
San Cristobal de las Casas
La veranda di canne creava chiazze d’ombra azzurra e sprazzi di luce come un quadro di Renoir. Un pomeriggio splendido a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas, in Messico. Paolo ed io eravamo seduti sotto la veranda con le spalle al muro per sentirne il fresco guardando, sonnolenti, i colori del mercato. Scendono dai monti e arrivano anche dal Guatemala per quel mercato, donne dai capelli neri, densi e lucidi, con bimbi annegati tra le pieghe delle loro coperte variopinte. Visi maya che sembrano sbozzati nella pietra. Uomini piccoli e tarchiati, seduti bocconi con lo sguardo perso nel vuoto.
Bevevamo birra appoggiando le bottiglie gelate alle tempie per rinfrescarci. Accanto a noi alcuni ragazzi provavano un numero di danza che avrebbero eseguito la sera in qualche ristorante. Una donna accovacciata spulciava la testa di un bambino seduto tra le sue gambe. C’era nell’aria un vociare attutito dal caldo, una cacofonia di voci, versi di animali, scalpiccio e stridere di carretti. Si sentiva l’odore intenso e dolciastro della carne nera ammucchiata nei cesti, quello aromatico delle spezie e quello aspro del pollame chiuso nelle gabbie.
D’un tratto la musica si ferma, come per cedere il passo al suono che l’ha distratta. Un grido acuto di donna, un urlo isterico, modulato dai singhiozzi.
I ragazzi corrono verso il sole. Altri escono dal locale guardandosi attorno abbagliati. All’esterno, come una mandria spaventata, dopo un attimo di sbandamento, si forma una corrente di uomini e donne che seguono il suono.
Ci precipitammo. Si era formato un crocchio compatto. Ci facemmo largo. Al centro, serrata dalla folla, un’automobile, larga, cromata, immobile come un balena spiaggiata e, davanti, un corpo minuto sotto il parafango come se ne uscisse dalla bocca.
Una donna scarmigliata, sorretta da qualcuno, si graffiava la faccia e urlava. Dentro l’auto si scorgeva il viso pallido e sudato di un altra donna. Il guidatore, uscito dall’auto, gesticolava e parlava in inglese, attorno a lui un muro compatto di facce impassibili che lo serrava contro l’auto. Ci colpì il silenzio, rotto solo dai lamenti della madre e da un mormorio gutturale, come il vibrare di cento gole, mentre le teste della folla oscillavano all’unisono.
Il mio amico si inginocchiò e tastò delicatamente il corpo della bambina che aveva gli occhi sbarrati, e perdeva sangue dalle orecchie e dal naso.
Si poteva solo guardare impotenti quegli occhi aperti e sentire il gorgogliare sommesso del suo respiro. Era viva, immobile, silenziosa.
Poi qualcuno gridò “Gringo!”
Fu come un cerino in una pozza di benzina.
Il grido fu ripreso da un altro, poi da un altro. Una donna diede uno spintone al guidatore con entrambe le mani, imprecando. Questi barcollò arretrando, fu sospinto avanti, qualcuno lo colpì, apparve un bastone. Ora a urlare era la sua compagna, nell’auto, con gli occhi bianchi di terrore. L’americano cercò di risalire in macchina, ma non c’era spazio per aprire la portiera, infine si accartocciò e sparì alla mia vista.
Per l’ambulanza la folla si divise e la bimba presto scomparve in una nuvola di polvere. Per la polizia la folla fece muro e ci vollero randellate e urla per tirare fuori i due americani. Era andata meno male di quello che temevo. In realtà non l’avevano linciato, ma solo insultato e coperto di sputi. Il vero dramma si era svolto dall’altro lato dell’auto.
All’interno, grassoccia, tinta e cotonata, l’americana con gli occhi sbarrati dal terrore. Duecento anni di pregiudizi e stupidità la tenevano incollata al sedile.
All’esterno la madre della piccola vittima. I capelli umidi di lacrime che le disegnavano il viso premuto contro il vetro, le labbra immobili, gli occhi fissi su quelli dell’americana. Poi alzò lentamente la mano appoggiandola al finestrino e lasciando una nitida impronta di sangue. Il sangue della bambina. Infine strabuzzò gli occhi e svenne. Exit.
Il proprietario del bar ci prese per mano, parlando rapido a quelli che ci circondavano alla ricerca di nuove vittime per la propria rabbia. Diceva che eravammo italiani e ci sospingeva brusco lontano dalla calca.
Poi come per un segnale, la folla si disperse. Vedemmo da lontano il guidatore che si asciugava la fronte seduto su una sedia portata da un bar con un gendarme che lo interrogava. La grande auto impolverata in mezzo alla piazza e, all’interno, la donna immobile che piangeva.
Sotto la veranda, una donna accovacciata spulciava rapida i capelli neri di un bambino seduto tra le sue gambe.
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Un racconto che descrive la disperazione per una disgrazia in tutte le sfaccettature. Molto scorrevole, con parole semplici, a tratti crude. Voto per il tuo racconto.
Bellissimo questo tuo ricordo che ci hai voluto regalare. La letteratura che preferisco. Quella che mescola la vita vissuta con la capacità di saperla raccontare; il luogo reale visto con gli occhi che poi diventa luogo dell’anima; il viaggio, compiuto una volta o cento che ci ha cambiato facendoci diventare quello che siamo. Di quella giornata vissuta si percepisce tutto, dai colori al calore, alla polvere. E si vedono i volti delle persone e gli occhi spaventati. Sarebbe stato bello se tu lo avessi personalizzato, ma, giustamente, siamo noi che scegliamo quanto del nostro vissuto donare ai lettori.
Molto suggestivo. L’hai vissuto?
Sì, con qualche concessione al racconto. Comunque basato su un mio viaggio in quel luogo.
Bellissimo questo tuo racconto e mi piace pensare, caso mai fosse una storia vera, che la bambina possa essersi salvata.
Mentre leggevo era come stare davanti alla tv, guardando un film. L’atmosfera calda, i colori accesi, un ambiente ricco di variegate presenze umane. Una storia breve ma intensa, fitta di situazioni particolari che rendono molto credibile la narrazione.
Domanda, forse indiscreta: sei uno sceneggiatore?
Grazie come sempre. No, sono un designer e illustratore, la parola è un passatempo.
Sembra una storia vera. Bravo, esposizione impeccabile.
Grazie, gentilissimo. Quasi vera. Nasce da un episodio vissuto in quel luogo diversi anni fa.
Alcuni racconti hanno vita travagliata (almeno i miei). Nascono come appunto, diventano diario, vengono inseriti in un progetto più ampio cambiando protagonista. Vengono riscritti tempo dopo quando ne ho perso abbastanza memoria da accorgermi dei miei errori…
Direi che di base è vera. Con qualche concessione letteraria. Grazie