SALA D’ATTESA

Da almeno tre ore mi trovo al Pronto Soccorso, intento a fissare le pareti vacue di una stanza consumata dal dolore, dall’ansia e dalla disperazione. C’è un odore acre, tra queste mura che raccontano anni di storia: un misto di sofferenza e rabbia. Nessuna parola che faccia rima con pazienza o speranza, invece. Che poi, la stessa dicitura, ovvero “Pronto Soccorso”, è di per sé, ingannevole. A priori. A prescindere. Di pronto, pare non esserci proprio nessuno. C’è un continuo via vai di camici, intervallato da scambi di voci, pareri, sguardi. A volte sommessi, a volte inquieti. C’è un’infermiera che continua a digitare lettere sulla tastiera del pc: saranno ormai trenta minuti e più che scrive, senza alzare lo sguardo. Nemmeno Penelope, quando tesseva la sua tela, era così concentrata. O forse ha solamente paura di incrociare i nostri occhi che, col passare del tempo, si fanno sempre più feroci e stanchi. Quando toccherà a me? Dovrò ancora aspettare molto? Anche perché qui, di proci, ce ne sono davvero tanti, a giudicare dagli afrori che incendiano l’aria: io non sono Penelope, non posso resistere vent’anni; al massimo altri venti minuti. Per carità: sono arrivate un paio di ambulanze con casi decisamente più urgenti del mio e quindi, anche il naufragare in questo mare di parziale sofferenza può essere dolce, se paragonato agli oceani in tempesta che hanno alimentato questa notte di luglio. Sarebbe bastato un karma un po’ più favorevole. Semplicemente sarebbe bastato non incontrare un cretino che ancora non ha capito che le rotonde non sono delle attrazioni di un luna park, ma strumenti nati per velocizzare e semplificare la viabilità stradale. (e meno male che ai tempi di Ulisse le rotonde non esistevano, altrimenti aveva voglia ad aspettare, la povera Penelope). Invece, per colpa di un cretino, mi trovo qui, da tre ore, con dolori un po’ ovunque, probabilmente per via del colpo subito. Nulla di preoccupante, almeno secondo quanto riporta il colore “bianco” del codice attribuitomi da un’infermiera che, di gentilezza e cortesia, non deve aver mai sentito parlare.

Nessuno è pronto, figuriamoci parlare di soccorso. Non mi ha soccorso nessuno, per ora. Ripeto, l’infermiera ha deciso che non sono grave. Sulla base di cosa, poi? Lo sa lei, come mi posso sentire? Oppure è troppo impegnata a pensare alle vacanze estive e alla prova costume che, inesorabilmente, non supererà mai? (è inutile che indossi la maglietta con scritto “Très chic, très jolie”; si vede che l’hai comprata in saldo senza conoscere una benché minima parola di francese). In ogni caso, non è nemmeno colpa sua. (del resto se la maglietta costava poco, ha fatto bene a comprarla). E’ proprio la dicitura che capeggia fuori dall’edificio che induce all’errore ed è fuorviante. Invece di scrivere “Pronto Soccorso”, avrebbero potuto scrivere “Vi aiutiamo se e quando possiamo”. Ecco, almeno ci sarebbe stata un’onestà di fondo.

Chissà quando chiameranno il ragazzino seduto accanto a me. No, per carità, non è un attacco di buonismo, il mio. Tutt’altro.E’ talmente insopportabile, questo moccioso che non avrà più di dieci/undici anni, che, se non ci pensano i medici a curarlo, potrei pensarci io, ma in modo definitivo. (tanto Penelope dovrebbe aver quasi terminato il sudario, ormai). Sarebbe un’opera buona, per il mondo di oggi e soprattutto di domani. Non provocatemi, per favore.

Fa caldo in questa stanza. Di aria condizionata, manco a parlarne, come ribadisce da almeno un’ora, a mo’ di mantra religioso, la signora seduta dinanzi a me, le cui movenze ricordano molto una certa Elena di Troia, una donna del foggiano, nota per essere amente del divertimento e della trasgressione. Non vorrei essere nei panni di chi deve prendersi cura di tutti questi corpi che emanano aromi indefiniti ed indefinibili. Poveri loro. Poveri noi.

Nel frattempo, sarà passata un’altra mezz’ora. Io dovrei essere a cena fuori con Paola: un primo appuntamento andato a farsi benedire per colpa di quel cretino. Erano sei mesi che ci lavoravo alla cosa. Possibile che per colpa di un pirla qualsiasi tutto debba andare a puttane? Già, ma chi lo sa. Forse il fenomeno s’è distratto, alla rotonda, proprio perché a troie, ci stava andando lui. Scommettiamo che si chiama Ulisse?

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