Senza di me (II)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
- Episodio 10: Doppia eclissi
- Episodio 1: Le mosche azzurre (Parte I)
- Episodio 2: Le mosche azzurre (III)
- Episodio 3: Le mosche azzurre (Parte II)
- Episodio 4: Senza di me (I)
- Episodio 5: Senza di me (II)
- Episodio 6: Senza di me (III)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
I giorni seguenti non lo incontrai più, nemmeno nei pressi della tipografia, dove lo avevo visto la prima volta. Sarei stato curioso di parlargli; di chiedergli come percepiva la vita senza un braccio, che effetto gli faceva la tempia sottile di una figlia unica sul suo ultimo margine, prima dell’abisso. Il suo unico sostegno interrotto giusto sul più bello, immaginai. Per la tempia di una figlia, la statura dell’uomo sarebbe stata priva di un versante, come del valore violento di un abbraccio, o della minaccia di una punizione esemplare, che due braccia avrebbero reso di certo più efficace e credibile, quanto meno ai suoi occhi, e a quelli di una madre col viso da grande attrice. Non immaginavo altro, in quei giorni difficili, sospesi, fuori dal tempo.
Sul mio quaderno cominciai a comporre alcuni versi. Non ne avevo mai scritti. Ero sicuro di non esserne capace, ma da quando avevo incontrato l’uomo senza un braccio, avevo imparato a vegliare sul mio limite linguistico, a conoscerlo e a frequentarlo con maggiore angoscia e assiduità , sempre verso sera, quando le luci si spegnevano e le voci nel cortile si abbassavano – l’unico momento della giornata in cui prendevo respiro nel mio quaderno segreto e mi abbandonavo allo spazio tirannico del suo mistero. Nel mio caso la paura della poesia era il mio arto mancante: Il braccio rotto dei miei brutti versi, pensai, quando appuntavo qualche rima imperfetta su di una loro giornata in costiera, al Parco dei principi, alla Rinascente o alle corse dei cani, prima di spegnere la luce o di masturbarli a turno, dopo averli bendati.
Mia madre era un’ assistente universitaria. Mio padre l’aveva abbandonata per una commessa di Coin, quando io avevo tre anni. Non ricordo niente di lui. Lei non ne parla mai. Mio padre si era trasferito a Tolosa, e non trovava il tempo per gli affari o le affezioni del suo passato – era così che le avrebbe detto, una delle ultime volte in cui si erano visti a pranzo, in una tavola calda sul mare, vicino Salerno, come lei mi raccontava, col viso stanco, un filo di voce. Mia madre era ancora innamorata di lui. Dopo la fine violenta della loro relazione mi aveva giurato di non volere nessuno accanto a lei e nello stesso tempo di non amarlo più. Sul secondo punto non le credevo. Ma in fondo non avevo le prove per non crederle; il suo pretesto me lo facevo bastare, soprattutto per lei.
Non conoscevo nulla di mio padre, se non il sentore vago della sua assenza, come quella del suo braccio di ferro con la mia vita, che non era nemmeno una vera mancanza, non per me, come confidai a mia madre il giorno del suo compleanno, quando per sbaglio le regalai un profumo da uomo. Scesi per un secondo regalo riparatore, e nella libreria dove ero entrato per acquistarlo la rividi: da sola, con il viso illuminato in un libro aperto, i capelli chiari che le facevano notte sulla pagina.
All’inizio non l’avevo riconosciuta. Mi sembrava una personcina comune, di quelle che si incontrano, sempre da sole, nelle librerie di lusso delle metropoli, che siedono a un tavolino all’angolo e consumano una bevanda calda, leggendo a lungo, dal primo pomeriggio fino all’orario di chiusura, col viso velato dal fumo della tazza e dell’assenza di tempo, senza dare mai retta, importanza o fiducia a qualsiasi cosa avvenga o precipiti al di là del loro cantuccio. Intanto ero andato a vagare tra gli scaffali dove avevo scelto il titolo di un romanzo adatto a mia madre. Ero in procinto di spostarmi alla cassa, quando mi accorsi nuovamente di lei, riconoscendo nella sua posa di lettrice solitaria la ragazza che avevo già visto accanto all’uomo senza un braccio. Tirai il fiato e mi fermai a osservarla con maggiore attenzione. Lei non staccava mai il viso dalla pagina. Non esistevo per la sua vita, non quanto lei per me.
Mi avvicinai senza dirle nulla, insonorizzato, sperando che il fruscio del mio braccio sullo scaffale le facesse sollevare il capo e poi guardarmi, come una parola di troppo o di effetto tra le altre, se non un refuso imperdonabile – ben sapendo che non poteva ricordarsi di me. Le passai accanto con lentezza, raccogliendo l’essenza del suo profumo stregante, mischiato alla colla e alla carta dei libri mai letti, che mi restituiva a una dimensione di intimità , dove tutto pareva in ordine e possibile, rassettato nella ricreazione di ogni scaffale e innocenza, come il letto che mi faceva mia madre, ben teso e scandito in ogni sua parte, senza un rigonfiamento o una minima piega, dal tratto marmoreo della punta fino alla cima blu del cuscino.
Chissà come avrebbe fatto il letto a suo padre, quella formichina leggera e invisibile, che leggeva e rileggeva il dramma di un suo infinito, dietro gli stessi occhiali, senza accorgersi mai di me. Se era lei, o sua madre, a farglielo, di buon mattino, se non entrambe, l’una di fronte all’altra, tra i fantasmi delle lenzuola – e poi la barba, una rasatura a regola d’arte, eccellente, dalle mani ispirate della studentessa modello: una per tenere il rasoio, l’altra per comporre un verso libero e poi passare per bene la schiuma sul primo lato della faccia, sorreggergli la punta del mento in una delicatezza lontana, da sanatorio d’altri tempi, la stessa che percepivo in libreria, nei pochi istanti della mia ultima sospensione.
Non avrei più avuto la possibilità di incontrarla da sola, per cui non potevo andarmene, come mi dicevo, combattendo con le mie intenzioni, allontanandomi da lei verso la cassa più affollata, avvertendo nello stesso tempo il peso dell’impossibilità a ritornare, inventare una qualsiasi scusa e chiederle aiuto, per esempio. Se il libro che stava leggendo con tanto interesse poteva essere bello e difficile, maggiormente adatto a una madre giovane e avvincente rispetto a un profumo dozzinale da uomo, come all’altro romanzino in offerta, alquanto banale, che le avevo già scelto per il tramonto disgustoso in copertina.
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Le mosche azzurre (Parte I)
- Episodio 2: Le mosche azzurre (III)
- Episodio 3: Le mosche azzurre (Parte II)
- Episodio 4: Senza di me (I)
- Episodio 5: Senza di me (II)
- Episodio 6: Senza di me (III)
l’incontro casuale con quell’uomo ha scatenato una metamorfosi nell’animo del protagonista tanto da indurlo a cercare nuovi modi di esprimersi. Il collegamento con l’assenza del padre legata all’assenza del braccio fa pensare ad una mancanza percepita in parte, come se fosse naturale il “non esserci”
Molto acuta e interessante questa tua inquadratura. Apre ancora più piani all’esplorazione del mistero, ai suoi simboli, alle sue volute. Tutto, in fondo, è interconnesso alla sensazione di inesistenza su cui giace e si disorienta il vissuto, sia del punto di vista che del suo microcosmo. Grazie davvero.