SEGRETO

«Non ve lo dirò mai!»

Tuonò improvvisamente il Pierazzi, che quasi a volersi sorreggere, stava appoggiato con un avambraccio al bancone del bar; e in quel tugurio il bailamme calò d’incanto, come quando un’improvvisa nuvola nera, attraversa il celo della pineta maremmana e le cicale smettono improvvisamente di frinire.

Una ciurma, che tra un boccale di birra e l’altro stava intavolando i soliti discorsi calcistici intercalati tra le bestemmie e volgari apprezzamenti al succinto vestito della barista, si ricompose come al rumore dell’infrangersi di un bicchiere che cade, cercando d’individuare chi avesse asserito quell’esclamazione dal tono così perentorio.

Individuata la sagoma del Pierazzi, come dei cecchini abbagliati che non riescono più a prendere la mira, iniziarono a far roteare gli occhi e a sbattere le palpebre fino a specchiarsi nitidamente nelle fiammeggianti pupille del presunto colpevole.

Il Pierazzi si sentì in soggezione e indietreggiò quasi a voler nascondere la testa dietro alla vecchia sputacchiera che, decaduta la sua funzionalità per mancanza dei vecchi tabagisti, impropriamente veniva usata dal proprietario di quella bettola per tenere in fresco la bottiglia del bianco.

Un certo Cagnola, essendo il più prossimo al soggetto, aveva sentito nitidamente quell’improvvisata. Gli si avvicinò ulteriormente con fare di una iena che annusa del sangue e della bava gli si formò sulle labbra come se non fossero già state abbondantemente inumidite dai precedenti calici d’ebrezza.

Un silenzio di tomba calò quando quello sbavante individuo si rivolse al Pierazzi dicendo:

«Cosa diamine hai detto!»

Anche Vanessa, la cameriera, si pietrificò sintonizzando il suo interesse su quella nuova frequenza che sembrava promettere musica per le sue grosse orecchie adornate da piccoli pendenti.

Un certo bisbiglio ripartì dalle postazioni più lontane dove alcuni forestieri, probabilmente villeggianti milanesi, se ne stavano al riparo da quei rozzi e incivili cottimisti che direttamente dai sedili dei loro furgoni, erano partiti all’arrembaggio del bancone del bar per l’imperdibile aperitivo del venerdì sera.

Un troglodita con camicia a quadretti e logore scarpe antinfortunistiche, che fino ad un attimo prima starnazzava frasi insensate con chiunque gli passasse accanto, si voltò di scatto verso di loro e in un modo totalmente dispotico, con un «Sss» riportò in quella bettola il silenzio più completo.

Il Pierazzi, malgrado avesse dei problemi con una dilagante disfagia, con la mano tremante si portò un calice di vino alla bocca e lo tracannò tutto in un fiato; poi quasi a voler erigere una barriera impermeabile alla crescente saliva del Cagnola, disse nuovamente:

« è un segreto e non lo rivelerò mai».

Fu come lanciare della pastura in una vasca di trote da allevamento, tutti si avventarono sul Pierazzi neanche se si fosse trasformato in un vassoio di succulenti stuzzichini.

Ormai la fame di saperne di più, aveva fatto scemare sia i discorsi calcistici che gli apprezzamenti sulla barista e quei loschi individui si guardarono tra di loro come per capire a chi toccasse tentare di aprire la cassaforte.

Si fece avanti uno stradino di nome Sabiola che sia per il cognome sia per professione veniva soprannominato in dialetto bergamasco Botöm (Bitume) e come a voler picchiettare per testarne lo spessore della cassaforte marchiata Pierazzi, citò una presunta attinenza con un fatto di cronaca locale appena letto su MyValley.

Pierazzi non si scompose più di tanto e guardando il fondo del bicchiere appena scolato, scosse la testa e alzando gli occhi ad incrociare quelli della barista esclamò:

«Vanessa, versane un altro!»

Quella pur di non perdersi niente di quella telenovella che le si stava parando dinnanzi, incurante delle priorità degli ordini precedenti, sfilò la bottiglia del bianco dalla sputacchiera servendo subito il Pierazzi riempiendogli il calice fino all’orlo.

Partirono così dei cori da stadio dai variegati accenti locali e no.

«Diccelo, diccelo»

«Dimel»

«Diccilo»

Volponi dal sorriso beffardo iniziarono a far pressione sul piccolo Pierazzi che in quel frangente, con il viso tutto paonazzo, sembrava un pugile messo all’angolo da un avversario molto più grosso; si liberò nuovamente dalle corde esclamando:

«è un segretooo!»

A quel punto quei trogloditi, in una sorta di borbottio quasi sommesso, finsero del disinteresse e gli voltarono le spalle riprendendo gli inconcludenti discorsi di prima.

Mentre ansimando Pierazzi riprendeva fiato, vittorioso di quel primo round, gli avventori del bar in una sorta di telepatici sguardi e uno strano linguaggio dei segni si ricompattarono per un nuovo raid.

In meno che non si dica un improvvisato benefattore disse:

«offro io questo giro; Vanessa versane uno anche al Mario».

Pierazzi non fece nemmeno in tempo ad accennare un rifiuto che Vanessa gli aveva già versato anche il secondo bicchiere senza nemmeno riporre il tappo sulla bottiglia.

Un certo Filosofi, proveniente da un paese ai piedi della Presolana, gli si fece a lato dicendo:

«su Mario dai finisci quello di prima, così brindiamo alla salute di Cesarone che ha offerto»

Quell’insignificante piccoletto in un attimo si ritrovò nuovamente al centro dell’attenzione come se fosse un Africano pieno di grana.

Li chiamano così certi paesani nati in Nigeria e figli di emigranti che nel dopo guerra trovarono fortuna lavorando in Africa. Questi appena fanno rientro dall’estero, generalmente per le festività natalizie, festeggiano nei bar di paese offrendo a tutti come se non ci fosse più un domani; forse anche più degli stessi pastori che rientrando dalla dura e solitaria stagione sui monti Svizzeri, necessariamente hanno bisogno di molto svago.

Chiusa questa parentesi, un certo Cesarone, dopo aver atteso che anche il contenuto del secondo bicchiere scivolasse nella gola dell’euforico Pierazzi, facendo spudoratamente leva sul fatto che aveva offerto, con un giro circense di parole esordì così:

«Mario, continua a raccontarci quello che non volevi dirci».

Il Mario in una totale confusione e strusciando la lingua sulle gengive ormai prive di denti, iniziò a raccontare una strana storia, come se parlasse a sé stesso.

Tutti rimasero in ascolto tentando, con quei pochi neuroni rimasti intatti dai fumi alcolici,

di ricostruire una trama con quelle soffuse e sconnesse frasi recitate metà in italiano e metà in bergamasco.

La storia pareva irreale, sembrava contorta, ma quello che faceva imbestialire tutti era il fatto che ne era omesso totalmente il soggetto.

Quella vecchia cassaforte teneva ancora bene malgrado tutto l’acido utilizzato per sciogliere i suoi meccanismi.

Riprese il girabacchino della situazione il Cagnola che, come un cinghiale, si fece largo col grugno determinato a riprendersi la posizione persa.

Sbucando improvvisamente dal basso disse:

«Mario, questa è proprio grossa ma insomma chi è stato?»

Si era fatto molto tardi sulle note del Pierazzi, che a modi d’Orfeo con la musica delle sue parole aveva incantato tutti quei cerberi individui e la vocina stridula di Vanessa risuonò tra la vetrata e le marezzate pareti del locale:

«Si chiude!»

Tutti iniziarono ad osare dei nomi di poco di buono e di malfattori ma, ormai allo sbando più completo, il Pierazzi non mollava e serrava le gengive quasi a voler trattenere la lingua tra i pochi denti che gli erano rimasti.

Fu allora che il più caparbio tra quella sorta di predatori decise di giocare l’ultima carta.

Cercò gli occhi di Vanessa e gli fece l’occhiolino.

Quella rodata donnaccia in un nano secondo, nemmeno fosse un computer quantistico, aveva capito il da farsi per concludere quel capitolo; neanche si fosse trasformata in Kathy Bates nel film Misery non deve morire.

Con sguardo ammaliante si sporse dal bancone e solleticando la pappagorgia del Pierazzi e facendogli scivolare le pupille nel suo generoso décolleté gli sussurrò all’orecchio:

«Mariolino dai adesso puoi dircelo!»

Lui era completamente esausto, sia per aver così abilmente intavolato quel lungo monologo sia perché di fatto era completamente sbronzo anche da quelle ultime attenzioni che gli avevano dato il colpo di grazia.

Dentro di sé sentiva che era il momento di incassare il suo trofeo; una misera coppa di facce di latta tutte ansiose che la sua bocca si apra.

Stridette un nome frastagliato tra i denti e tutti rincasarono con i propri tormenti.

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Discussioni

  1. Molto bello questo racconto. Mi piacciono particolarmente le figure retoriche che sai applicare veramente bene e che danno energia alla narrazione. L’ambientazione mi è piuttosto familiare perché siamo così anche dalle mie parti 🙂 Il finale è geniale, perché dopo tanto clamore, alla fine non frega niente a nessuno. L’importante è riempire in qualche maniera il vuoto che c’è in mezzo. Bravo

  2. Molto gentile Roberto. Credo che carpire un segreto sia come desiderare tanto di possedere qualche cosa; poi quando finalmente la ottieni quel desiderio svanisce e scopri la necessità di avere un nuovo desiderio di possesso.

  3. Una prova di scrittura molto consapevole, che rivela la conoscenza delle pulsioni dei lettori e li punisce per la loro ingordigia. Mi ha fatto tornare in mente la ricerca dell’assassino in “Magnolia” da parte di John C. Reilly. Molto bello.

  4. Scritto molto bene, le scene descritte in maniera molto teatrale, la caratterizzazione sopra le righe dei personaggi mi ha ricordato le macchiette dei bar “Benniani”. Il finale poi, mi ha lasciato con le mani vuote e andrò anche io a dormire con i miei tormenti 🙂

  5. un cerchio di personaggi uno meglio dell’altro, caratterizzati con grande perizia in pochi tratti. Bello davvero. E secondo me hai fatto bene a nascondere il finale nello sdentato farfugliare del Pierazzi.
    Mi è anche venuta in mente una vecchia canzone di Giorgio Gaber che mi sembra ambientata anch’essa in un posto simile al tuo bar.

  6. Son contento che vi sia piaciuto. Grazie a tutti per gli apprezzamenti.
    In risposta a Giancarlo…Penso che oggi come oggi di segreti non ce ne sono più, forse perché siamo noi stessi a volerli mettere in piazza o forse perché con tutto quello che succede e il web ce lo sbatte ogni giorno in faccia e senza passare per il colorito bar, non ci stupisce più niente. Un vero segreto e che farà tanto scandalo, sarà scoprire che qualcuno ha avuto ancora il coraggio di regalare una fiore. Osti se sono pessimista hahaha

  7. “Stridette un nome frastagliato tra i denti e tutti rincasarono con i propri tormenti.”
    E così, alla fine, non sappiamo né il cosa, né il chi. E possiamo tornarcene a casa con in nostri tormenti… 👏
    Complimenti, ben scritto ed articolato, con un’atmosfera perfettamente dipinta insieme ai personaggi. Ho sentito l’odore della bettola, con i suoi fumi d’alcool, gli odori corporali e di sigaretta. E l’accento, che non mi è estraneo…

  8. Volevo scrivere scoppiettante, ma mi ha preceduto Ugo; quindi dico frizzante. Suscita una gran curiosita` sin dal principio, questo racconti, che ti tiene appeso dal principio alla fine. Molto scorrevole, leggero e ironico; pero` non vale: ci hai lasciato a bocca asciutta, senza conoscere il segreto e senza neppure un sorso di qualcosa offerto generosamente a tutti gli altri curiosi del racconto.