Sabba dreaming
Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia
- Episodio 1: Aspettami
- Episodio 2: Aspettami – II parte
- Episodio 3: La busta
- Episodio 4: La busta – II parte
- Episodio 5: Rospo di fango
- Episodio 6: Un rituale del cavolo
- Episodio 7: La cabina del vento
- Episodio 8: Sabba dreaming
STAGIONE 1
Nel pensiero magico legato al folklore coesistono due gesti speculari: l’atto di spazzare per pulire e proteggere e quello rituale per depredare e distruggere. Gli stregoni, armati di saggina, «distruggono e portano via tutto quello che possono», muovendosi di notte per «rubare il sugo delle vigne» e della terra. Nelle mani dei benandanti, invece, il gesto si ribalta, trasformandosi nell’atto supremo di “scopare via” la sfortuna per lasciare spazio alla prosperità.
Partendo dal presupposto che distruzione e purificazione siano la stessa cosa, cosa vorrebbe significare in pratica?
La sala d’aspetto è l’ambiente più duro da pulire. Lì si ammucchia spazzatura di ogni tipo, anche di generi mai visti prima. Ci sono ragni giganti tempestati di foruncoli putridi che tessono tele maleodoranti negli angoli dei muri e sopra le porte. Nanetti curvi e puzzolenti accovacciati sotto le poltrone che sputano catarro e muco con l’intento di far scivolare qualche ignaro passante. Mantidi religiose giganti appoggiate alla mensola sotto la finestra conficcano lunghe proboscidi nel vaso della pianta del pane, che non ce la fa più, è dissanguata e chiede aiuto. Ma quello che mi dà più sui nervi è il piccolo troll che attende le clienti davanti alla porta d’entrata: ha il fiato che sa di topo morto e impregna l’aria di effluvi disgustosi; recita tutto il giorno preghiere in latino ma le biascica all’inverso: “…ereresim eim sued dumnuces manged manudoit senuet.” Mi fa venire un nervoso da mordermi le labbra.
Vado nello sgabuzzino e mi guardo nel piccolo specchio sopra il lavabo. Sono magra e spettinatissima. Apro la borsa e inalo olio di incenso. Raccolgo i capelli nel foulard viola con i fiori blu. Indosso la tuta bianca in dotazione e gli occhiali da sole per proteggermi. Nel taschino del grembiule nascondo l’ossidiana nera per la tabula rasa e la salvia per dopo. Imbraccio la scopa, è ora.
Mi dirigo verso l’entrata della sala d’attesa pensando intensamente al vento e al fuoco. Immagino tutta la devastazione che so creare, fiamme di chioma e aria calda dell’est! Che merdaviglia! Sono una potenza!
Il primo a farne le spese è lo schifoso latinista sulla porta d’entrata: lo colpisco dritto in faccia con un colpo secco e sordo di saggina. Una mazzata violenta, data di taglio, che gli mozza il salmo in gola.
“Beccati questo!”
Il mostriciattolo emette un sibilo acuto, simile al fischio di una pentola a pressione, e si accartoccia su sé stesso.
Le setole di saggina diventano incandescenti. Visualizzo il fuoco finché le sue preghiere al contrario non diventano un fumo nero e denso che gli scaturisce dalla bocca spalancata. Si gonfia tutto. La sua pelle si crepa. Poi esplode e si scioglie in un liquame verdastro, sparendo tra le fughe delle piastrelle. Appaio fiera sulla soglia della sala d’attesa, spalanco la porta ed entro come un cow boy nel saloon.
“Ok ragazzi, la festa è finita!”
Mi scaglio con furia su ragni e nanetti, travolgendoli con mazzate incendiarie di saggina. Evoco il famigerato backdraft e il maestrale per incenerire le mantidi parassite, polverizzando la loro melma infetta. I mostri divengono cadaveri sotto i miei colpi ardenti, trasformando la sala in un inferno purificatore. Tutto si fa cenere. Sono stata velocissima questa volta.
Mi fermo. Nella stanza ancora fumante, mi lascio andare esausta sulla sedia accanto alla finestra. La pianta mi è immensamente grata.
“Ma prego cara, non c’è di che. Mi spiaceva vederti sofferente. Ora però devo pulire tutto.”
Non faccio in tempo a finire la frase, che qualcuno tossisce sulla soglia. Mi volto di scatto, tutta sudata, con gli occhiali storti sul naso e la mia arma letale ancora in mano.
“Mi scusi, la disturbo? Ho appuntamento con il Dottor Castelvecchio. Mi chiamo Anastasia Viglietti. Ho sbagliato ufficio?”
“Buongiorno cara! È nel posto giusto. Piacere sono Sabrina, lavoro per l’impresa di pulizie, ora le cerco subito il dottore. Aspetti pulisco la poltrona, così si può accomodare.”
A questo punto la cliente mi guarda con aria interrogativa, ma mi lascia fare.
Tiro quattro bussetti alla porta dell’ufficio del dottore, l’apro e mi sporgo, lui ha già capito.
“La faccia pure accomodare. Grazie Sabrina”.
Lascio la porta aperta. Mi volto.
“Ecco cara, il dottore l’attende.”
Lei mi sorride, si alza e scompare nel confessionale.
Bene ora ho il tempo di pulire i resti fuligginosi della mia opera di devastazione.
Imbraccio la scopa di saggina, ma cambio presa. Le dita non stringono più il legno come se fosse un bastone da guerra; ora lo assecondano, bilanciandone il peso. Evoco aria di mare. Penso a quella brezza salmastra del mattino presto, quella che si muove leggera sulla cresta delle onde, che non spezza nulla ma sposta e rinfresca, portando via il ristagno della notte. La salvia fumiga via le ultime resistenze.
Comincio a muovermi. Le setole galleggiano a qualche centimetro dalle piastrelle, sfiorando appena lo strato invisibile di energia rimasto sul pavimento. È un movimento fluido, continuo, un’onda che va e viene. Chiudo gli occhi, mi godo il profumo di sale e alghe, tutto è sole, spensieratezza. Mentre dondolo, canticchio, faccio giravolte e sorrido.
Toc, toc
Mi volto. Una signora sulla cinquantina dall’aria impacciata, tutta costretta in un tailleur rosa, mi sta fissando. Si vede che le scappa da ridere. Ma si trattiene.
“Buongiorno, cerco il Dottor Castelvecchio. Mi chiamo Anna Gualtieri, ho appuntamento alle cinque.”
Cavolo sono già passati tre quarti d’ora? Vabbè, il tempo è una sensazione, non una misura, questo l’ho imparato ormai.
“Prego cara s’accomodi. La segretaria è malata. Faccio io le sue veci. Mi chiamo Sabrina.”
Le stringo la mano. Mettiamo gli occhi dentro agli occhi.
“Lavori qui Sabrina?”
“Beh…veramente, faccio le pulizie.”
“Vedo, un ottimo lavoro!”
A questo punto i muscoli facciali si rilassano. Le spalle si aprono. Non mi trovo di fronte ad un’estranea.
“Posso chiederti una cosa Sabrina? Non sei obbligata a rispondere.” Lo dice con una cura immensa e tenera. Il suo tono è ampio, lascia a me la scelta.
“Certo!”
“Prima, quando sono arrivata, non è che per caso stavi recitando qualche formula mentre pulivi la stanza?”
Qualche secondo di silenzio.
Mi siedo accanto a lei e le racconto tutto.
Mi ascolta.
Mi sente.
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