Scomodità
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
STAGIONE 1
Abbiamo ripreso da dove ci avevano interrotti e siamo andati avanti col lavoro per oltre un’ora, sondando nel frattempo il terreno tra di noi attraverso le solite domande di rito, quelle che te ne accorgi subito se chi te le ha poste volesse rompere il ghiaccio o solo far passare il tempo, ponendoti la stessa domanda un quarto d’ora dopo.
Quando tutte le schede risultavano timbrate, vidimate e raccolte in blocchi da cinquanta, tenuti fermi da due elastici incrociati fra loro, anche Dennis e Guido avevano quasi concluso di compilare le loro scartoffie.
Nell’attesa, Daniela si è gettata a capofitto sul telefono, facendo scorrere video a ripetizione sullo schermo senza concluderne la visione di nessuno, con la stessa compulsività con la quale si accende una sigaretta, la si spegne infastiditi a metà in un posacenere stracolmo e se ne accende un’altra dimenticandosi di quella appena consumata.
Michela ha incoraggiato il tempo a trascorrere stiracchiandosi i muscoli del collo ed il busto resi rigidi a causa della posizione prolungata tenuta sopra i banchi risicati sui quali avevamo operato. Il fisico armonioso e longilineo mi aveva riportato alla mente i gesti di un atleta che si prepara a cimentarsi nella prestazione che potrebbe cambiare il corso della sua carriera.
Mi sono alzato camminando in direzione di una delle finestre dell’aula, già aperta per godere della frescura gentile che faceva da contrasto allo spreco senza rimedio di termosifoni inutilmente accesi, una volta lì sporgendomi pigramente dal parapetto e lanciando occhiate distratte alle persone che sotto di me si affollavano intorno alla piazza e lungo le vie del centro pedonale che ivi confluivano. Di fronte al teatro cittadino da anni colpevolmente in disuso, un uomo di mezza età camminava su e giù davanti ad un camioncino bianco con una mano nella tasca e uno schedario nell’altra, in paziente attesa che qualcuno si avvicinasse per offrirsi volontario e donare il proprio sangue.
Ho sentito i registri chiudersi alle mie spalle assieme al rumore delle penne lasciate cadere con soddisfazione sui banchi sopra ai quali Dennis e Guido avevano lavorato, e mi sono voltato in attesa di conoscere i passi successivi.
Non restava più niente da fare per quel pomeriggio, e Dennis ci ha chiesto se ci fossero domande. Visto che nessuno sembrava averne, ci ha ricordato le regole da seguire una volta aperti i seggi l’indomani, soffermandosi su casistiche particolari che avrebbero potuto verificarsi. Elettori con disabilità, schede danneggiate, documenti di riconoscimento scaduti; cose così.
Poi si è schiarito la voce ed è rimasto un attimo in silenzio, come quando si ripassano mentalmente le parole di un ragionamento che ci gira in testa da tempo, e ora è arrivato il momento di esporlo.
Ci ha detto che la nostra sezione comprendeva i residenti di una sola via, via nella quale abitano i membri di una nota famiglia originaria di fuori, che gestisce specifiche attività commerciali in città. Questa famiglia avrebbe quindi votato da noi.
Dennis non ha menzionato alcun cognome fra le parole esternate con la calma di racconta di un libro che ha letto, seppure una volta abbia accennato al diminutivo “Lollo” per riferirsi al capofamiglia. Ma nessuno tra i presenti ha avuto alcun dubbio, perché nella nostra città c’è solo un cognome scomodo da pronunciare, che appartiene ad un nucleo che tutti conoscono, così come tutti conoscono le attività che gestiscono e il modo in cui le gestiscono.
Poi ha proseguito descrivendoci Lollo come è una persona esuberante, dai modi appariscenti; se avessimo riscontrato delle irregolarità in fase di voto ci saremmo dovuti rivolgere a lui in quanto responsabile del seggio.
Quando gli abbiamo chiesto a che tipo di irregolarità facesse riferimento, ci ha raccontato di una volta in cui, durante precedenti elezioni, aveva visto entrare Lollo nella cabina elettorale ed una volta dentro (“nel segreto dell’urna” ci aveva detto con un sorriso ironico a fior di labbra) lo aveva sentito parlare. Né a voce alta, né a voce bassa: semplicemente parlare. Dennis non avrebbe potuto esserne certo perché non aveva alcuna autorità per controllare cosa stesse succedendo lì dentro, ed un intervento da parte di chi ne avesse avuta sarebbe risultato tardivo e di difficile attuazione, ma l’impressione era stata proprio quella di una conversazione. Così sotto gli occhi degli altri votanti e degli scrutatori si era avvicinato alla cabina elettorale, aveva bussato alla parete e aveva chiesto con educazione a Lollo la cortesia di usare una maggiore discrezione. Erano seguiti alcuni secondi di silenzio, aveva sentito un gran tramestio e aveva ascoltato Lollo bofonchiare tra sé e sé,
Fatto, ripigliamoci questa (la matita?) questa (la scheda?) e questo (non era dato di sapere cosa).
Lollo era uscito dalla cabina elettorale con la scheda in una mano e la matita nell’altra, a passo regolare, senza rivolgere lo sguardo ad alcuno. Aveva infilato la scheda nell’urna, consegnato la matita a Dennis e si era ripreso i documenti che aveva lasciato per la registrazione della presenza al voto. Aveva fatto per andarsene quando era ritornato sui suoi passi e si era avvicinato ad uno degli scrutatori, chiedendogli se potesse controllare per lui se la tale persona avesse già votato. Lo scrutatore aveva rivolto a Dennis uno sguardo interrogativo e Dennis aveva detto a Lollo che no, gli dispiaceva ma quella era un’informazione che non poteva essere divulgata. Lollo aveva detto solo: “Che peccato”, aveva incrociato le mani dietro la schiena, aveva augurato distrattamente buon lavoro ed era uscito dal seggio.
È calato il silenzio tra le pesantissime parentesi di un’interminabile frazione di secondo, poi uno fra noi ha dato il via alle solite frasi di sorpresa e circostanza, a cui tutti ci siamo accodati; accidenti, pensa te, non ci credo, che storia.
Ho raccolto le mie cose e le ho riposte nello zaino, preparandomi a salutare i miei colleghi e lasciare la stanza per ripresentarmi lì l’indomani mattina alle sette meno dieci così da riaprire i seggi, quando di nuovo abbiamo sentito bussare contro l’anta della porta alle nostre spalle.
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
La storia di Lollo nella cabina elettorale è perfetta, non dice mai niente apertamente, eppure capisci tutto. E quel “Che peccato” detto con le mani dietro la schiena ti fa venire i brividi con la leggerezza di una battuta. Sai come tenere il lettore in bilico tra il sorriso e l’inquietudine. Caro Roberto, leggerti è la “solita” (o solida) certezza!
Che grande complimento mi fai. Grazie Lino!
Bene, molto bello!
Grazie per il tempo che mi dedichi e per apprezzamento Kenji