Riva di Reno- monologo o racconto breve

Benvenuti, grazie di essere qui e di ascoltare: accomodatevi, se già non lo siete; se siete seduti, mettetevi più comodamente. Si dice che la realtà sia finzione e che la finzione, talvolta, nella testa della persone, sia reale. Giudicare le verità non spetta a noi, magari a voi, e l’utile che ne deriva non giova al piacere dell’ascolto. Noi parleremo e diremo tanto, vi basti questo. Se ascolterete con immaginazione vi sembrerà finzione. Se ascolterete e basta sarà reale, almeno per il tempo del nostro racconto.

Il Lunedì notte, a Bologna, come di consueto capita lì e altrove, le strade sono poco praticate: da una parte, dopo il chiasso e lo svago del fine settimana, la gente si rituffa nella propria routine lavorativa, meccanica o meno che sia, ricercando il prezioso Sonno, unico e solo riconciliatore d’animo; dall’altra c’è semplicemente la Notte, la più misteriosa seduttrice, a cui non a tutti è concesso o si addice lasciarsi trascinare nel suo vizio vagabondo. Detto questo e messe in evidenza le possibilità o le potenzialità della Notte, continuiamo dicendo che, un ragazzo ed una ragazza, camminano lungo una strada di quell’ antico e romanico comune medievale. Dopo aver passato il tempo con amici tra le chiacchiere e i fumi di alcool e di sigarette, prima in un posto, poi in un altro, i due si dirigono verso le rispettive case e dal momento che abitano in zone vicine, come al solito, fanno la strada di ritorno insieme. Generalmente i due, nel tornare a casa, percorrono la grande via per linea retta, il cui inizio è dove si ergono alte le torri della città. Nella nostra Notte però, il ragazzo ha fame e vinta la titubanza della ragazza a dividere qualcosa, dopo aver schifato l’unica pizzeria aperta sulla grande via per linea retta, vanno a mangiare in un posto, in cui lo schifo non è da meno, ma la quantità per il prezzo senz’altro migliore. Si ritrovano lì, casualmente, con altri amici lasciati poco tempo addietro, che hanno appena finito di soddisfare la fame notturna. Gli amici vanno via, i due, come se si dessero un cambio con questi, mangiano a loro volta. Il posto in questione, a differenza della strade, è abbastanza pieno, dove ragazzini urlanti, in una lingua poco chiara, si agitano con strane movenze in attesa di mangiare, muovendo culi grassi e flosci e abbassandosi a livello delle ginocchia, quasi seguendo la musicaccia che proviene dal televisore. Sazi e infastiditi, camminano adesso, finalmente, verso casa. I due si muovono a passo lento, sia per la stanchezza sia perché si parla del più e del meno, osservando un po’ in giro e notando come gli unici notturni siano studenti Erasmus ubriachi, alcuni in piedi, altri stesi a terra. Si comincia, per una casualità quasi voluta da quella che è l’ora, continuando sempre a camminare, a parlare della dimensione onirica del sogno. La ragazza gli domanda se avesse mai avuto esperienza di un sogno lucido: quella particolare circostanza in cui un soggetto, mentre dorme, è cosciente di sognare e di poter modificare a proprio piacimento il sogno stesso. Il ragazzo ascolta interessato , guardando in dietro alla memoria, senza però ricordare di aver vissuto nulla di simile. Gli viene in mente però, che a volte, si è ritrovato in una situazione opposta: quella della paralisi del sonno, in cui sì è coscienti di dormire, ma incapaci di fare anche un singolo movimento. Sensazione terribile dicono entrambi che l’hanno provata, mentre camminano distrattamente. Ad un tratto la loro attenzione viene catturata da un rumore, forte sonoramente, che sembra quello di un corso d’acqua o quasi una grande cascata che si riversa senza tregua. Ciò non stupisce più di tanto i due, dal momento che in una stradina parallela scorre un canale, che è possibile vedere da una finestrella. Si fermano solo un momento a notare come è fragoroso quello scorrere di acque nella notte e che, per chissà quale effetto acustico, sembra che provenga da tutt’altra direzione, piuttosto incerta. Poco importa la direzione, sebbene un po’ bizzarra, e accennato un sorriso a vicenda ,continuano il discorso lasciato in sospeso poco prima. Il ragazzo, rimanendo in tema di stranezze, racconta di quella volta che vide insieme alla compagna del padre, quest’ultimo dormire profondamente sul divano e farfugliare nel sonno. Nulla di particolare, sia perché è cosa comune sia perché non era la prima volta che assisteva a questo. Ascoltando quel brusio che proveniva dalla bocca dell’uomo si rese conto che erano suoni gutturali e un po’ cupi pronunciati con un tono di voce insolito, quasi fossero stati dell’ arabo o di una lingua simile, quando spiccò tra questi una parola ben riconoscibile: Mesopotamia. La particolarità della parola, il tono greve e severo con cui era stata pronunciata, fanno ridere il ragazzo, al ricordo di quel momento in cui il padre sembrava parlare una lingua arcaica. La ragazza ride ancora di più ascoltando una storia così stramba, mentre ormai passo dopo passo si cammina per via Riva di Reno. I due, tra racconti e risate, si rendono conto di come la via e più in generale tutto intorno sembri essere un deserto. Si continua a parlare passeggiando, quando si avvertono in lontananza voci di donna o, come meglio osserva la ragazza, sussurri di donna. Tra le tante cose che capitano e di cui si parla questa Notte, questa pare essere effettivamente la più incomprensibile. Sono sussurri poco chiari, indefiniti, quasi bisbigli che accarezzano fastidiosamente l’orecchio dei due per svariati metri, lasciandoli perplessi su cosa siano e da quale- nuovamente questa domanda – direzione possano venire. Dando soltanto un’occhiata dietro le proprie spalle e guardandosi un po’ confusi, proseguono scherzando, senza dare alcun peso a suoni o rumori, su quanto siano suggestionabili nella nostra notte. La via percorsa ha, in un suo tratto, un bel porticato rischiarato da una calda luce gialla, che improvvisamente mette a fuoco una figura in lontananza avvicinarsi. I due sono sorpresi di vedere qualcuno ancora aggirarsi per strada: un uomo, almeno nell’aspetto, non troppo alto e di mezza età, che sul viso aveva al posto della pelle una maschera di cera lucida, color castagno, messa in risalto nella sue squadrate forme dalla luce dei lampioni, mentre la sua sagoma si allontana nella via. I due si guardano inquieti, accennando a un disorientamento con gli occhi e con qualche parola per via della presenza appena vista, quando qualche istante successivo e poco più avanti si avvicina una nuova figura. Con una pedalata lenta e silenziosa, sulla pista ciclabile adiacente al porticato, una donna, almeno nell’aspetto, con un volto bianco come calce e capelli corti nero pece e sguardo basso, prosegue la discesa della via, apparendo da un angolo poco illuminato, come potrebbe apparire da lì per caso qualunque altra cosa poco riconoscibile. E se la prima figura ha inquietato i due, la seconda sembra lasciarli ammutoliti arrivati all’angolo da cui è comparsa, quell’ angolo di una via traversa poco luminosa. Sono attoniti e sorprendentemente turbati, fermi come le colonne del porticato, quando la quiete nell’aria viene spezzata da un frastuono violento di una decapottabile sfrecciante all’ angolo opposto della via, che girando velocissima lascia l’ asfalto bruciato, del fumo e un boato, che rimbomba e rimbomba ad eco nella testa dei due.

Silencio!

Accaduto questo, aggiungiamo che i due proseguono per la via che, come il fiume di cui porta il nome, continua ovviamente il suo corso fino al termine dell’estensione. Arrivati al suo proseguimento, il ragazzo imbocca, finalmente, la via di casa e dopo circa un centinaio di metri è davanti al portone di un palazzo dalla vetrata a specchio che, per via della luce all’interno sempre accesa durante la notte, adesso riflette a malapena delle sagome. Il ragazzo apre la porta e sale per le scale fino al proprio appartamento.

Grazie di aver ascoltato così pazientemente. Questo è il nostro racconto e quelli che sono i fatti, li abbiamo riportati con tanta cura. Abbiamo dimenticato però, per via di una svista non voluta, di osservare che la ragazza, fate ben attenzione, non ha avuto il tempo e il modo di tornare a casa nella Notte. Noi conosciamo questo, quanto a voi forse è lecito che sappiate soltanto questo. L’oracolo predice, non spiega. Ad ogni modo, concludiamo dicendo che la mattina seguente la ragazza si trovava seduta a tavola a fare colazione serenamente. La risposta alla vostra domanda, ammesso che ne abbiate una, è il nostro principio. 

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Discussioni

  1. Questo LibriCk ha catturato la mia attenzione sin dall’inizio: un incipit notevole che racchiude, a mio avviso, un significato profondo. Interessante anche la parte in cui i ragazzi parlano dei sogni vissuti con cognizione e del piano astrale: per un istante mi sono quasi ritrovato a percorrere quelle vie e ad affrontare certi argomenti, in ricordo al mio periodo universitario. Tutto molto interessante, complimenti! 🙂