
Se perdo la tua luce bianca
Il Dottor Enrico Jenghen, uno psicologo triestino, noto per la sua meticolosità e il suo rigore, fissò il telefono con trepidante incertezza. Il nome del paziente, che aveva registrato confidenzialmente come Tullio Maniaco Depresso, pulsava sullo schermo come un monito silenzioso.
Una fitta di ansia gli attanagliò lo stomaco. Sapeva che la chiamata era necessaria, seppur spiacevole. Doveva rimandare la seduta, nonostante il pagamento anticipato di una serie di terapie, un evento che, per la sua natura scrupolosa, raramente accadeva.
Con un sospiro profondo, premette il tasto di chiamata.
Il suono squillante risuonò nell’ufficio silenzioso, amplificando la tensione che già gravava sulle sue spalle. Al primo squillo, lo Jenghen sudava freddo mentre gli pareva che il cuore perdesse qualche battito.
Un secondo squillo, poi un terzo. Il silenzio assordante che seguì fu peggiore di qualsiasi risposta negativa.
Un presentimento funesto iniziò ad attanagliare la sua mente.
Dopo alcuni minuti di angosciosa attesa, il Dottore decise di chiudere la chiamata e di recarsi di persona presso l’abitazione del suo paziente. Una strana sensazione lo spingeva ad andare, come se un presentimento oscuro lo guidasse verso un destino ineluttabile.
Arrivò davanti alla villetta schiera in zona Sistiana, appena fuori città, con il fiato corto, il cuore che gli martellava in petto. Bussò con insistenza, ma nessuno rispose. La maniglia era aperta, quindi spinse la porta ed entrò.
L’abitazione era in ordine perfetto, quasi asettico. Tutto era al suo posto, tranne una sedia rovesciata a terra e un biglietto appoggiato sul tavolo. Con mani tremanti, il professionista lo raccolse e lesse le poche parole scarabocchiate a penna: “Mi dispiace, Dottore. Nessuno può aiutarmi. Perdonami.“
Un urlo straziante ruppe il silenzio irreale della sala. Enrico Jenghen si accasciò a terra, le lacrime che gli rigavano il viso. Il suo dolore era inconsolabile, la sua angoscia infinita. In un ultimo, disperato tentativo di sfuggire alla sofferenza, compì un gesto irreparabile, un suicidio che decretava il fallimento della sua terapia. Ma soprattutto sconvolto e tormentato dai rimorsi per quella seduta rimandata che era certo considerata la sensibilità ed il potere psichico-telepatico di Tullio, come un senso di ricettività primordiale di ogni persona affetta da qualsiasi fragilità, aveva già captato ed intercettato la spiacevole notizia.
La sua scrupolosità, che in un primo momento era sembrata una dote, si rivelò una condanna. A volte, la perfezione può essere un’arma a doppio taglio, soprattutto quando si tratta di questioni delicate come la vita e la morte.
Tullio, era stato sopraffatto dalla sensazione di essere abbandonato e dal senso di solitudine.
Enrico responsabile per la morte di Tullio si interroga sul suo ruolo di professionista e sulla sua decisione di rimandare la seduta. Si chiede se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso per salvare la vita del suo paziente.
La tragica scomparsa di Tullio lascia un segno indelebile nella vita di Enrico. Il dolore e il senso di colpa lo perseguitano, compromettendo la sua serenità e la sua capacità di svolgere il suo lavoro.
I professionisti della salute mentale devono essere consapevoli del delicato equilibrio psicologico dei loro pazienti e agire con la massima cautela ed il fatto che Jenghen era stato uno degli allievi piu prossimi allo psichiatra Franco Basaglia, illustre concittadino passato alla storia per l’omonima legge che sancì la chiusura dei manicomi, ne acuiva l’angoscia e la portata del trauma
Lo studio buio dello psicologo, illuminato solo da una flebile candela. Lo psicologo, Enrico Jenghen, un uomo sulla cinquantina con l’aria affranta, siede davanti a un tavolino con una sedia vuota di fronte a lui. Sul tavolo ci sono una foto del paziente, Tullio , un giovane uomo con un sorriso triste, dell’incenso che brucia ed un barattolo di cristallo con dentro un foglio di carta:
ENRICO: (con voce tremante) Tullio, so che è assurdo, ma… ho bisogno di te. Ho bisogno di questa seduta.
Silenzio.
ENRICO: (chiude gli occhi e sospira) Per favore, Giovanni, se mi stai ascoltando, aiutami.
Un leggero fruscio di vento agita le tende alle finestre.
ENRICO: (apre gli occhi di scatto) Tullio?
Silenzio.
ENRICO: (si alza e si avvicina al tavolino) Lo so che non è ortodosso, ma… non ho altra scelta. Prende il foglio di carta dal barattolo e lo legge con voce solenne:
ENRICO: “Spirito di Giovanni, ti chiamo a me. Ascolta la mia voce e concedimi questa seduta che avremmo dovuto avere.”
Un altro fruscio di vento, più forte questa volta, fa tremolare la candela.
ENRICO: (con voce tremante) Tullio, sei qui?
Dalla sedia vuota si sente una voce flebile, quasi un sussurro.
TULLIO: (voce spettrale) Sì, Enrico, sono qui.
ENRICO: (si gira di scatto, con il cuore che batte forte) Tullio!
La sedia vuota è ancora vuota, ma la voce di Tullio è chiaramente presente nella stanza.
TULLIO: (voce spettrale) Mi dispiace,
Enrico. Mi dispiace per quello che ho fatto.
ENRICO: (con le lacrime agli occhi) Non dirmi così. Non è colpa tua.
TULLIO: (voce spettrale) Sì, lo è. Avrei dovuto resistere. Avrei dovuto lottare.
ENRICO: (si siede di nuovo, sconvolto) Ma perché? Cosa ti ha spinto a farlo? Stavamo andando bene…
TULLIO: (voce spettrale) La solitudine. Il dolore. Mi sentivo perso, senza speranza.
ENRICO: (con voce rotta dal dolore) Tullio, avrei potuto aiutarti. Se solo mi avessi dato la possibilità, qualche seduta ancora, ed insieme al litio ti saresti stabilizzato, centrato. Senza piu ricadute. Mai più..
TULLIO: (voce spettrale) Lo so, Enrico. E me ne pento. Ma avevo esaurito i bonus della pazienza.
ENRICO: (si alza e si avvicina al tavolo, con le mani che tremano) C’è qualcosa che posso fare? C’è un modo per rimediare?
TULLIO: (voce spettrale) Non lo so, Enrico. Forse… forse questa seduta può essere un modo per iniziare a riparare le cose.
ENRICO: (con un filo di voce) Cosa vuoi che faccia?
TULLIO: (voce spettrale) Possiamo continuare la terapia in questo modo, anche se non saprei come pagarti le prossime sedute.
ENRICO: (si siede e inizia a parlare, con la voce ancora tremante, ma con un filo di speranza nel cuore)
Ma io non posso riportarti in vita! Accidenti a me. Che utilità avrei? Anzi, a pensarci bene, ora sei tu che devi aiutare me. Altrimenti…altrimenti finisce male.
TULLIO: Si Enrico, ora sono io che aiuterò te e la tua anima. In fondo è facile evocare gli spiriti, difficile congedarli…
(segui’ una sinistra risata malefica) uahahahaAHAhAh
Fine.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Racconto atipico rispetto allo stile che ci hai proposto fin qui. Segno che sai muoverti anche in altri terreni.
Grazie mille Pino. Cerco di discostarmi e sperimentare qualcosa di diverso e nuove possibilità.
Bravo Hugo, un ottimo lavoro. Un racconto suddiviso in tre parti. La narrazione, la riflessione e una conclusione che sa molto di ricerca di se stessi. L’ultima parte del racconto l’ho letta ascoltandomi il brano che hai scelto e che mi pare molto azzeccato. Tornando al racconto, sposo le tue riflessioni amare sulla mancanza di ascolto e soprattutto su quanto le malattie mentali vengano ancora oggi sottovalutate se non addirittura nemmeno prese in considerazione. Come i mal di testa. Molto bravo.
Grazie mille Cristiana, hai ragione: é il testo più strutturato di quelli finora pubblicati.
“In fondo è facile evocare gli spiriti, difficile congedarli…”
questa passa alla storia👏
Roba da baci perugina. 🙂
Grazie ma ad onor del vero è una citazione da un libro sullo spiritismo di Allan Kardec.
Geniale la trovata della seduta nella seconda parte.
Grazie infinite Dea.
Giancarlo,
Come dici tu il discorso sarebbe tanto complesso quanto spinoso. Ti linko un articolo che fornisce ottimi spunti.
https://www.pangea.news/intervista-chatgpt-coda/
“attinge da un data base di vocaboli e costruzioni lessicali probabilmente di altri testi “
In effetti non è esattamente così, tanto quanto non lo è per uno scrittore umano che non scorre il vocabolario per scrivere un testo. Però è vero che i modelli generativi come chatGPT sono stati addestrati su testi scritti da umani e quindi destinati a trasmettere conoscenza o emozioni.
🙏 per la precisazione Giancarlo. Sono un neofita di questi mezzi, utilizzo Gemini che riesce a creare diverse soluzioni narrative credibili. La narrativa contemporanea sarà liberata ed emancipata dal monopolio degli Editor grazie alle piattaforme di IA? O si appiattira’ ed omologhera’ di più? The answer my friend ….
PS Editor intendevo chi fa editing non gli Editori.
Si potrebbe aprire un lunghissimo dibattito su questo argomento, @HugoBandannas . Non è un monopolio quello di coloro che aiutano gli scrittori a sistemare la forma dei loro scritti. Se non ti serve non lo chiedi, e se il problema è di mafia, cioè che non usi i servigi di un correttore di bozze non ti pubblicano, allora AI o meno, la mafia troverà il modo di prendersi il pizzo. In più il rischio è che tutti gli scritti finiscano per assomigliarsi, e che noi smettiamo di saper scrivere.
Trovo utilissimo un aiuto per scrivere una lettera commerciale o la parte inutile di una relazione tecnica, ma trovo terribile aver bisogno di una AI per scrivere un racconto. Le AI lo sanno fare, spesso meglio degli umani e in meno tempo. Ma l’arte non dovrebbe andare per quantità e nemmeno richiedere poco sforzo. Avevo un racconto su questo, ma lo trovo prevedibile e quindi non lo pubblico.
Se l’arte è ars, ovvero frutto delle capacità umane, allora meglio farla fare agli umani. Altrimenti non resterà loro più nulla.
Se mi è consentito dirlo (o scriverlo in questo caso): diabolicamente commovente
Rossano grazie di ❤. Mi sono avvalso della IA ed il fatto che “la fredda macchina” susciti emozioni mi inquieta e mi elettrizza al tempo stesso. Ho proceduto in questa maniera: ho scritto una trama, l’ intelligenza artificiale l’ ha elaborata ed io ho fatto un restyling minimo finale.
E’ possibile (ma è una mia interpretazione) che non sia la “fredda macchina” a suscitare le emozioni, ma chi (in questo caso tu) ne ha “addomesticato” l’elaborazione. In qualche modo, nel restyling (oltre che nella scrittura della trama). Ma resta una mia suggestione.
Si potrebbe essere ma ad ogni modo l’algoritmo attinge da un data base di vocaboli e costruzioni lessicali probabilmente di altri testi quindi precedentemente connotati a suscitare emozioni. Sinceramente non mi è chiaro come sviluppi l’elaborato dialoghi inclusi. È pur vero che a breve accanto all’autore bisognerà affiancare un Warning come per “parental advisory: explicit lyrics” nei dischi con l’ etichetta Warning “IA co-author”
Ho immaginato e mi sono visto davanti ogni singola scena, nella ironica e terrificante progressione del racconto. Fino alla penultima riga. Mi è piaciuto.
🙏 Giancarlo, sto sperimentando su territori e stili a me poco affini, e a volte escono ciambelle con troppi buchi.