Scusa per il pugno che mi hai dato

Serie: La frontiera


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Aurora porta Lukas alla baita

Mentre Aurora toglieva la benda al mio braccio, per vedere se la ferita fosse pulita e ben chiusa, le chiesi com’era il mondo da questa parte della frontiera.

«Non sai proprio nulla?» chiese con meraviglia, «di come si viveva prima, della guerra e dell’attuale situazione?»

«No… cioè, so che una guerra contro i barbari c’è stata e l’Unione l’ha vinta. Conosco ciò che ci insegnavano al collegio: noi siamo il baluardo della civiltà e oltre la frontiera vivono slavi e arabi dai quali dobbiamo difenderci.»

Mi guardò con aria sconsolata cercando le parole:

«Non è proprio come ti hanno insegnato. La civiltà e la barbarie sono parole vuote, usate normalmente per confondere le idee a persone a cui si negano libertà e diritti. Nessuna delle parti in guerra aveva ragione ed entrambe patirono le conseguenze del conflitto. Le bombe nucleari avvelenarono terra ed aria e nessuno ne uscì vincitore. Cercare la ragione o la colpa in una guerra è sciocco come farla. Il mondo di allora scomparve: stati interi furono cancellati, il sole fu oscurato dalle polveri e iniziò un inverno che sembrava non avere più fine. Per lungo tempo regnarono il crepuscolo, la violenza e la fame. Poi, lentamente, le cose migliorarono: in molte zone del sud il cielo tornò sereno e il sole permise la ripresa delle coltivazioni agricole e dell’allevamento del bestiame. L’Unione, inizialmente, fu una buona idea di riorganizzazione che garantiva i servizi essenziali: assistenza medica, istruzione, produzione e distribuzione. Non si stava male. Poi la ridotta fertilità umana, dovuta alle radiazioni e alla paura, e la chiusura ai migranti favorirono un governo intransigente e crudele. La crisi demografica fu in parte risolta trattenendo i bambini dell’est, accolti per le cure contro le radiazioni, e con il rapimento massiccio di neonati nelle zone africane. L’intero sistema educativo cambiò: i minori venivano tolti alle famiglie e fatti crescere nei “collegi” e l’istruzione cancellò dai programmi le materie umanistiche nell’intento di formare solo tecnici e soldati. I migranti vennero dapprima respinti e poi dispersi bombardando, senza nessuna pietà, i campi profughi sorti a ridosso del confine stabilito dall’Unione. E, questa sì, fu una vera barbarie!»

Si interruppe cercando i miei occhi:

«Io parlo e parlo ma non so se comprendi ciò che ti dico.»

«Non tutto, non capisco cosa vuol dire che i minori venivano tolti alle famiglie e non so cosa siano le materie umanistiche.»

Ero veramente confuso e lei sgomenta per la mia ignoranza.

Si alzò e tolse un libro da uno scaffale che ne conteneva molti.

Lo aprì e, visto che ne avevo usato il titolo, mi lesse Madrigale d’estate. Recitò piano, con una contenuta enfasi, e apprezzai la musicalità dei versi che però non provocarono a me quell’emozione che era tanto chiara nel tono della sua voce.

«Questa è una poesia,» chiarì, «l’autore è Federico Garcia Lorca ucciso in Spagna duecento anni fa. Questi versi, come tutto ciò che l’uomo scrive esprimendo emozioni, sono letteratura. Scrivere, dipingere, scolpire, comporre musica… tutto ciò che manifesta sentimenti ed emozioni è definito arte ed è un pilastro della cultura e parte importante delle materie umanistiche. Per quanto riguarda i figli un tempo venivano cresciuti con amore dai genitori.»

Chiuse il libro e vidi nei suoi occhi lo sconforto:

«Per oggi credo possa bastare» disse mesta, poi si alzò, ripose il libro sullo scaffale e tornò con alcune riviste:

«Guarda queste e se avrai domande fammele senza alcun timore.»

Avevo sfogliato, in passato, qualche rivista. Quelle che giravano in collegio riportavano fotografie a tutta pagina di corpi nudi, soprattutto femminili, e ci aiutavano a dissipare quella aggressività in eccesso della nostra adolescenza. Le altre, alla scuola militare, erano perlopiù manuali: illustravano e descrivevano armamenti e tecniche di offesa e difesa.

Queste, che mi aveva dato Aurora, erano totalmente diverse, tanto che mi fecero pensare ad attori calati in scene dove il sorriso era preteso e tutti ostentavano una stupida serenità che non poteva che essere fittizia. Andavo a cercare nelle fotografie visi di comparse periferiche che tradissero la vera finalità di quegli scatti. Anche la scenografia era inconsueta: spiagge assolate con una moltitudine di persone quasi nude, oppure paesaggi di montagna, senza neve, dove qualcuno passeggiava ed altri, seduti ai tavolini, avevano davanti calici di vino o boccali di birra. In quasi tutte le fotografie c’erano bambini, troppi bambini, e troppe donne che li tenevano in braccio o per mano. Nessuna divisa a indicarne il collegio, nessun “educatore” a tenerli in riga.

Chiunque fosse l’autore delle fotografie aveva curato anche i minimi dettagli rappresentando un mondo fantasioso ed assurdo.

Il pensiero che fossero immagini di vita reale nemmeno mi sfiorò e non comprendevo il motivo per cui Aurora ci teneva le vedessi.

Ero infastidito.

Uscii, raggiungendola mentre tendeva la corda di una balestra, esercitandosi al tiro.

«Perché hai voluto che vedessi quelle assurdità,» la aggredii con astio, «pensi che sia un idiota che si beve tutto?»

Non mi rispose, lasciò partire la freccia che si conficcò a pochi centimetri dal bersaglio. Quando si girò dai suoi occhi mi giunse un’ondata di risentimento:

«Te l’ho già detto che sei stupido! Non capisco perché Claudio ti abbia aiutato! Prendi la tua roba e vattene, idiota presuntuoso!»

Un pugno sul mio mento accompagnò la sua ira.

Rimasi interdetto: mai una donna mi aveva colpito, mai si era rivolta a me in maniera tanto violenta.

Dubitai di tutto: di ciò che ero io e di ciò che era la realtà.

Mi chiesi se lei avesse ragione e il dubbio mi devastò: ogni certezza vacillò e, in un attimo, compresi quanto l’arroganza, la diffidenza e la solitudine regnassero nella mia mente.

La cercai e la convinsi ad ascoltarmi:

«Hai ragione: sono stupido ed ignorante e non è detto che migliori, ma voglio provarci. Non so più chi sono e non so muovermi nel mondo che tu conosci e che per me è nuovo,» non trovavo le parole per esprimerle il dispiacere che provavo, «perdonami per come ti ho aggredita, scusami per il pugno che mi hai dato.»

Era la prima volta.

La prima volta, nella mia vita, che chiedevo scusa senza esserne costretto. 

Serie: La frontiera


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Questo, Giuseppe, è ufficialmente il mio episodio preferito! 😻
    Non è semplice immedesimarsi in personaggi tanto diversi da noi e dalla realtà che ci circonda, e tu l’hai fatto magistralmente! Hai spiegato senza annoiare come si è arrivati a quella situazione politica, mostrato in modo perfetto quanto e come Lukas e Aurora siano diversi e inserito spunti di riflessione.
    Veramente ben scritto, un bellissimo episodio! 😸

  2. Caro Giuseppe, forse l’episodio più coinvolgente della serie. Tante sono le belle considerazioni fatte da Aurora che descrivono un mondo cui, purtroppo, il nostro assomiglia sempre di più. Un mondo fatto di arrivismo, giochi di potere, gerarchie, frontiere, barriere fisiche e mentali, che solo a dirle tutte si stringe lo stomaco. Tu hai sempre avuto la capacità di dare voce a certi tuoi personaggi, o meglio, dare loro una voce ‘speciale’.

    1. Cara Cristiana, spero sempre che ciò che scrivo non venga recepito come un sermone. Non ho verità da proporre ma auspici da fare. Uso i miei personaggi, o forse loro usano me, per far passare un messaggio ottimista che unisca alla speranza la volontà di cambiare le cose. Da un post sessantottino non ci si può aspettare altro!😜🌹

  3. Questo episodio è una bomba. Attraverso l’attualità e la storia hai immaginato un possibile futuro.
    Che quanto hai scritto fa parte del nostro passato non lo sa solo chi ignora la storia. Che il passato di sta ripetendo adesso non lo vede solo chi non vuole vedere.

  4. Un primo importante passo per restituire la piena umanità ad un essere al quale l’umanità era stata negata per tutta la vita, e quasi del tutto estirpata fin dentro il DNA. Quasi, però. Così, con un opportuno shock, qualcosa ritorna, riemerge dal profondo e fa capolino. E questa è la speranza che ci tiene tutti vivi. Altrimenti cosa ci aspetterebbe nel futuro? Grazie, Giuseppe, per avercela fatta intravedere nel tuo racconto.