Schermagliatori contro scudieri

Da qualche parte nella Grecia antica, prima della nascita di Cristo

La truppa marciava in direzione del Monte Olimpo. Iolao osservava la montagna chiedendosi cosa stessero facendo gli dei: giocavano con le loro vite, si annoiavano o neppure se ne interessavano? Non ne aveva idea. Si sistemò meglio i giavellotti in spalla e continuò a camminare con il resto della truppa.

Dopo aver superato un costone di roccia, si fecero più vicini all’obiettivo. Se le spie non avevano sbagliato, l’accampamento nemico era poco distante. Iolao si chinò un momento a scrutare delle tracce lasciate sul terreno. Le trovò confuse, ma capì che di lì erano passati molti uomini appesantiti da un equipaggiamento forse da oplita. «Ci siamo» annunciò al locago, invitandolo ad avvicinarsi a lui.

Ci furono cupi cenni di assenso fra i commilitoni.

Il locago pure l’aveva sentito. «Facciamo attenzione. Non vorrei che…». Non poté concludere perché dal costone di roccia vicino calò un giavellotto che con mortale precisione gli trafisse la gola. Precisione o colpo fortunato?

Gli schermagliatori si prepararono ad accogliere l’assassino del loro comandante, Iolao vide che dalle rocce erano sbucate figure simili a spiriti, ancora un po’ e avrebbero sbuffato fumo dalle froge come se fossero creature degli inferi.

Al di là dell’aspetto temibile, Iolao comprese di avere di fronte i nemici. Non opliti, ma scudieri: le truppe scelte del nemico equipaggiate con grandi scudi. «Prepariamoci» alzò di un tono la voce.

I commilitoni gli diedero ascolto.

Altri giavellotti calarono dall’alto verso il basso seminando morte tra gli schermagliatori. Peggio della falce di un contadino.

Assistendo a questa scena, Iolao arretrò gettando a terra i giavellotti, neppure intendeva usarli. Aveva fatto il suo dovere, non voleva rimanere ferito.

Gli schermagliatori provarono a resistere, ma la pioggia di proietti fu come una grandinata titanica. Doveva essere che gli dei erano in collera con loro, se non che Iolao aveva giocato scorretto.

Quando anche l’ultimo schermagliatore annegò nel suo stesso sangue, gli scudieri abbandonarono le rocce e calcarono il terreno zuppo di morte. Qualcuno infierì sui cadaveri.

Iolao sbucò davanti a loro. «Sono io». Si spaventò: per poco non lo colpirono con un giavellotto.

«Ah, sì, sei tu» gli venne incontro il comandante degli scudieri.

«Ho permesso lo sterminio dei miei compagni. Ora…».

Il comandante nemico strappò dal cinturone una saccoccia. «Prendi». Gliela gettò a terra.

Iolao la raccolse, avido. Il tintinnio metallico gli piacque, come l’altro l’aveva trattato no.

«E sparisci» aggiunse l’”amico”.

Iolao storse la bocca: avrebbe tradito pure loro, ma non prima di godersi il denaro guadagnato vendendo i commilitoni.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Iolao osservava la montagna chiedendosi cosa stessero facendo gli dei: giocavano con le loro vite, si annoiavano o neppure se ne interessavano? “
    Una domanda che spesso mi faccio anch’io, senza retorica 😂

  2. Bel racconto, Kenji!
    Leggo sempre volentieri le tue storie, perché, come riportato da Giancarlo, sono storicamente contestualizzate e questo dà un senso di realismo che coinvolge fino alla fine.
    Sembra quasi un approccio da “cinema verità”, dove lo spettatore/lettore non sa mai completamente se ciò che sta vedendo/leggendo è tutto vero o finzione.

  3. Trovo sempre interessante l’approccio, che noto anche in questo racconto, di narrare un evento immaginario – sebbene storicamente ben contestualizzato – con un distacco ed una obiettività da testo storico, da cronaca contemporanea. Non c’è giudizio, non c’è valutazione, solo descrizione. Dettagliata, anche introspettiva e soggettiva (dal punto di vista del personaggio principale, ad esempio), ma comunque senza un preciso posizionamento della narrazione rispetto ai fatti.
    Questa è chiaramente una scelta compositiva, una scelta molto cogitata e che richiede uno sforzo non indifferente. Una scelta pericolosa perché rischia di lasciare il lettore freddo, senza coinvolgerlo.
    A mio modesto parere questo rischio, qui, è stato brillantemente evitato. Nonostante l’approccio freddo ed oggettivo della descrizione, pur nel punto di vista del personaggio che oggettivo non può essere, e qui sta la maestria dell’autore, il racconto colpisce e coinvolge. Unita alla pulizia ed eleganza dello scrivere, con stile che definirei minimalista, questa maestria mi sembra vincente.
    Bravo Kenji, ancora una volta.