Rottura

Serie: Buio al tramonto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Si introduce un nuovo personaggio. John Bowl, negoziante di Rotten Bridge, compie un viaggio di quasi nove ore per incontrare la figlia e i nipoti. Qualcosa di terribile accade durante il tragitto. E il peggio è che John non se ne rende conto.

Capitolo 8



1

Meridian – Stato dell’Idaho

John Bowl, titolare dell’ unica ferramenta di Rotten Bridge, sedeva a un tavolo di Ham’s, un diner situato nelle campagna in prossimità di Meridian. Il viaggio era stato estenuante, sia per la durata – otto ore e mezza – sia perché le sospensioni andate del suo pick up avevano permesso al suo sedere di conoscere tutte le buche di cui era disseminato l’asfalto. La maggior parte della stanchezza, anche se lui non poteva saperlo, derivava però da un fatto di cui lui era completamente allo scuro. John Bowl aveva fatto qualcosa di terribile.

Era partito da casa alle sette in punto di sabato sera, e dopo cinque ore aveva fatto tappa a Dubois dove, dalla Route 15, aveva preso lo svincolo a ovest, imboccando la Route 22. Il giorno seguente, fatto tappa in un motel polveroso, si era messo di nuovo viaggio, quando una stanchezza anomala lo aveva colto dopo solo un’ora. John era stato costretto a fermarsi in un’area di sosta presso il Craters of the Moon National Park.

Al suo risveglio si rese conto di essersi addormentato per diverse ore: il sole aveva già iniziato a calare, e lui si era fermato che potevano essere le nove del mattino.

Guardò l’orologio: otto di sera. Fu in quel momento che la stanchezza gli piombò addosso e si accorse di essere svuotato da ogni energia. Scese dall’auto, respirò la brezza serale che gli lo tirò un po’ su e d’un tratto si ricordò con orrore dell’appuntamento con sua figlia e i nipoti, programmato per mezzogiorno. In preda alla frenesia prese il telefonino dalla tasca, lo trovò e premette il pulsante verde. Lo schermo rimase nero. Provò ad accenderlo (effettivamente era spento) e il marchio del produttore – ormai fallito – comparve sullo schermo. Fu solo un istante; poi tornò nero e non rispose ad alcun tentativo di accensione da parte di John.

Si passò le dita tra i pochi capelli, stringendoli e tirandoli. Poi, guardatosi attorno, scorse una cabina telefonica, poco distante dall’edificio che conteneva i servizi. Si avviò di corsa in quella direzione, quando per un attimo avvertì il senso di equilibrio svanire. Si fermò di colpo e portò le mani alle tempie. Un mal di testa di quelli che non aveva mai avuto gli martellava il cervello. Indugiò un attimo, il dolore si placò un poco e infine proseguì a passo lento. Lottando per rimanere in piedi, percorse i metri che lo separavano dalla cabina e quando vi giunse dovette appoggiarsi alla parete di vetro. Anche la schiena e le gambe gli dolevano. Imprecando verso se stesso, e pregando che anche stavolta lei lo perdonasse, compose il numero di sua figlia. Il segnale acustico veniva e andava e continuò così per diversi minuti. Con la fronte appoggiata alla scocca del telefono, stava per rinunciare, quando all’improvviso ci fu il rumore di una cornetta alzata.

“Pronto?” rispose la voce di sua figlia.

“Karen, sono io… tuo padre. Devi…”

“Che vuoi?”

John rimase interdetto dal tono di Karen. Deglutì e, pieno di vergogna, cercò di spiegare. “Karen, scusa tanto, io… non devo essermi sentito molto bene. Mi sono risvegliato ora con un mal di testa assurdo.”

“Sì, certo. Tanto forte da non provare nemmeno ad avvisare. E non hai risposto alle mie chiamate. Ci siamo fatti un’ora all’andata e una al ritorno, e tu sai come sono i bambini con i viaggi lunghi.”

Al pensiero dei piccoli delusi dal comportamento del nonno, John strinse i denti.

Karen aveva iniziato ad alzare la voce, e in essa John riconobbe una punta – o forse una manciata – di disprezzo.

“Possiamo sempre vederci domani, vero?”

“Domani sono al lavoro e i bambini hanno scuola.” Il disprezzo era svanito, lasciando posto a una voce atona che forse era anche peggio.

“Posso sempre raggiungervi a casa vostra… dovrei riuscirci stasera per un orario decente.”

“No” disse lei laconica. “James non ti vuole in casa nostra. È stato fin troppo subire le sue occhiatacce per tutti i giorni fino a stamattina, voleva uscire al lago con i bambini. Ed è stata una fottuta scocciatura spiegare ai piccoli perché il loro padre ha sempre la febbre o un mucchio di lavoro quando si deve vedere il nonno”. Rise, una risata amata e un po’ rassegnata. “A pensarci bene, averti aspettato per ore mentre la cameriera chiedeva se eravamo pronti per ordinare, al confronto è poca cosa.

“Mi dispiace tanto, Karen. Davvero tanto.”

“Si beh, non me ne faccio nulla del tuo dispiacere. A volte credo che sarebbe meglio se accettassi i fatti e te ne stessi fuori dalla nostra vita”. Quell’ultima frase Karen la pronunciò sospirando. John la immaginò sulla sedia in veranda, fuori dalla portata di James, con lo sguardò fisso sull’erba. Uno sguardo che tradiva un qualche ricordo doloroso.

John dovette trattenere i gemiti del pianto, ma le lacrime scesero comunque. Almeno quelle sua figlia non le avrebbe sentite. Gli mancava il respiro ma non si preoccupò più di tanto. Conosceva quella sensazione.

“Possiamo vederci domani sera…”

“Papà, basta, per favore. Ora torna indietro. Sarò felice sapendoti a casa.”

“Va bene…” disse John con un filo di voce. “Di a Brian e Vera che il nonno gli vuole tanto bene. Arrivederci, Karen”

“Addio papà.”

John rimase in linea fino a che Karen non ebbe riagganciato. Ascoltò il clack della cornetta che veniva riposta nel telefono, e dopo di essa il segnale acustico a intermittenza, più frequente rispetto a quello di attesa.

Doveva fare pipì, quindi scese e si diresse ai servizi. Con stupore, notò che le sue scarpe erano imbrattate di fango e polvere. Era sicuro che al mattino, quando le aveva prese dalla scarpiera nell’armadio in camera, fossero pulite. O forse no? Decise che la questione non aveva importanza, quindi si liberò e poi tornò in macchina, ma non ripercorse la strada dalla quale era venuto. Si diresse a Meridian, nel diner dove Karen e i bambini lo avevano aspettato invano. 

Continua...

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