Seconda Parte
Serie: Il collare di Meritaton
- Episodio 1: Seconda Parte
- Episodio 2: Prima parte
STAGIONE 1
V
Chiuse gli occhi d’istinto.
Rimase ferma finché il respiro non trovò di nuovo il suo ritmo.
Quando li riaprì, nella parete davanti a lei era apparsa una porta.
Non cercò di spiegarselo. Nel papiro, Meritaton non entrava nei particolari: aveva solo scritto: «segui la via.»
Abbassò la maniglia.
Si ritrovò in un corridoio stretto che portava a un’altra porta, in fondo.
Si fermò davanti alla seconda maniglia solo per un istante.
Aprì.
Fu come spalancare di colpo una finestra rimasta chiusa per tutto l’inverno — non solo un cambiamento di luce, ma di aria. Una qualità diversa delle cose.
Il calore del sole arrivò prima di tutto il resto. Quel calore preciso di inizio primavera in Sardegna, che non somiglia al tepore di nessun altro posto. Lo si riconosce con il corpo prima ancora che con la mente — qualcosa che sta nei muscoli, nel sangue.
Poi l’odore: pietra scaldata, geranio che si mescolava al basilico, nell’aria ferma della mattina.
I suoni — un chiacchiericcio lontano, il motivetto di una pubblicità alla radio che usciva da una finestra aperta, il verso di un uccello che non riuscì a riconoscere.
Riconobbe quella piazzetta prima ancora di guardarsi intorno: l’asfalto grigio, le facciate pastello delle case a schiera, la vasca, con la grande palma che aveva sempre trovato fuori contesto. Il marciapiede sotto i suoi piedi. La casa della nonna alle spalle, come se fosse appena uscita.
La vide seduta sul bordo della vasca, una sigaretta tra le dita, gli occhi su una rivista di ricamo aperta sulle ginocchia.
C’era qualcosa in quella scena che aveva la consistenza di un ricordo — o meglio, la sensazione sfuggente che certi momenti dell’infanzia lasciano addosso.
Sto sognando, pensò Arianna.
Ma il pensiero non bastò a fermarla.
Fece un passo avanti.
Nello stesso istante, sua madre alzò lo sguardo.
«Buongiorno» disse Arianna.
Maria abbozzò un sorriso. La guardò con quell’espressione che conosceva bene: non era sorpresa. Solo misurata attesa, come se stesse cercando di capire prima di rispondere.
«Buongiorno.»
Chiuse la rivista.
Portò la sigaretta alla bocca con un gesto familiare — il polso che ruotava, le dita che tenevano il filtro con una precisione quasi distratta — e aspirò una boccata.
«Non dovresti essere qui.»
«Volevo vederti.»
Maria la studiò per un momento, con quella lentezza che non era mai indifferenza.
«Più passa il tempo, più assomigli a tua nonna.»
Arianna rimase a due passi da lei. «Mi dicono spesso che sono il tuo ritratto.»
«E questa cosa ti dispiace?»
Arianna scosse la testa. «No.»
«Un tempo avresti detto il contrario.»
«Probabile.»
Maria aspirò un’altra boccata. Soffiò il fumo di lato, senza fretta. Il sole le batteva sulle spalle, e per un momento sembrò una normale donna seduta al sole, in un mattino qualsiasi.
«Perché sei venuta?»
Arianna esitò. «Mi mancavi. Anzi — mi manchi. E ho l’impressione che non ci siamo dette molte cose.»
«Mi dicevi sempre che non dovevo vivere nel passato.» Una pausa. «E adesso sei qui.»
«Lo so.»
Arianna rimase zitta qualche secondo. Poi le parole uscirono — non di colpo, ma con il tono pesante delle cose trattenute troppo a lungo.
«L’ultima volta che ci siamo viste avrei dovuto capirlo: il nostro era un addio. Eri diversa, più assente — e invece è prevalsa la fretta. Le mie ricerche, le scadenze, le cose da fare.»
Si fermò.
«Quella mattina — quando mi hai chiesto di portarti a casa…»
La voce le si spezzò.
«Avrei dovuto farlo» disse infine. La voce non resse più. «Avrei dovuto ignorare tutto il resto. Invece mi sono fidata, mi sono convinta che stavi bene, che c’erano persone competenti, che era la scelta giusta — ma ti hanno lasciata sola. Io non ero lì, e non me lo perdono.»
Pianse. Non piano, non c’era compostezza. Era un pianto che non si governa, che non ha niente a che fare con l’immagine che si dà di sé.
Maria non rispose subito.
Si alzò e fece i due passi che li separavano con calma. Le mise una mano sul viso. La tenne lì, con il palmo sulla guancia di Arianna, finché il pianto non cominciò a perdere forza da solo.
«Ascoltami.»
La voce era bassa, amorevole. Il tono che usava quando voleva che si capisse che stava parlando sul serio. «Non eri tu a dover scrivere il finale della mia storia. Nessuno dei miei figli aveva questo compito. La mia storia era arrivata alla fine punto e basta — con o senza di te in quella stanza.»
Arianna non disse nulla.
«Quella mattina ti ho chiesto di portarmi a casa perché avevo paura.»
Una pausa.
«Non perché tu potessi cambiare qualcosa.»
Arianna alzò gli occhi.
«Hai capito la differenza?»
Maria aveva ancora la sigaretta tra le dita.
C’era qualcosa di rassicurante e tenero in questo — anche qui, era sempre sé stessa.
«Non ti ho perdonata perché non c’è niente da perdonare. Ma se hai bisogno di sentirtelo dire — te lo dico. Puoi smettere di pensarci adesso.»
Arianna scosse la testa, piano. «Non è così facile.»
«Sei sempre stata troppo severa con te stessa.»
Maria aspirò un’ultima boccata, tenendola un momento.
«Non aggrapparti ai giudizi. Alle cose materiali: non devono avere il potere di condizionare le tue emozioni o le tue scelte.
Ricorda: se le cose non vanno come vuoi, non viverla come un fallimento. È un’altra prova da affrontare.
Hai troppa fretta — non sempre si arriva alla meta seguendo le strade che si immaginava, o nel momento che ci si augura.»
Buttò il mozzicone a terra e lo schiacciò sotto la scarpa.
Poi le mise una mano sulla schiena.
«Vai. Non puoi restare troppo tempo qui.»
Arianna stava già varcando la soglia quando sentì una voce.
«Ma’, quella è Arianna? La posso salutare.»
Si fermò.
«No. Lasciala andare.» Maria non aveva alzato la voce. «Hai lasciato tuo padre solo in campagna?»
«Sta arrivando.»
Arianna si voltò. Il sole la accecava.
«È mio fratello?»
Maria la guardò. Un silenzio breve, che era già una risposta.
«Voglio vederlo. Parlare con lui… solo un momento. E papà—»
«No, Arianna.»
La stessa fermezza di sempre. Non c’era margine di trattativa.
Arianna esitò sulla soglia. «Posso restare ancora…»
«Sei grande per i capricci. Vai.»
Maria scosse la testa. «Torna dai tuoi fratelli. E abbracciali da parte mia.»
Arianna rimase un secondo ancora — con quella voce nell’orecchio, e il desiderio pressante di rivedere anche suo padre.
Alla fine cedette.
Maria chiuse la porta alle sue spalle.
Serie: Il collare di Meritaton
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Ciao Tiziana,
molto interessante questo “viaggio” nell’aldilà. I personaggi dialogano con naturalezza e riesci, in quei dialoghi, a metterci la personalità di ognuno.
Immagino che chi ha vissuto una o più perdite si possa ritrovare con i sentimenti di Arianna. Ma allo steso tempo il racconto mi fa riflettere. Il tempo che abbiamo a disposizione non è infinito e forse è meglio dirsi subito tutto quello che c’è da dire, prima che sia troppo tardi.
Un saluto
P.
Ciao Tiziana, un viaggio nel passato di Arianna e sua madre profondo e emozionante. Anche la figura di Maria è davvero bella.
Stai diventando una delle mie scrittrici preferite.
La naturalezza con cui la madre dice ad Arianna “non dovresti essere qui” e “perchè sei venuta” mi ha messo un senso di pace. Si parlano come ci si parla dopo una lunga giornata, come se la morte non fosse la fine di tutto, ma solo un cambio di prospettiva. Mi è molto piaciuto. L’idea davvero di poter in qualche modo rimediale a ciò che da sempre ci appare come il più irrimediabile dei dolori.
Ciao Tiziana, un episodio molto emozionante. Della tua scrittura, mi piace tanto come riesci a trasmettere profumi e sensazioni, fai immergere totalmente nella storia. Il dialogo è splendido.
Complimenti!
❤️ stupendo.
Mi sono commossa. Anch’io vorrei tanto ritrovarmi, come per magia, nella vecchia casa dei miei nonni. Questo episodio è la cosa più bella che ho letto oggi❤️
Grazie Arianna, per il bellissimo commento❤