
Un pianoforte in penombra
Serie: Agenzia Sullivan & Soci
- Episodio 1: Pioggia di sangue
- Episodio 2: Nuovi incentivi
- Episodio 3: Destruction Derby
- Episodio 4: Incontro clandestino
- Episodio 5: Una visita inaspettata
- Episodio 6: Nuovi orizzonti
- Episodio 7: Tempo di risposte
- Episodio 8: A pesca
- Episodio 9: … Si ottiene tutto
- Episodio 10: Come tutto ebbe inizio
- Episodio 1: Si accendono i riflettori
- Episodio 2: 60 minuti
- Episodio 3: Un pianoforte in penombra
- Episodio 4: Con le buone maniere
- Episodio 5: Aria pesante
- Episodio 6: Piove sul bagnato
- Episodio 7: Topo di biblioteca
- Episodio 8: Salmone Affumicato
- Episodio 9: Arriva la cavalleria
- Episodio 10: Carnevale
- Episodio 1: Due lenti sono meglio di una
- Episodio 2: Il passato non si cancella
- Episodio 3: I problemi non vengono mai da soli
- Episodio 4: Alla base della piramide
- Episodio 5: Dietro le quinte
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Puoi ascoltare questo episodio qui https://api.spreaker.com/v2/episodes/43699600/download.mp3
Ripresi conoscenza il pomeriggio successivo, inutile dire che avevo nella testa una scimmia pronta a martellarmi il cranio senza alcuna pietà, ogni movimento, anche minimo, mi causava un forte dolore. Ingurgitai un paio di pasticche prima di riuscire a mettere due pensieri in fila, la mia mente camminava con calma verso il ricordo di quanto avvenuto la sera precedente. Avevo sognato l’incontro con la spogliarellista o era tutto vero? Mi avvicinai alla scrivania e il mio sguardo cadde su un rettangolino di carta che si trovava dal lato degli ospiti: un biglietto del “Rising Star”. Era un segno inequivocabile, visto che non amavo bazzicare in locali simili, preferivo affogare i miei lamenti in fondo ad una bottiglia, da sempre il metodo migliore per la psicanalisi. La luce bluastra filtrava dai vetri e mi permetteva di riordinare i pezzi di quel confuso puzzle: ero certo solo di dovermi recare di persona al Club per controllare che nessuno desse fastidio alla donna. Sullivan non si era nemmeno degnato di salutarmi al mattino, la cosa era molto strana ma accantonai quel pensiero, visto che mi trovavo già in ritardo sulla tabella di marcia.
Dopo essermi tirato un po’ d’acqua in faccia sembravo un uomo nuovo, almeno così voleva farmi apparire il mio specchio olografico da quattro soldi, quei dannati filtri che ti abbellivano erano la stronzata più grande mai inventata da un imbecille del marketing. La cicatrice sulla guancia sembrava essere tornata alla carica, rossa come non mai, segno di un passato che faticava ad allontanarsi da me e dalle persone che provavano ad avvicinarsi. Mi infilai il cappotto e diedi un ultimo sguardo all’ufficio mentre nella testa tentavo di capire se avessi potuto avere bisogno di qualcosa, non mi venne in mente nulla. Notai che lo studio di Frank era vuoto, la porta socchiusa, forse era in giro a pedinare qualche vecchietta o a far attraversare un bambino.
Ci vollero venti minuti solo per riuscire a trovare l’auto, che avevo lasciato a diversi isolati di distanza, in un impeto di buon senso che mi aveva spinto ad utilizzare le gambe per dirigermi a casa, dopo tutto quello che avevo bevuto. I buon temponi che giocavano a rigare la carrozzeria quella sera dovevano essere andati da un’altra parte, o almeno erano stati più furbi del solito nel non farsi scoprire.
La puzza di sigarette spente nell’abitacolo mi ricordò che avevo perso il mio ultimo pacchetto: dovevo procurarmene uno il prima possibile. Guidai con calma, come una vecchietta che ha appena preso la patente e non vuole fare incidenti; le strade erano deserte a quell’ora del pomeriggio, solo verso sera si riusciva a scorgere un po’ di traffico in più, quel tanto che bastava per bloccare tutto quanto. La gente si muoveva come se tutto fosse già pre-stabilito, come un ingranaggio in un grande meccanismo che è impossibile da fermare. Ogni tanto incrociavo uno sguardo stanco, un volto carico di ansia e occhiaie, tutto quello che caratterizzava un’esistenza frenetica trascorsa senza troppa convinzione nell’attesa dell’inevitabile morte. Parcheggiai di fronte all’insegna verde che lampeggiava a ritmo di una musica che nessuno poteva udire. Gettai un’ultima occhiata al sedile grigio accanto a me nella vana speranza di trovarci una bella sigaretta ma dovetti gettare la spugna.
Il club si trovava sulla strada più grande del quartiere e troneggiava come un vecchio monumento simbolo di una città decadente, accanto solo negozietti di ferramenta e un paio di camionicini che vendevano cibo di merda agli stronzi senza soldi come me. Proprio l’odore di carne alla griglia attirò la mia attenzione, scelsi di deviare di poco il mio cammino per rifocillarmi e bere qualcosa di non alcolico. Il grassoccio dietro il bancone non sembrava troppo convinto del suo mestiere ma sfoggiò un bel sorriso falso per accompagnare le mie parole.
“Se lo goda, è uno dei migliori hamburger della città!” disse dopo avermi consegnato il panino caldo.
“Sì, certo, e io sono Babbo Natale” me ne andai senza attendere il vaffanculo.
Trangugiai quello schifo insipido senza nemmeno soffermarmi sul reale sapore che potesse avere, certa roba era meglio mandarla giù senza fare domande: il rischio di farle invertire la rotta era troppo alto. Il mio alito, a quel punto, doveva sapere di merda e alcool, di certo tutti i miei interlocutori sarebbero stati piacevolmente sorpresi dal mio peculiare odore. Varcai la porta rossa che conduceva all’ingresso, un corridoio con un bel tappeto blu al centro indicava l’unica via d’accesso.
“Chi è lei? Ufficio d’igiene?” domandò la donna dietro al bancone alla mia destra.
“No, mi piace solo guardare, a dirla tutta.”
“Quindi no è dell’ufficio d’igiene” abbassò gli occhiali sul naso come se in quel modo potesse avere la certezza matematica.
“No, glielo ripeto. Se vuole che me ne vada me ne andrò, ma avrà perso un cliente” simulai la voce più arrabbiata che potevo.
“Va bene, mi sembra abbastanza convincente. Sono cinque dollari se non consuma.”
“Che domande, consumo sempre.”
Le luci soffuse mi accolsero nella sala grande che costituiva il fulcro dell’attività. In fondo una lunga pista con un paio di pali troneggiava illuminata da luci bianche e rosse. Sulla destra un pianoforte indicava un’accompagnamento live di un certo livello, non proprio il tipico luogo per disperati, quindi. Dall’altro lato il bancone di un bar mi indicò l’inequivocabile via che dovevo prendere. Un uomo intento a pulire i bicchieri mi salutò con un cenno del mento, i capelli impomatati e tirati all’indietro.
“Un gin tonic, bello forte.”
“Arriva subito” lasciai il biglietto per la consumazione sul tavolo.
Man mano che la sera arrivava il posto si riempiva di fauna di vario genere: uomini di fatica; avvocatuncoli da strapazzo; guardoni. Verso le nove Mary entrò a compiere il suo dovere, accompagnata da un pianista che non le staccava gli occhi di dosso e da un sassofonista concentrato. Cercai di capire chi potesse essere il nostro uomo ma nessuno mi parve così morboso. Forse il nostro uomo non si presentava di persona. Decisi di godermi un po’ il culo della mia cliente, il numero di consumazioni salì.
Serie: Agenzia Sullivan & Soci
- Episodio 1: Due lenti sono meglio di una
- Episodio 2: Il passato non si cancella
- Episodio 3: I problemi non vengono mai da soli
- Episodio 4: Alla base della piramide
- Episodio 5: Dietro le quinte
“vendevano cibo di merda agli stronzi senza soldi come me.”
Se fosse un film, il suo ruolo lo darei a Bruce Willis… Come ce lo vedo, con questo “scazzo di vivere” 😉
Sempre più hard boiled. Interessante!