Scomode risposte

Serie: Come fa la luna con le maree

Olga ha quarant’anni, una vita dedita ai figli e al marito, e un cuore carico di certezze per lo più dolorose. È diventata donna crescendo tra gli scherni e le menzogne, prestando servizio come cameriera nella casa di una nobile famiglia che non è mai stata la sua perché Olga è sempre stata la “figlia di nessuno”. Quello che non sa è che tutto ciò che crede di sapere non corrisponde alla realtà, che niente è come le è sempre sembrato, e che nessuno è chi dice di essere, nemmeno lei. Ci sono verità che, da anni, attendono soltanto di essere rivelate.
Sarà un indizio nascosto in un quadro ad aiutare quelle verità a salire a galla, ribaltando tutte le sue convinzioni.

Le gambe la guidarono, quasi inconsciamente, verso la casa in cui abitava sua madre insieme al marito e ai due figli avuti da lui. Corse a perdifiato per mezz’ora mentre la luce del plenilunio le illuminava la strada. Al di là delle siepi che recintavano la proprietà, vi era una finestra che lasciava intravedere la luce delle candele. Si avvicinò calpestando le foglie secche che ricoprivano il cortile. Con una mano strinse il suo grembiule quasi fosse un appiglio per tenersi in equilibrio, mentre con l’altra si appoggiò al davanzale e si aiutò a sollevarsi dal suolo quel tanto che bastava a dare un’occhiata all’interno. Si sarebbe fatta vedere da sua madre, lei l’avrebbe invitata a entrare, e il marito, impietosito da quella improvvisa visita notturna, avrebbe lasciato che si stringessero forte prima di stringerla anch’egli e, forse, tutti i pezzi avrebbero trovato il proprio posto. Questo era quanto immaginava Olga, e questo era ciò che le stava dando il coraggio necessario per fare quello che andava fatto. Cominciò a contare: al suo tre avrebbe fatto in modo di rendersi più visibile all’attenzione della madre che sicuramente era lì nella stanza perché ne avvertiva la voce.

– Tre! – E si aggrappò al davanzale con entrambe le mani, mentre i piedi poggiavano su un pilastro in pietra adibito a panchina. Dalla tendina semiaperta vide il tavolo ancora mezzo apparecchiato, e in piedi, spalla a spalla, sua madre, il marito e i loro due bambini, tutti in posa per farsi  scattare una foto. Il fotografo aveva la testa nascosta sotto una coperta scura e manovrava la sua Sanderson dando indicazioni ai padroni di casa su come sistemarsi: – Più a destra; più a sinistra; bene così! – e tra una pausa e l’altra, sorseggiava del vino.

Sorridevano tutti, e la loro felicità era così chiara che il cervello di Olga non potè illuderla che fosse diversamente.

Tra tutte le voragini che il suo cuore ospitava, quella che si aprì in quel momento fu la più profonda.

– Mamma…- sussurrò tra le labbra, mentre una lacrima scendeva ad aggiungere sale su ferite mai guarite.

Il pilastro in pietra che le faceva da appoggio vacillò, e con esso, le sue gambe e le sue illusioni.

Si sbilanciò all’indietro e cadde, trascinando con sé il vaso dei fiori che era posizionato sul davanzale.

Il rumore fu avvertito all’interno della casa.

– Stai comodo, vado a controllare io. Sarà quello stupido gatto! – disse Giovanna al marito.

Si avviò al portone, mentre Olga cercava la forza per rialzarsi, andare via e far finta che quella notte non fosse mai esistita. Ma non ne ebbe il tempo: sua madre era già sul pianerottolo.

– Olga, perché sei qui?

La ragazzina non rispose. Si alzò e, presa una rincorsa, le si gettò tra le braccia, bagnandole il grembiule di pianto.

Quanto ci fosse di giusto nell’anteporre il bene di una figlia a quello di un matrimonio, Giovanna non ebbe il coraggio di chiederselo. Probabilmente già sapeva la risposta che le avrebbe restituito il cuore, così come sapeva che non sarebbe stata capace di rispettare, di quel cuore, le ragioni.

Non riuscì nemmeno a contraccambiare la stretta in cui l’aveva presa Olga, e nel frattempo si voltò pavidamente verso il portone per controllare che suo marito non l’avesse raggiunta.

– Non piangere. Lo sai che non puoi stare qui, – le disse a voce bassa.

Poi a un tratto si udì la voce di suo marito superare i vetri della finestra: – Giovanna, tutto a posto lì fuori?

Intimorita come un cerbiatto alla vista dei cacciatori, si scollò dai fianchi le braccia disperate di quella figlia che aveva messo al mondo senza poterle assicurare un posto sicuro in cui stare.

– Ti prego, vai via, – le disse implorandola. – Non fare in modo che lui ci veda. Verrò domani al solito posto, te lo prometto, ma adesso vai!

Recitata la sua assurda preghiera, balzò sul pianerottolo e, scostando il portone, rientrò in casa.

Se gli occhi di Olga fossero stati due coppe d’oro, si sarebbero riempiti fino all’orlo di lacrime tanto corrosive da bucarne il fondo. Se mai di pianto era possibile morire – pensò – avrebbe dovuto dire addio alla sua vita quella stessa notte.

Come una ladra, coperta da un manto di vergogna, percorse il cortile, scavalcò il cancelletto e imboccò la strada del ritorno. Non si voltò indietro neanche una volta, e si sforzò di cancellare la vista e il ricordo di quella casetta bianca in cui viveva una famiglia che mai avrebbe potuto chiamare sua; di una casetta in cui si stava scattando una di quelle fotografie in cui mai si sarebbe potuta rivedere.

Riuscì a far ritorno alla villa dei Folliero prima che il gallo cantasse. Indossò cuffia e grembiule e servì la colazione ai signori, dopo essersi disegnata in volto il sorriso più triste che si fosse mai visto.

Qualche ora più tardi, Giovanna, approfittando dell’assenza del marito, avvolse capo e spalle in uno scialle e si incamminò verso il luogo degli incontri segreti, così come aveva promesso ad Olga.

Purtroppo, però, la nottata passata in bianco, nemmeno quella, le aveva portato consiglio. Nonostante tutto, non aveva ancora risposte da dare a sua figlia e non aveva parole giuste da offrirle: non riusciva a trovarle, o non voleva, perché sapeva che, codarda come la vita l’aveva resa, non avrebbe avuto la capacità di farle mai coincidere con i fatti. Era provvista soltanto di un carico di scuse che si augurava sarebbe bastato, e che sperava la ragazzina avrebbe accettato senza alcuna protesta, ancora, come sempre, e per sempre.

Stette in piedi sotto le sferze del vento ad aspettarla, a guardarsi intorno dopo ogni scricchiolio di foglie, dopo ogni rumore di passi avvertiti in lontananza; attese a lungo, ma attese invano.

L’assenza di Olga stava dando la risposta più amara e più scomoda che si potesse dare a una madre che, di risposte per sua figlia, forse vilmente, non ne aveva mai cercate.

Serie: Come fa la luna con le maree
  • Episodio 1: Il passato è negli occhi
  • Episodio 2: Figlia di NN
  • Episodio 3: Scomode risposte
  • Episodio 4: La fanciulla dei soffioni
  • Episodio 5: Grandi confessioni, enormi promesse
  • Episodio 6: Come alberi
  • Episodio 7: I tre padri
  • Episodio 8: L’astro
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Credo che in questo racconto Olga perda la sua innocenza, intesa come desiderio di credere nell’amore a tutti i costi. E’ un episodio toccante, una svolta che forse la farà crescere più cinica. O, il contrario. Inseguirà il suo desiderio, sete, di amore fino al punto di scambiarlo per quello che lei dà senza ricevere? Proseguo lungo il cammino 🙂

    2. faby fabiana

      Bivii e realtà si ergono come muri tra i protagonisti, i silenzi sono fondamenta forti al contratto delle due donne. Il tutto è raccontato con attenzione, empatia ed accuratezza. Il lato psicologico risalta per caratterizzare questo capitolo doloroso e necessario.

    3. Pingback: Copertina serie Come fa la luna con le maree, Edizioni Open – Evelyn

    4. Sara

      Ciao , il dolore in questo racconto e’ tangibile, e’ quasi un filo conduttore che lega madre e figlia. Mi e’piaciuta questa serie, narrata con pazienza e cura nei dettagli.

      1. Martina Del Negro Post author

        Ti ringrazio! Spero che riuscirai a seguire anche il resto: ci sarà qualche dolore in meno, e qualche sopresa in più!