Sabbia

Serie: I marchi sulla pelle


Sabbia. Sangue. Dolore. Lacrime. Fuoco.

Questo il calvario che Mya percorreva ogni dannata volta chiudesse gli occhi. Poco importava l’ora, quel dolore continuava a lacerarle il petto incessantemente. Aveva scavato una voragine tra i suoi seni e temeva di non vederne mai la fine, come se al risveglio le carni si ricomponessero per esser pronte al primo sonno. Ogni volta che quegli artigli invisibile le si conficcavano nella pelle, sperava di non svegliarsi più, che finisse quel supplizio. Per un periodo, non sapeva quanto lungo, aveva pensato che se avesse sperato ardentemente che il dolore sparisse, poco le importava come, questo lo avrebbe miracolosamente fatto. Ma non era accaduto e giorno dopo giorno era aumentato fino a schiacciarla. Dormiva solo quando era il suo corpo ad arrivare al limite, mangiava e beveva unicamente se Miranda glielo imponesse, i suoi rapporti con il mondo esterno si erano ridotti a quelli obbligatori. Come se il mondo avesse perso ogni forma di bellezza, ogni benché minimo interesse. Le sue giornate passavano a fissare incessantemente fuori dalla finestra, appollaiata su quello scomodo davanzale di pietra, sperando di vedere finalmente spuntare due smeraldi tra la neve, rendendosi poi conto che fossero sempre e solo foglie. Ma ormai, era passato più di un mese da quando aveva visto Resia l’ultima volta e il terrore che fosse morta si faceva sempre più strada in lei. Sapeva il Generale stesse facendo ogni cosa in suo potere per trovarla, ma come uno specchio, anche le forze di Lothar Gray erano sulle sue tracce. Tutti sembravano essere ossessionati dal trovarla; Lothar Gray per ucciderla, il Generale per salvarla, suo padre per punirla e lei. Si era resa conto nel momento in cui l’avesse persa quanto fosse diventata importante. Non avrebbe saputo dire in che modo, in quale forma e con quali sentimenti, ma le mancavano persino quei momenti in cui la guardava con gli occhi stretti chiedendole di non far qualcosa. Le mancava il non sentirsi mai sola, aprire gli occhi di risveglio dai propri incubi e trovarsela di fronte preoccupata, osservare le curve perfette dei suoi muscoli. Aveva scoperto persino che Resia avesse un profumo, un odore che si accorse fosse diventata il suo ossigeno personale a base di pioggia e legno. Tirò le gambe contro il petto, rabbrividendo nei propri vestiti ormai larghi, e trattenne un nuovo groviglio di lacrime. Ogni giorno ne versava così tante, fino ad arrugginire gli occhi come vecchie spade abbandonate. Guardò ancora fuori mentre asciugava le palpebre con la manica del vestito. Si sporse appena per vedere meglio il Generale Denver passeggiare e discutere animatamente nei giardini con suo padre. Carter Denver aveva cambiato radicalmente i rapporti con la famiglia Bloom, trovando quasi impossibile avere un dialogo con il suo vecchio amico e finendo per chiamare per nome Mya, ottenendo da lei di omettere il suo grado chiamandolo per cognome. Almeno, era meno formale. Tutte le sere passava per casa Bloom, salvo non fosse in qualche spedizione alla ricerca di Resia, e tutte le sere bussava alla porta della camera di Mya per darle la solita notizia.

L’uomo si fece scortare da Miranda Goodhope alla camera della ragazza, lasciando che la donna lo annunciasse e le desse il permesso di farlo entrare. All’inizio era stata dura, Mya non voleva vedere nessuno e meno di tutti le persone che l’avessero tradita. Poi, Carter Denver si era riconquistato un po’ della sua fiducia cercando Resia per mari e per monti. Entrò nella stanza ponendo un ringraziamento alla nutrice e un saluto cordiale a Mya. Non si sorprese di trovarla rannicchiata sul davanzale, ormai era il posto che occupava più spesso.

-Hai mangiato oggi, Mya?- domandò rimasto solo con lei.

Non ricevette risposta, ma nemmeno se l’aspettava. Si accomodò sulla poltroncina accanto alla finestra guardandola in viso; non le aveva mai visto occhiaia tanto profonde e nemmeno quei segni così scavati sulle guance di solito paffute.

-Ti stai distruggendo, Mya. Devi…

-Non dirmi cosa fare, Denver.

L’uomo si passò una mano sulla barba folta, abbassando il capo. Portava notizie nefaste e sapeva avrebbero calato una scure pesante sul capo della rossa.

-Ci sono novità.

Prima che potesse aggiungere la spiacevole notizia, vide gli occhi di Mya brillare di speranza. Saltò giù dal suo trespolo e si gettò in ginocchio di fronte il Generale, implorando con lo sguardo.

-Gli uomini di Gray hanno una pista. Pare che un mercante, durante il suo ultimo viaggio, abbia visto una ragazza nella neve. Era mal conciata e ha dichiarato di non essersi avvicinato credendola morta.

Lo vide come negli occhi di Mya si rompesse qualcosa per l’ennesima volta, come quella minuscola speranza fosse nata e uccisa mentre fosse ancora troppo indifesa. L’aiutò ad alzarsi da terra prendendola per le mani, non poteva sopportare di vederla sul pavimento come una qualsiasi sguattera. Gli occhi le si riempirono di nuove lacrime, più dolorose e meno inclini a voler retrocedere.

-Questo non prova e non smentisce niente, Mya. Non è ancora detto che…

-È tutto inutile!- sbottò la ragazza allontanandosi dall’uomo –Ormai è morta!

-Non possiamo saperlo, dobbiamo continuare a cercarla e non perdere la speranza.

In tutta risposta, Mya batté i palmo sul muro con così tanta forza da arrossarli. Sulle sue guance le lacrime rotolavano giù come un branco di lupi affamati pronti a sbranarla.

-Un mese, Denver! Un dannatissimo mese senza uno straccio di notizia!

-Mya, devi calmarti non ti fa bene tutto ciò.

Provò a bloccarla per le spalle, a domarla, ma la ragazza era ormai un incendio impossibile da spegnere. La guardò inerme mentre tirava via tutto ciò che adornava il proprio letto, mentre gettava all’aria tutti i prodotti per la propria cura, distruggeva le brocche e i bicchieri sul tavolo. Si fermò solo per la mancanza d’ossigeno, ferma con le spalle al muro e una mano sul petto a voler tappare in qualche modo quella voragine che lentamente si riapriva. Boccheggiò in cerca di ossigeno, spaventando a morte Carte Denver. L’uomo spalancò le finestre, ignorando il vento gelido che entrò, poi corse verso la ragazza scortandola verso dell’aria pulita.

-Respira, a pieni polmoni.

Il freddo sulla faccia fu un toccasana, l’aiutò a cercare di rimettere in fila i pensieri, ma anche a risvegliare un dolore più nitido.

-Credi davvero che sia ancora viva, Denver?

La sua voce fu un sospiro in una tempesta, un granello di sabbia perso in una tormenta, ma il Generale riuscì a sentirla e ad avere un minuscolo affaccio sul mostro che la divorava. Lasciò andare il suo busto, lentamente e accertandosi che avesse la forza di sorreggersi da sola, poi rimase accanto a lei ad osservare il paesaggio candido sotto la finestra.

-Resia è forte. Ha la pelle più dura di quanto tu possa immaginare, quindi sì, credo sia ancora viva.

Ci credeva davvero, era fermamente convinto che la propria adepta avesse trovato il modo per cavarsela. Ma quella cieca convinzione, non riusciva a trasmetterla a Mya. Era così preoccupato per lei, per la sua salute della quale discuteva spesso con Alater che, al contrario, sembrava non esser più in grado di avere un rapporto con lei di alcun tipo. Stava a lui badare a Mya e sapeva che il solo modo per riuscire a farla riprendere, sarebbe stato trovare Resia. Non aveva voluto chiedere la natura del loro rapporto, temeva di ricevere una risposta che non avrebbe gradito, ma sapeva che l’una fosse importante per l’altra. Troppo importante, altrimenti Resia non si sarebbe cacciata in quel guaio. Ciò che avesse fatto, andava oltre il progetto per far crescere Mya, era qualcosa di personale e nonostante avesse salvato l’altra da ciò che sembrasse essere a tutti gli effetti uno stupro, se pur con il permesso obbligatorio della rossa, aveva comunque agito d’istinto e infranto le regole. La famiglia Gray era potente e sapeva che se l’avessero trovata, le avrebbero fatto patire pene indicibili. Era così combattuto sul da farsi, l’Accademia pretendeva che un Ike disertore fosse arrestato e giustiziato e lui la rappresentava. Altre volte era capitato che degli Ike scappassero, ma mai di dover scegliere se salvare la vita del Lakas o di quest’ultimo. Perché ne era certo, se non avesse trovato Resia, Mya ne sarebbe morta per il troppo dolore.

-Posso farti una domanda?- chiese di punto in bianco la ragazza.

Si voltò appena verso di lei, per farle comprendere che fosse in attesa.

-Perché hai scelto Resia?

-Era la migliore che avessi in quel momento e Alater…

-Denver! Te lo sto chiedendo io, non lui.

L’uomo si trovò a disagio per un istante, per quanto fosse una domanda alla quale avesse risposto più e più volte, comprese che fosse altro ciò che Mya volesse sapere.

-Per salvarla. Resia è sempre stata una macchina da guerra perfetta e desideravo per lei un po’ d’umanità. Tuo padre aveva chiesto un soldato e io lo avevo accontentato, ma sapevo che con te avrebbe avuto una possibilità. Lei doveva farti crescere, ma speravo che tu le dessi un po’ di calore.

Mya si ritrovò a sorridere amara.

Che lo avessero voluto o meno, lei e Resia erano legate da un destino più grande di loro.  

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Discussioni

  1. Cavoli. Se in parte mi aspettavo l’evoluzione del rapporto tra Mya e Denver (alla fine lui è più empatico del padre), non mi aspettavo la motivazione del perché proprio Resia. E si, è chiaro che il legame tra le due non è banale.

    1. Ciao Micol, in realtà non ho ancora una linea. Ho tantissime idee, una più diversa dall’altra e quindi ogni volta lascio che sia a storia a scriversi. Ragion per cui, non ho idea di cosa succederàXD