusciva trattenere le risate, anche lei. Da quella posizione aveva sicuramente visto e udito, spiato, ma invece di intervenire, se ne stava inspiegabilmente a godersi la scena, divertendosi pure moltissimo. Cosa ci faceva lì dietro? Aveva detto che ci avrebbe aspettato all’ingresso, gli altri ragazzi dov’erano? Lei era l’insegnante bigotta e austera. No, no era tutto assurdo, ma vero, reale. Le scendevano addirittura lacrime di riso, lacrime di riso sul viso, ma non appena si rese conto che un piccolo ficcanaso, per cui evidentemente non nutriva già molta simpatia, la stava fissando con aria sgomenta, si irrigidì nervosamente. Con uno sguardo carico di furore e disappunto, non pronunciando neanche una parola, stese il braccio e con l’indice della mano destra, mi indicò l’uscita. Io abbassando gli occhi e non smettendo di tremare, mi incamminai lasciando che lacrime di pianto, lacrime di pianto, solcassero il mio piccolo volto.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Finale a sorpresa: mi hai fatto pensare che il nostro piccolo amico sarebbe scoppiato a ridere, suscitando l’ira dell’insegnante marescialla. Le sue lacrime rappresentano la delusione e l’amarezza di molti, di fronte al falso perbenismo e a certe recite di tanti, non solo in chiesa, ma anche altrove. Mi è piaciuto molto. Complimenti!

    1. Si è vero Silvia, io purtroppo vedo questo falso perbenismo, così come lo definisci tu, tutti i giorni soprattutto nel mio ambito lavorativo. Alcune volte assisto addirittura a situazioni quasi comiche, che si sviluppano però in uno squallore misero. Comunque grazie per avere prestato attenzione a me è al mio racconto. Grazie ciao

    1. Grazie faby per aver dedicato un po’ del tuo tempo ad aver letto e commentato questo brano . Hai colto in pieno il motivo guida . Ciao grazie ancora

  2. Complimenti per questo racconto ode alla vera innocenza, alla semplicità alla coerenza e allo stupore, con una critica sociale sottile al mondo delle istituzioni e a tutte le persone in posti ” chiave” che molto spesso lasciano a desiderare

    1. Si ely hai proprio ragione , ci sarebbe tanto di cui discutere poi su questi posti chiave e a chi li popola. Comunque grazie per avere dedicato un poco del tuo tempo per leggere e commentare questo brano. Ciao grazie ancora.