
Se sei mai tornata, Cecilia.
Non me la ricordo quasi più quella ragazza che aveva l’universo negli occhi. L’avevo incontrata all’incrocio tra via Bastioni e via Renda, due strade che attraversano quattro diversi campi di grano: due rette di asfalto grigio in mezzo al giallo più giallo che c’è. Alla fine del giallo, solo il mare.
Veniva dalla città e la città se la portava addosso: gliela vedevi nelle linee vellutate del volto, della pelle, nei modi sicuri di guardare in faccia chi non conosceva. Io, in quel modo lì, non avevo mai saputo guardare niente e nessuno, nemmeno gli animali di cui mi prendevo cura; li domavo, li cavalcavo, ma se li fissavo dritto negli occhi mi sentivo svenire.
Io venivo dalla umile terra e la terra me la portavo addosso: nell’odore, sulle cicatrici delle gambe e sotto le unghie che non diventavano mai bianche.
Stava lì, oscillando sinuosamente con il busto al ritmo della pedalata, le braccia snelle sul manubrio della bicicletta rossa.
Era l’estate del 1986 e io ero già innamorato prima ancora che frenasse davanti a me.
“Perché mi fissi?”
“ Io?”
“Tu”
Dio Santo parla con me. “Parli con me?”
“No, con le pannocchie. Certo che parlo con te”
Ecco, ci siamo, è l’animale che mi fissa negli occhi, sento il cuore in gola, ora svengo.
“Ma sei muto o sei scemo?”
“Sono scemo. Sto per svenire”
Quando ho aperto gli occhi non c’era più, mi aveva lasciato un biglietto sulla pancia con su scritto
“Oltre ad essere scemo sei evidentemente anche emotivo o cagionevole. Non hai un buon odore, ma non ho resistito e ti ho baciato lo stesso perché mi sento spinta verso di te nonostante tutte le forze avverse. Mi chiamo Cecilia e stasera torno a Milano. Avrei voluto dirti che è stato bello parlare con te ma sei collassato ancora prima di dirmi il tuo nome, quindi ti chiamerò semplicemente “Coso”. E’ stato bello non poter parlare con te, Coso, ma se ci fossi riuscita avrei voluto dirti che ho attraversato questa strada tutti i giorni nel mese di agosto sperando di poterti parlare. So che abiti nella casa bianca in fondo al viale, quella con il cancello verde. So che la mattina parli ancora meno del solito e che mangi pane, burro e zucchero per trattenere in gola quel poco di voce che ti sarebbe bastata per dirmi che ti piaccio anche io. Non l’hai fatto e ora il tempo è scaduto per me e per te. Potrei lasciarti il mio numero di telefono, ma non lo farò, perché parlarti servirà soltanto a dimenticarti più lentamente. Perché ti dimenticherò, come tutto si dimentica, passerai e io ti lascerò passare. Ma se un giorno mi tornerai in mente mi troverai qui, all’incrocio tra via Bastioni e Via Renda.”
Apro il cassetto del comò, prendo il biglietto: la carta è gialla e le increspature hanno cancellato alcune lettere. Lo rileggo, lo conosco a memoria. Non me la ricordo quasi più quella ragazza che aveva l’universo negli occhi, eppure me la ricordo ancora. Prendo il quaderno, strappo un foglio e scrivo un nuovo biglietto identico a tutti gli altri.
“27 agosto 2009. No, non è vero che tutto si dimentica. Io ti ricordo ancora e ricordandoti mi conosco: sono bastati tre minuti per scaraventarmi oltre le cose conosciute e saldare il presente all’eternità. Aspettandoti, ho imparato a fissare negli occhi i cavalli senza svenire. La tua sfrontatezza, che scorticava le apparenze, è stata lo specchio di tutte le mie mancanze, allora come oggi, e non smetto di pentirmi di essere come sono. Ma la verità, è che provando a migliorarci, continuiamo a difendere quello che siamo anche quando siamo fatti male. Tu non sei passata e anche se vivo oltreoceano, io sono incastrato lì, tra via Bastioni e Via Renda, tra i ricordi fuori fuoco dei campi di grano.
Chissà se il destino ti ha addomesticata, se ti riconoscerei, se fra le inesauribili equazioni della vita ci siamo mai trovati fianco a fianco senza neanche saperlo. Mi capovolgo fra cento ipotesi senza soluzione, fra mille pagine lasciate bianche.
Chissà se sei mai tornata, Cecilia.”
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Scopro solo ora questa piccola meraviglia che hai pubblicato qualche tempo fa, e ne resto affascinata. Amo la sua essenzialita’, la sua purezza, questo abbozzo di comunicazione a distanza di tempo e spazio che non riesce a ‘passare’ fra Coso e Cecilia, ma che lo aiuta a maturare, a trovare -forse- una strada tutta sua.
“quella ragazza che aveva l’universo negli occhi”
👏
Un quadro pulito e leggero. Sospiri d’amore, lenti inizi come nei romanzi giapponesi, dove il mondo dei sogni e quello della realtà sembrano collidere solo nei piccoli gesti, nelle parole non dette, o in quelle dette troppo in fretta come possono essere scritte nelle lettere.
Questo tuo racconto e` ricco di elementi che mi piacciono: l’ ironia, i dolci ricordi e la malinconia delle cose e degli incontri belli, perduti e mai dimenticati. Tutti cio` rende il racconto molto gradevole.
Grazie davvero Maria Luisa!