
SALE
Oggi è sabato. Precisamente è “Un sabato italiano”. È dal 1983, da quando Sergio cantava questo ritornello, che ho Caputo cosa fosse un tormentone, prima ancora di sole, cuore e amore.
È il dì che precede la festa, anche se per i pensionati, io ne faccio parte dal primo gennaio, ogni giorno è festa; ne ho avuto la conferma sfogliando il calendario Inps 2023, quello con le foto di un cantiere diverso per ogni mese dell’anno, dove non esistono giornate nere perché i giorni sono tutti segnati in rosso, e non solo per i pensionati di sinistra. Sinceramente preferisco il calendario Pirelli del mio gommista, anche quello dell’anno precedente.
I giorni per me sono tutti giorni uguali: di 24 ore, 1.440 minuti, 86.400 secondi sia il lunedì, il martedì o il mercoledì, ma anche il giovedì, il venerdì, il sabato e pure la domenica; sono solo di 7 nano secondi secondo i 7 nani, ma questa è soltanto una battuta che circola nel circolo dei fisici quantistici, quelli impegnati nella ricerca di quantificazione dei quanti, quanto faccia ridere e a quanti non è quantificabile, trattandosi di umorismo quantico, ma dalle ultime indiscrezioni sembrerebbero attestarsi tra l’unità e un miliardo di miliardi elevato a un miliardo di miliardi: “Quanti?” Fate voi i conti; io, nell’attesa del risultato, sfoglio il calendario Pirelli.
In definitiva la mia vita “È come fosse domenica”, la canzone festivaliera di Achille Lauro presentata a Domenica In davanti a una “Zia” Mara che se lo mangiava con gli occhi.
Passeggiando per il centro cittadino, in questo sabato festivo stranamente affollato, ho osservato molte persone impegnate nello shopping, shopping compulsivo solo nel nuovo negozio cinese Sci Ho Ping, dove vendono non tutto ma di tutto e sempre a basso prezzo, roba cinese dalla A alla Z per la verità, dove manca solo la lettera R. “Che stlano! Pelò tutto velo, ve lo posso assiculale.”
Anche nell’altro millennio non mancavano le occasioni per lo shopping, Sci Ho Ping mancava, ma solo nel senso che non c’era, e per fortuna che non c’era. Nel nuovo millennio si va per negozi ma si acquista poco: si guarda, ci s’informa, si confronta e poi si acquista online dove è più comodo e conveniente, riempiendo carrelli virtuali di oggetti introvabili altrove come ad esempio uno schiaccianoci per cani vegani a soli 9 euro e 99, un’occasione imperdibile da condividere con gli amici cinofili. Ora una riflessione: “Che vita da umani quella dei nostri poveri cani, e che vita da cani quella di tanti poveri esseri umani”. Invece di investire in una banca etica dovevo investire in una delle multinazionali del pet!
Una buona percentuale d’italiani neanche esce di casa, talmente sono impegnati nelle loro chat virtuali, nei loro tour virtuali proposti dai tanti negozi virtuali, dove riempiono carrelli virtuali ma consolidano debiti reali. Qualcuno esce solo per l’aperitivo, perché quello virtuale garantisce al massimo un bicchiere mezzo pieno, un bicchiere versato a metà nel metaverso. Non è per fare il verso al metaverso, è che così si godono una vita a metà.
Si è perso il piacere ineguagliabile di vedere gli oggetti dal vivo, di toccarli, di annusarli, d’indossarli; tutto è rimpicciolito, sproporzionato, bidimensionale, asettico, inodore nelle pagine Web che milioni di utenti digitali sfogliano compulsivamente ogni giorno.
La sensazione che si prova rovistando nei negozi reali non si può provare in un negozio virtuale.
Forse a causa del covid molti hanno perso il senso del gusto, anche quello di uscire di casa, tanto sono abituati agli acquisti online dove tutto è insipido, dove manca quel sale che dà gusto alla vita. È l’insipienza che avanza, un’insipida insipienza la definirei: poca voglia, mancanza d’impegno e ora anche di sale.
Siamo a gennaio e le vetrine si riempiono di cartelli colorati diversi per forma e dimensioni: rotondi, quadrati, rettangolari; me ne sono accorto per l’esagerata vendita di sale, forse dovuta all’insipida insipienza montante. Tutti i negozi, di ogni genere, pubblicizzano e vendono sale; sale a partire dal giorno……, sale fino il……, tanto che i Monopoli di Stato sono stati allertati da un alert tempestivo dei Carabinieri. Un altro alert dei Monopoli di Stato ha allertato l’Arma avvisando i vertici che il sale non è più un Monopolio di Stato.
Guarda caso la mia scorta di sale si sta esaurendo, di solito me ne accorgo solo ad ogni morte di Papa: ora l’occasione è arrivata, avrei preferito volentieri farne a meno ma in questa vita tutto è destinato a finire, anche il sale. Così ho provato a chiedere del sale nel primo negozio vicino sotto casa, un negozio di calzature con le vetrine piene di cartelli: SALE meno 40% nella prima vetrina, SALE meno 50% nella seconda; nella terza il sale era scontato addirittura di un ulteriore 30%.
“Buongiorno!” di solito saluto entrando. Vedo una signora di schiena china dietro il bancone: stava sistemando delle scatole di cartone nello scaffale più in basso. Era una commessa sulla trentina: capelli lunghi, gonna corta, gambe lughe e affusolate, e un fondoschiena direi interessante, ma è una valutazione di parte, solo di una parte, quella comunemente definita lato “b”. Dopo qualche secondo, sufficiente per una seconda e più approfondita valutazione complessiva, lei si gira sistemandosi la gonna. Per niente imbarazzata, anzi, dimostrando un piacevole compiacimento si rivolge a me: “Desidera?”
“Volevo due chili di sale fino e quattro di sale grosso.” La commessa, invecchiata d’una ventina d’anni nel tempo di una mezza giravolta, allarga le braccia sconsolata continuando con le classiche parole: “Volentieri, ma…. desidera qualcos’altro?”
“No grazie, proverò più avanti lungo la strada.” rispondo educatamente. Dalle mie parti quando ti rispondono volentieri significa: “Mi dispiace, ma non posso accontentarla”. Ho riprovato in un negozio di abbigliamento sportivo più avanti. Il commesso, seccato, mi ha guardato come fossi un matto e senza peli sulla lingua in dialetto triestino: “No la vedi cossa xe scrito fora: tute, giuboti, felpe, pile. Ghe par che vendemo sal?” (Non vede quello che c’è scritto fuori: tute, giubbotti, felpe, pile – non le batterie -. Le sembra che vendiamo sale?)
Provo e riprovo, ma niente da fare: nessuno vende sale nonostante i cartelli bene in vista.
Poi entro in un grande magazzino e, mentre mi avvicino alla scala mobile, un cartello desta la mia curiosità. Così chiedo maggiori informazioni ad una commessa di passaggio.

“Posso disturbarla per un’informazione? È vero che vendete sale al primo piano?”
La commessa, stupita dall’insolita domanda, replica: “Ma non vede che il cartello con scritto sale è per indicare che la scala mobile sale?”
E vorrei ben vedere l’incontrario; scendere dal piano terra per arrivare al primo piano è fantascienza.
La mia pressione è al massimo con tutto questo sale. Così torno a casa, sconsolato ed avvilito; e senza sale per giunta.
Davanti al portone di casa incontro l’impicciona, la vicina di casa, quella che, oltre a dar da mangiare ai piccioni, sa sempre tutto di tutti.

“Buonasera Sig. Fabius. Oggi è sabato, giornata di saldi.” Poi, guadardando le mie mani vuote “Che strano! Vedo che non ne ha approfittato per degli acquisti. Non si è accorto dei tanti cartelli?”
Faccio finta di niente. Fatti assieme i pochi scalini che portano all’ascensore l’impicciona affonda il coltello nella ferita mettendoci un pizzico di: “Sale con me?”
P.S. Un po’ di sale dà sapore a tavola. Ma se viene usato impropriamente, è il simbolo dell’inaridimento della lingua italiana.
Ma scrivere in italiano saldi è forse vietato?
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Accipicchia Fabius: ironia e intelligenza da “nuovi arrivi”!
Hai molto da dire, il tuo è lo sguardo arguto di colui che osserva e, incredibile a dirsi, riflette.
Vedi, io non posso che ringraziarti per questa piacevolissima lettura, ma al di là di tutto c’è l’ammirazione per l’uomo (intendasi quello nella botte) che abbraccia il mondo con il proprio pensiero, che non smette di cercare. Il “cosa” fa la differenza.
Applauso anch’io.
Troppo buono. Lo spenderò come un buono omaggio adesso che esco per saldi.
Grazie. Visto i saldi non considerare il mio un ringraziamento scontato: è proprio dovuto.
Prima di tutto, direi, se si potesse dire, “Buon pensionamento”. Mi sono divertita osservandoti camminare per le vie della moda in cerca di sale. Sono sicura che al negozio cinese avresti trovato pure quello. Complimenti per il bellissimo racconto!
“scendere dal piano terra per arrivare al primo piano è fantascienza”
Applauso
Grazie, troppo buono.
Da applausi Fabius! Bellissimo racconto. Aggiungo che c’è pure gente che fa sesso virtuale. Stendiamo un velo pietoso su come il virtuale sia diventato “reale” altrimenti non la finiamo più. Molto divertente pure tutta la parte del sale. Ma la vicina impicciona è d’obbligo in ogni condomino? Alla prossima Fabius!
Grazie dell’applauso. L’impicciona in ogni condominio non manca mai. Questa, tutto sommato, non è male; lascia almeno un buon profumo in ascensore..
Divertente, nonostante un leggerissimo retrogusto amaro, per alcuni aspetti tristemente veri della realta`che descrivi. Ho assaporato parola, per parola di questo tuo elaborato, a tratti sfizioso, e con la giusta dose di sapidita`, come una buona ciambella ben riuscita.
Quanto quanto quanto mi piacerebbe scrivere un testo neorealista: “Sale” è immeritatamente un “riso amaro”. Grazie dei commenti, forse così la mia autostima “sale” rendendo meno insipida l’esistenza non solo la mia ma anche quella di qualche lettore.
Saldi nella quotidianità e con sale in zucca! Sempre piacevoli e arguti questi giochi di parole!
Ti ringrazio per avermi seguito fino adesso. Sei uno dei primi, forse il primo, follower, spero di non deluderti avanti.