
Sabbiamara
“Papà guardami, sono una rondine” – corro verso la riva con le braccia aperte.
“E io sono un’aquila e ti mangio!” – rispondi rincorrendomi.
“Ma papà, le aquile non mangiano le rondini! E non profumano di cioccolata.” – replico al tuo abbraccio mentre cerchiamo di non cadere.
“Hai ragione Khaled, le aquile creano un nido sul punto più alto e proteggono i loro cuccioli dal mondo. Sei la mia vita, non dimenticarlo mai” – mi accarezzi i capelli e abbassi lo sguardo.
Con queste parole nella testa cerco di ricordare qualcosa ma le immagini sono confuse. Mi siedo su uno scoglio, guardo il mare, e aspetto che mi vengano in mente; aspetto il mio papà e qualsiasi cosa che mi aiuti a ricordare.
La luna si affaccia all’orizzonte, é quasi sera e lo sconforto comincia ad accarezzarmi ma, improvvisamente, come un miraggio dietro una nuvola di sabbia, un falò attira la mia attenzione.
“Sono salvo!” – penso, avvicinandomi ai ragazzi intorno al fuoco e, imbarazzato, cerco di non disturbare. Qualcuno mi precede e si presenta.
“Ciao, sono Samir” dice un bambino dai folti capelli ricci.
“E io sono Jafar!” – improvvisamente un altro bambino, più piccolo, spunta da un cespuglio con un gran sorriso.
“Jafar, mi fai sempre spaventare” – continua Samir toccandosi la fronte – “Benvenuto, é un piacere averti tra noi, come ti chiami?”
“Khaled, questo è il mio nome” rispondo, ma Samir mi interrompe subito.
“Eccoli! Schhhh, zitto Khaled! Guarda! Guarda la sabbia. Lì, sulla riva. Non farmi domande, non sappiamo molto su questa spiaggia. Tutti la chiamano La terra delle lanterne e, ogni sera, degli spiriti con delle luci gialle vagano in cerca dei propri cari. Noi possiamo solo attendere il giorno, nessuno ha provato a parlargli”.
Nascosti e spaventati ci addormentiamo ma, alle prime luci dell’alba vedo una sagoma familiare in lontananza.
“Papà, papà!” dico correndo.
“Khaled!” urli il mio nome rivolgendoti al cielo.
Corro, inciampo e con affanno ti raggiungo. Sei in ginocchio sulla sabbia ma sei vivo, grazie al cielo.
“Papà, sono qui, perdonami non volevo allontanarmi” – ti dico velocemente.
“Papà, guardami, perché piangi?”.
Sono felice di vederti ma tu non mi degni di uno sguardo. Resti in ginocchio voltandomi le spalle, dondolando lentamente. Mi faccio avanti per abbracciarti ma un lembo di stoffa verde si attorciglia sulle tue braccia. Quella stoffa sfilacciata e piena di sabbia vibra minacciosa ad ogni soffio di vento e sembra la coda di un serpente a sonagli. Quell’immagine mi blocca le gambe e resto qualche secondo alle tue spalle mantre tu continui a dondolare sulle ginocchia.
Con un grosso respiro riprendo le forze e mi avvicino in silenzio, fino a quando il cuore mi si ferma…e il sangue mi si gela. Succede tutto in un secondo. Un urlo straziante esce dalla tua bocca, allungo le mani verso di te ma vedo le tue braccia stringere un corpo inerme.
Indietreggio di un passo, e con la bocca aperta cerco di respirare più forte. Mi manca l’aria, gli occhi mi bruciano, non voglio crederci. Stai baciando il mio viso, stai stringendo il mio corpo…
“Khaled, figlio mio, non doveva finire così…non doveva finire così…” ti sento sussurrare.
Resto immbobile, a piedi nudi sulla sabbia e una voce alle mie spalle ferma i miei pensieri.
“Ciao, chi sei?” mi dice con voce squillante.
“Mi chiamo Khaled” gli rispondo senza neanche voltarmi. ” Ho salutato la mia terra e sono partito con mio padre per una vita migliore. Ho indossato il completo verde a righe, quello delle grandi occasioni. Non so dove mi trovo e le ultime cose che ricordo sono delle casette bianche con le finestre blu, dei fiori lilla che pendevano da piccoli balconi di legno, il profumo del mare e il vento che mi accarezzava i capelli. Eravamo su una barca malconcia e diretti in Italia. Poi, un urlo improvviso di un uomo che puzzava di fumo e gasolio ha fermato il mondo! Ricordo il buio, l’acqua, il freddo e tante mani che si aggrappavano alla notte. Da allora non ricordo più niente. Mi chiamo Khaled, ho sette anni e amo la mia vita. E tu, chi sei?” gli domando meccanicamente mentre osservo il lungo viavai della guardia costiera che copre il mio corpo con un telo e posa le grandi lanterne gialle utilizzate nelle ricerche notturne.
“Sono Omar, sono appena arrivato e cerco la mia mamma…”
In memoria di Samir, Khaled, Jafar, Omar e di tutti gli altri bambini senza nome.
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Complimenti per questo bellissimo racconto (sia per la struttura che per la narrazione che hai saputo fare del dramma senza retorica, facendo assumere alla tragicità dei tratti quasi leggeri -da bambino- per poi riconsegnarla tutta al lettore nella parte finale). Mi è capitato per caso sotto agli occhi e vedo essere di qualche anno fa, ma sempre attuale purtroppo.
il tema dei migranti è molto delicato, è difficile ancora di più raccontarlo dalla prospettiva dei bambini, forse andava sviluppato di più…
commuovente
Un racconto struggente, delicatissimo da tessere in parole quando si sa essere una realtà tanto attuale. Bravo!
Un racconto tenero. Ho apprezzato il tuo stile.
Ciao, grazie per averlo letto.
Condivido tutto quello che hai detto, ma non sono quel tipo di autore. Ogni tema è un tema attuale. La differenza, a volte, sta nel modo di raccontarlo e, a volte, nel modo in cui vogliamo leggerlo.
Meh, i racconti che cavalcano le onde emotive hanno vita breve, invecchiano rapidamente.
Sono d’impatto, parlano di temi importanti, ma alla fine danzano sulla linea tra “io autore sto sfruttando una tragedia per farmi leggere o sto facendo qualcosa per quella tragedia?” e spesso si è dal lato sbagliato.