RINASCITA

Serie: Il disgelo.


Avrà avuto il doppio dei miei anni. Aveva una barba scura da filosofo, e gli occhialetti tondi di Gramci. Ascoltava ed elaborava ogni mia parola, ogni mio gesto, ed ogni tanto, assottigliava gli occhi, come chi, sta per partorire un pensiero profondo. Era il nostro primo incontro, ma effettivamente quei primi 20 minuti erano stati densi come un’intera settimana. Gli raccontai di Greta, e della mia difficoltà di lasciarmi andare, di fronte a lei. Gli raccontai della mia cultura sulle dinamiche di seduzione, su come, con tanta fatica, avevo imparato a relazionarmi e a conquistare le ragazze.

Lui mi guardava in silenzio, e sembrava come gustarsi la scena attraverso un vetro. Come se guardasse una rissa, ma dal balcone di casa. Finii di parlare, e calò il silenzio. Continuava a fissarmi, ma dopo pochi secondi, non riuscii più a tenere lo sguardo.

<< Nella relazione con le donne, credo tu stia riproponendo il rapporto che hai avuto con tua madre>>

Davvero? . Pensai.

Forse dovrei dirgli che ho letto Freud, e Jung. Forse dovrei dirgli che so leggere il suo linguaggio del corpo.

Ma non dissi nulla.

<< Tendi ad iperinformarti e a razionalizzare ogni cosa, come meccanismo di difesa>>

<< Sei praticamente sempre qui>> e con l’indice si indicò la tempia.

Finì il tempo a disposizione.

Uscii da quello studiolo con cento euro di meno, e la testa più incasinata che mai.

Tornai di nuovo a casa, ma stavolta sentivo la sensazione di voler piangere. Era come se barbanera mi avesse ridato la capacità di sanguinare dove prima c’era solo il gelo.

Non voglio stare solo nella testa, mi ripetevo.

Sul comodino, era rimasto appoggiato il tema sull’immigrazione che la Dea, senza tanti complimenti aveva rifiutato.

Mi sentivo solo, e triste.

Presi un foglio e cominciai a buttare giù qualcos’altro.

”L’ipocrisia. L’ipocrisia di chi dice che possiamo veramente aiutare tutti. Muoiono di fame sotto i nostri occhi, ma si parla di solidarietà solo quando facciamo entrare qualcuno che viene da paesi stranieri. Cercare di fermare la guerra o la fame, semplicemente facendo entrare chi scappa, è come cercare di fermare il surriscaldamento globale, comprando un tagliaerba elettrico anziché uno a benzina. E’ solo una stronzata. E’ solo un euro dato a chi muore di fame. Non risolve niente. Ci sono 40 milioni di persone in Afghanistan, e se c’è la guerra, non è accogliendoli tutti che risolvi, anzi, fai solo danni ai paesi che un’equilibrio ce l’hanno. Che poi la guerra è stata portata dai paesi che possono dirsi nostri alleati, paesi, con cui andiamo d’accordo come un cane col padrone. Siamo così ottusi da pensare, che se la parte più ricca del mondo, volesse fermare una guerra che il più delle volte ha causato non lo potrebbe fare tranquillamente. Siamo così ottusi da pensare, che se i paesi sviluppati volessero veramente dare cibo, acqua e infrastrutture ai paesi sottosviluppati non potrebbero realmente farlo in poche settimane.

Non è giusto perdere l’identità nazionale, creando una sorta di mondo dove tutto è piatto ed uguale, dove le tradizioni e le peculiarità dei popoli vengano meno a favore di una popolazione di massa, dove tutto è mischiato e uguale.”

Mentre scrivevo le lacrime toccarono il foglio, e quel lieve gusto salato, m’invase la bocca, come quando boccheggi al mare per non annegare.

Mi vergognavo di quello che stavo scrivendo, ma forse per una volta era quello che pensavo davvero. E le lacrime lo dimostravano. L’Indomani avrei consegnato il tema alla Dea, e le avrei chiesto di leggerlo, così, solo per sfizio.

Avrebbe finalmente visto il mostro che c’è in me. L’essere cinico che razionalizza tutto e che per questo aveva perso per sempre il cuore di Greta. Ma non potevo farci nulla, ero fatto così, era quello che sentivo. E se lei l’avesse apprezzato, mi sarei sentito un po’ più amato, altrimenti sarei tornato al posto, in silenzio. Mi ricordai una frase che qualche ora prima, barbanera mi aveva detto: ” Non siamo responsabili di quello che sentiamo, ma di quello che esterniamo.”

Quelle cose le sentivo, ed avevo deciso di esternarle.

La mattina seguente, entrando in classe, vidi la Dea seduta sulla cattedra, con quella scia di feromoni che avrebbe risvegliato il desiderio di un vecchio impotente. Più mi avvicinavo e più il cuore pompava forte, e il suo profumo  ti investiva come un fottuto tsunami.

Mi accovacciai alla cattedra ,e vidi per la prima volta un neo che aveva alla base del collo. Invidiai suo marito, poteva vedere e conoscere ogni piccolo dettaglio di quel corpo perfetto.

Le diedi il tema.

<< Cos’è?>>

<<Il tema, l’ho riscritto, mi è sembrato che l’altro non le fosse piaciuto piú di tanto>>

Prese tra le mani il foglio.

L’altro andava benissimo, mi rispose.

<< Volevo solo imparassi a fare il saggio breve.. può esserti utile.>>

La cosa non mi colpì più di tanto. Era come se, in fondo, già lo sapessi.

<< Vorrei lo leggesse.>>

Lei annuì. E sorrise.

Le mani mi sudavano, e il mio cuore continuava a battere. Per me quel foglio era importante, veramente. E se qualcosa è importante, puoi fare tutto tranne restare calmo.

Mi sedetti al primo banco vuoto, cercando di respirare, per calmarmi.

Ma l’aria faticava ad entrare, era densa, sembrava quasi fosse fatta di burro.

Serie: Il disgelo.


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Discussioni

  1. “Lui mi guardava in silenzio, e sembrava come gustarsi la scena attraverso un vetro. Come se guardasse una rissa, ma dal balcone di casa”
    Questo passaggio mi è piaciuto