Risveglio

Serie: χαλαρά-l'arte del vivere lento


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un incontro casuale in Grecia, darà vita a una passione impossibile

Il rumore del traffico che mi aveva impedito di dormire fino alle quattro del mattino, prese nuovamente vita sulla strada principale della cittadina greca. Mi rigirai ne letto scomodo e osservai la piccola stanza d’hotel: i mobili sembravano piazzati a casaccio, i soffitti erano alti e pieni di piccole crepe e le cornici della grande finestra erano scrostate e arrugginite in alcuni punti…visto il prezzo non potevo lamentarmi.

Mi alzai e mi trascinai verso il bagno comune ciabattando, dopo essermi accertata di non incrociare i miei vicini di stanza.

Il bagno, come il resto dell’hotel, era malandato: la doccia era costituita da una specie di stanzino con una porta in plastica, con tanto di maniglia, che un tempo doveva essere stata bianca. Delle mattonelle rosse coprivano il resto della superficie, c’era anche un wc altrettanto sbiadito e un piccolo lavabo in punizione nell’angolo.

Lasciai scorrere l’acqua nella doccia e non potei fare a meno di pensare ai motivi che mi avevano spinto a quella fuga low-cost.

Sono passati sei anni dal mio trasferimento a Parigi, sei anni ricchi di soddisfazione e avventure, ma da tempo ormai avevo l’impressione che la pioggia e il grigiume dei grandi palazzi Haussmaniani, mi si fossero incollati addosso e che avessero indurito i miei polmoni, ormai incapaci di prendere grandi sorsate d’aria ma solo piccole boccate, sempre più rare, dandomi un costante senso di soffocamento. Prendere un aereo e partire era come avere un’uscita di sicurezza, forse era la sensazione fisica di lasciarsi tutto alle spalle o semplicemente il riempirsi gli occhi e le orecchie di suoni e colori nuovi, ma per me funzionava.

Con questi pensieri in testa mi lavai velocemente nello sgabuzzino-doccia, cercando di non fare attenzione ragno voyeur nel porta sapone e andai verso lo specchio per esaminare le conseguenze della notte insonne. Due occhiaie profonde e scure, pallore post mortem e capelli arruffati. Non ero bella, nemmeno brutta, un collega di lavoro un giorno mi disse che potevo somigliare a Biancaneve o alla strega Cattiva secondo la giornata, quella era sicuramente una giornata da strega cattiva.

Sistemai i capelli in uno chignon disordinato, cercai di lisciare con le mani la frangia scura e misi un po’ di trucco per cercare di ravvivare il colorito. Dopo qualche minuto e qualche imprecazione, feci una smorfia di approvazione alla mia gemella incorniciata dallo specchio sporco e uscì dal bagno.

La cittadina si affacciava sul porto e si estendeva per tutta la costa per poi arrampicarsi su una collina, era tagliata a metà dalla grande strada principale e su questa si affacciavano diversi siti archeologici di epoca romana in perfetta armonia con i piccoli bar, che servivano perlopiù del caffè frappè, e i negozietti acchiappa turisti. Il giorno prima avevo passato delle ore a muovermi come un pedone sulla scacchiera tra i portici e il lungomare, ma una volta capita la conformazione delle strade ero riuscita ad emanciparmi dal navigatore e a passeggiare liberamente. Rimasi stregata dalla bellezza dell’architettura delle chiese ortodosse, gli affreschi dorati emanavano un senso di sacralità che metteva soggezione e le candele votive infilate in grossi cumuli di sabbia, contribuivano alla misticità dei luoghi. Per pranzo avevo deciso di sgranocchiare qualcosa al grande mercato centrale ma a fine giornata meritavo sicuramente un pasto “come Dio comanda” cit. mamma, e mi fermai in un ristorante, nascosto vicino ad una piazza.

L’ Argo, così si chiamava, non solo offriva ottimo cibo locale ma anche la compagnia di tantissimi gatti randagi e per mia sfortuna anche la compagnia di Gregorios, pittore locale di una cinquantina d’anni, dalla dubbia igiene personale. Costui si auto invitò al mio tavolo, raccontandomi diversi aneddoti sulla sua vita, sbattendo le ciglia, lasciandomi il suo biglietto da visita e la proposta di un giro in moto, bonus plus un leggero senso di colpa dato dal fatto che nella mia testa l’avevo già schedato come “Il vecchio maiale”.

Mi restava quindi ancora un giorno per esplorare e uscendo dall’hotel decisi di visitare il Museo archeologico della città. Sono da sempre appassionata di storia e da bambina il mio sogno era proprio di diventare un’archeologa- E invece…- sospirai tra me e me.

Arrivai al museo accogliendo con sollievo l’aria fresca e secca dei climatizzatori, in contrasto con l’afa esterna. Presentai il biglietto e cominciai il mio tour tra steli funerarie e busti in marmo. Per un attimo rimasi incantata ad osservare la scultura a corpo intero di un imperatore, i muscoli delle cosce erano perfettamente disegnati, così come ogni tendine delle gambe e delle braccia.

– Certo che se rimango imbambolata di fronte a una statua di mille anni fa è proprio il caso che mi trovi qualcuno- pensai.

La mia vita sentimentale era costituita da false partenze, che perlopiù non arrivavano neppure al decollo. Spesso mi dico che è colpa loro, più spesso che invece la colpa è la mia e del mio carattere non sempre facile, lo ammetto. Il mio stomaco cominciò a brontolare richiamando la mia attenzione a cose più terra terra. Uscì dal museo e ripercorsi il lungomare.

Arrivai dopo circa mezzora alla grande piazza principale completamente sudata e scorsi l’entrata del mercato. Mi infilai in mezzo al viavai e al vociare dei venditori. Si poteva acquistare di tutto: pigiami, olive, carne, fiori, olive, pesce, frutta, olive, spezie e olive.

Scorsi un ristorante su una terrazza rialzata, abbastanza affollato, e decisi di fermarmi lì.

La cameriera (o la proprietaria non so) era una ragazza sulla quarantina, carina, dalle forme generose con dei capelli ricci e rossi. Mi fece un enorme sorriso e mi indicò l’unico tavolo libero rimasto, vicino al gruppo più chiassoso che avessi mai visto.

Cercando di essere discreta, passai veloce in rassegna il grande tavolo: una decina di uomini sulla sessantina e due ragazzi più giovani, della mia età circa, che bevevano, mangiavano con un entusiasmo commovente e fumavano il sigaro, ridendo in maniera sguaiata. Mi scappò un sorriso, posai la giacca e mi concentrai sul menù.

La ragazza rossa arrivò qualche minuto dopo per prendere l’ordinazione e nell’attesa mi crogiolai nel benessere dato dal venticello fresco, dalla musica di sottofondo e da una gustosissima Winston Blu. Il pacchetto era ancora pieno, buon segno. In due giorni, stanchezza a parte, questa città mi aveva regalato un senso di leggerezza che non provavo da tanto, il mare, le piccole casette, la gentilezza delle persone.

Sicuramente un bel cambiamento rispetto a Parigi.

Per quanto amassi quella città sempre viva e il ritmo incalzante de les rues parisiennes , queste erano inadatte per una persona sola o perfette se si desiderava scomparire tra mille facce.

 Mi girai verso i miei vicini di tavola che si facevano sempre più agitati, alla mia sinistra c’era un uomo con qualche capello bianco superstite, sulla testa altrimenti pelata e una maglietta rossa troppo piccola per lui, sembra stia raccontando una barzelletta ma non riesco a capire che lingua parli.

Quello più vicino a me invece, sembrava una rockstar in pensione: Ray-Ban scuri, capelli lunghi, pelle cotta dal sole. Mi soffermai sui due ragazzi miei coetanei, uno mi dava le spalle e ne intravedevo solo la corporatura snella e i capelli corti di un biondo dorato.

L’altro sorrideva alla Rockstar in pensione, aveva una mascella squadrata, un accenno di barba bionda, un naso dritto e ben proporzionato e occhi chiari leggermente allungati, occhi che diventarono estremamente penetranti, nel momento in cui incrociarono i miei ed è come se mi fossi messa a gridare in mezzo alla sala: tutti i miei vicini si girarono a guardarmi con un movimento unico.

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Discussioni

  1. Beh, ma chi era più interessante la rockstar o il ragazzo che gli sorride, o la cameriera sulla quarantina? Scommetto che quando sei rientrata a Parigi ti sei portata dietro la rockstar e al ragazzo e alla cameriera hai lascito la tua mail per contatti futuri…