Se lei è tornata

Serie: gutta cavat lapidem


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Lo Spretato era arrivato subito: Cardo non aveva avuto bisogno di tante spiegazioni. L’elegante abito nero con il dolcevita e la barba fatta di fresco; qualche goccia di profumo da gagà come unico vezzo e l’inseparabile ombrello, nero anch’esso, con il robusto manico di legno di castagno; dei boschi di Grailè ovviamente.

«Lo vedi quello?» Cardo ricordava ancora la mattina in cui, tanti anni prima quando erano bambini, alla messa del Corpus Domini, Ade gli si era accostata all’orecchio: «è lui, Lo Spretato! L’unico in Italia a sapere come si celebra la Messa di Saint Secare.» Ade indicava un bell’uomo seduto in fondo a una panca accanto alla cappella laterale della chiesa di San Matteo.

«Le messa di che?» aveva domandato Cardo, che ormai aveva perso il filo della Lettera ai Corinzi.

Ade si era messa un dito sulle labbra; aveva fatto la misteriosa come suo solito. Spingeva gli altri verso la curiosità e poi negava loro il sollievo della scoperta. «Ci sono segreti che uccidono», disse, «ma non è per questo che l’hanno ridotto allo stato laicale. Era un monsignore, lo sapevi? Ma trafficava troppo con la magia.»

Cardo era abituato alle stranezze dell’amica e non ci fece troppo caso: non sapeva ancora che Michele Quattrociocche Modigliani, che tutti chiamavano Lo Spretato, sarebbe diventato suo mentore e amico per i successivi trent’anni.

Cardo era sempre stato un ragazzo semplice, uno dei tanti monelli del borgo che amava il calcio e i motorini; poca voglia di studiare e il cuore pieno di coraggio e generosità; con gli anni aveva imparato dagli ammaestramenti dello Spretato ed era diventato un fedele esecutore. Era stato lo Spretato a trovargli il posto come guardia notturna, e una vocazione per la vita.

Marghe sedeva pallida sul divano: i capelli sconvolti, il maglione slabbrato e uno strofinaccio per i piatti avvolto intorno alla mano squarciata. Cardo aveva raccolto la moka e stava passando lo straccio sugli schizzi di caffè e di sangue; nell’aria ristagnava un tanfo di bruciato.

«Tieni» lo Spretato passò a Marghe una boccetta con dentro una crema appiccicosa profumata di eucalipto. «Cospargi la ferita, cicatrizzerà subito.»

«Che roba è?» chiese Marghe annusando incerta.

«Una strega che non conosce gli unguenti?»

«Non sono granché come strega, lo dovresti sapere.»

«Il nostro Spirito intrappolato sul tuo pavimento racconta il contrario, ma fingerò la solita indifferenza di fronte alla tua falsa modestia.»

Marghe si guardò la mano, la lama era entrata in profondità e la ferita pulsava. Posò la boccetta sulle gambe, prese un po’ di unguento con due dita e lo spalmò lungo il taglio.

«Davvero, che roba è?»

«Non lo so, ho trovato la ricetta fra le carte di un mago del settecento. L’hanno ucciso, poverino.»

«Perché non lo trovo strano?» la sarcastica retorica di Cardo.

«Bando alle ciance giovani, il tempo corre. Abbiamo un sarcofago per il nostro amico?»

Cardo e Marghe si guardarono.

«Abbiamo una statua vuota al cimitero lungo la strada per il Valico di Santa Cristina.» disse Cardo.

Lo Spretato si voltò verso Marghe che confermò con lo sguardo; la mano stava riacquistando un po’ di mobilità, il dolore era sceso; l’unguento riparava svelto tessuti e vasi sanguigni.

«Lasciamo questa scampagnata a Cardo. Prendi il mio Land Rover, trovi già tutto quello che ti serve a bordo. Te la caverai in un’oretta.»

«Vengo con te.» Marghe si alzò in piedi con tutta la stanza che girava.

«No, tu fai una bella colazione ricca di proteine e poi vai al lavoro. Io intanto cerco di capire chi è questo qui e da dove è scappato.»

Marghe evitò un nuovo lo sguardo dello Spretato che intanto aveva preso una focaccia dal sacchetto e vi aveva affondato il viso; che cosa le era sfuggito? Quale particolare non aveva notato durante tutte quelle corse all’ora del lupo? Se non altro questa volta a rischiare la vita per una sua mancanza era stata lei stessa.

Era sempre così, la normalità. Ogni tanto uno spirito sgusciava via da qualche parte e toccava a loro scoprire il varco e sigillarlo.

Rimasta sola, Marghe si era preparata due uova e una tazza di americano. Aveva fatto colazione riascoltando uno dei nastri di Ade, quello in cui parlava dei varchi e ipotizzava che in tutto fossero nove; Il numero nove rappresenta una sorta di completamento, in quanto si pone alla fine di un ciclo, prima di ritornare all’unità del dieci. La voce di Ade gracchiava consumata sul nastro.

Lo Spretato sosteneva invece che sì, i varchi potevano essere nove, ma solo perché nella tradizione cristiana, quel numero è associato all’idea di resurrezione e di vita eterna. Cristo è morto alle tre del pomeriggio, ovvero all’ora nona, ma qui non si trattava di Gesù: Abrasax era un’altra cosa.

Secondo Marghe entrambe le interpretazioni avevano senso, non perché una fosse migliore dell’altra ma perché ognuna delle due aveva a che fare con il succo del loro problema: la fine di un ciclo e la resurrezione di uno Spirito.

Come se nulla fosse accaduto, Marghe sollevò la serranda de La Metamorfosi, la libreria esoterica che aveva aperto in una traversa di via delle tre spade, al solito orario, le 9.30; dirimpetto, da dietro il bancone del bar Centrale, Flavio, disperatamente invaghito di lei della prima superiore, le fece il solito cenno della tazzina di caffè; Marghe sorrise, annuì, e poi aggiunse un gesto che solo nei giorni più complicati si concedeva: mosse due volte il pollice in direzione del terreno, mimando di versare da una bottiglia; Flavio corresse il suo espresso forte con una dose generosa di grappa.

Lo Spretato intanto si era affrettato verso casa: lungo il tragitto tutta l’inquietudine che aveva represso dietro la solita facciata di scanzonata sicumera stava riemergendo con prepotenza.

Chiuse l’uscio di casa e fu per lui come gettare a terra una maschera; Michele Quattrociocche Modigliani si lasciò scivolare a terra sedendosi sul pavimento freddo: la schiena poggiata alla pesante porta blindata, il volto perduto nelle mani tremanti; un rivolo di sudore gli scendeva dai capelli stirati lungo le tempie. Più che paura, Michele provava sconcerto, ma uno sconcerto accompagnato da una buona dose di terrore. Si affrettò al tavolo dello studio, accese l’elegante lampada da tavolo che gettò un taglio di luce su fogli sparsi e vecchi volumi con le pagine piegate come segnalibro; Michele prese un piccolo astuccio di marocchino dal primo cassetto, lo aprì e ne estrasse due compresse di Lorazepan che ingoiò senza bisogno d’acqua: il suo ramo di specializzazione alchemica era la produzione in proprio di benzodiazepine.

Aspettò in poltrona che il suo sistema nervoso tornasse a regimi che gli consentissero di pensare, poi riandò indietro agli eventi degli ultimi giorni, poi degli ultimi mesi, infine ripercorse tutto a partire dalla notte di San Giovanni del 1994.

No, non poteva essere, non ora non qui.

Michele non voleva accettare quanto appena accaduto a Marghe, l’apparizione di uno spirito del genere, un attacco diretto, e lui non lo sapeva spiegare. Non lo voleva spiegare.

Quella non era stata una evocazione ma l’azione diretta di uno spirito del tutto speciale; altro che non sono granché come strega, Marghe aveva tenuto testa a… Lo Spretato ebbe quasi un tremolio alle labbra, il timore di pronunciare il suo nome era tanto.

Si alzò in piedi, il Lorazepan stava facendo effetto, ma non abbastanza da impedirgli di camminare con agitazione prima intorno alla scrivania e agli scaffali ricolmi di libri, poi fuori, sul balconcino dirimpetto alle montagne; l’aria gelida gli concesse un po’ di sollievo.

«In fondo mi posso pure sbagliare,» mormorò poco convinto. Volse lo sguardo verso un punto preciso della montagna, dalle parti del Valico di Santa Cristina; era stata un’imprudenza mandare Cardo da solo, ma di fronte a lui e Marghe non poteva tradire timori o incertezze; non poteva tradirsi.

«No, Cardo se la caverà, è un ragazzo in gamba, l’ho tirato su bene. Bravo soldatino.» Michele prese a picchiettare le dita lunghe sul parapetto di ferro. «Maledizione, si farà ammazzare!» Michele, ora iniziava a sentirsi mezzo intontito dalle pillole che preparava belle cariche di principio attivo; confuso, rientrò in casa con l’idea di correre al cimitero, senza più ricordare che Cardo aveva il suo Land Rover.

In quel momento un tuono squarciò l’aria e una folata di vento fece sbattere le ante del balcone; Michele si precipitò fuori, nuvole nere avvolgevano la montagna; un forte scroscio di pioggia si abbatté su Grailè.

«Si farà ammazzare,» mormorò di nuovo Michele, «se Lei è tornata, il ragazzo si farà ammazzare.»

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