Senza di me (III)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I giorni passano e i pensieri dello studente continuano a vorticare intorno all’uomo senza il braccio e alla sua famiglia, diventando persino materia di un suo diario onirico e segreto. Un pomeriggio, con sua sorpresa, incontra la figlia dell’uomo, da sola, in una libreria del centro.

Chissà che cosa avrebbe detto mio padre nel vedermi paralizzato in una libreria del centro, senza riuscire a raggiungere la cassa e nemmeno l’angolo degli scaffali di narrativa straniera, o la forma educata delle sue labbra, dove da brava lettrice sussurrava e divorava parole su parole… un po’ all’infinito, quando cominciò a mancarmi l’aria. Me lo fece all’improvviso, senza alcun segnale anticipatore. Cominciai a tremare: le gambe, il braccio, il libro, le labbra, le mani, poi arrivò un capogiro, proprio mentre la ragazza sollevava il viso dal fondo della pagina per guardarmi. 

Aveva scelto il momento peggiore per accorgersi di me, nel pieno di un mio crollo irreversibile che dovette apparirle esemplare, quanto lo stile involuto del romanziere che stava saggiando. Ero spaventato dalla tranquillità dei suoi occhi, nonostante i suoi occhiali e una delle due lenti, la sinistra, crepata giusto al centro, ma non riuscivo a fermare il tremore e la paura di svenirle davanti. Riuscii a precipitarmi fuori, lanciando il libro su uno scaffale a caso. Raggiunsi a fatica una panchina vuota, poco lontana dalla libreria, dove mi distesi e cercai di recuperare le mie poche forze, respirando a fondo, con entrambe le mani sullo stomaco, dove sentivo tendersi al massimo grado la sensibilità della paura verso il velluto della morte.

Avvertii una fitta allo sterno, poi della nausea e del sudore freddo irradiarsi dietro il collo, lungo la schiena, sulla fronte – forse un’indigestione, un attacco d’ansia o di cuore. E poi quel tremito ostinato, che soggiogava tutto il mio corpo, fino al mio essere, e non voleva passare. Sarebbe stato meglio chiedere aiuto, ma non lo feci. Chiusi gli occhi, ritornando al profumo dei libri nuovi e al vissuto della sua camicia scozzese, sfiorata per qualche istante dal refolo incauto del mio passaggio.

A occhi chiusi, col passare dei minuti, sentivo che andava già meglio. Il respiro tornava regolare, il tremore stava sfumando, insieme ai fiotti di sudore e alle palpitazioni. Le voci dei passanti risuonavano di nuovo amiche, mentre camminavano e poi sbiadivano senza accorgersi di me, che riaprendo gli occhi la rividi, stavolta accanto a sua madre, di spalle, più minuta e misteriosa di come già non fosse. Non era da sola, maledizione – non lo avrei mai detto! E intanto le fissavo con insistenza, che parlavano, tacevano, ogni tanto si distraevano e si confondevano come sorelle o compagne tristi di università, con le stesse gambe nelle calze nere di seta. 

Non si muovevano dall’ingresso della libreria, come se in attesa di qualcuno, forse del loro capitano senza il braccio, il loro piccolo e grande Achab al contrario, che non amava leggere e che immaginavo in un negozio di cravatte, di balene bianche o in gelateria. Un braccio teso per pagare, e con lo stesso prendere un cono ai mirtilli e sporcare lo scontrino e il cappotto, ripulirsi e poi scusarsi, mentre le sue donne erano a trafficare da ore nella libreria dei sospiri. Avrebbe mai superato il mare di un grande libro, nelle loro uscite del pomeriggio, il loro unico uomo? Le avrebbe mai difese da qualcuno, da un possibile aggressore, da un killer seriale o da un corteggiatore respinto e impazzito, con un braccio in meno e con tutto lo scompenso che una tale mancanza avrebbe apportato alla sua natura di marito e di padre amorevole ed esemplare?

Mi sentivo sempre meglio; ero tentato di tornare in libreria, ma alla fine decisi di seguire le due donne, che cominciarono ad avviarsi da sole, nel primo imbrunire, dimenticandomi il regalo di compleanno per mia madre, che acquistai solo più tardi, prima della chiusura dei negozi. Le due avevano un passo lento, zelante, forse non abitavano così lontano. In tal caso avrei scoperto il loro indirizzo, e quello dell’uomo senza un braccio – gran bel colpo, però! 

Le strade si facevano larghe, deserte. Le donne proseguivano vicine, senza parlarsi, con le nuche gentili di due infermiere in libera uscita, dalle natiche sobrie, della stessa eleganza e avvenenza. Quanto era distante il loro camminare dalla posa sognante e meno sovversiva che avevo intravisto e patito al luna park, quando erano insieme all’uomo, nelle prime luci della sera e della strana promenade, qualche settimana prima, quando con me c’era Elvira.

Continuavano ad allontanarsi lungo la strada, io sempre dietro, afflitto, sfidando le traiettorie delle loro gambe perfette, implacabili. Entrarono in una traversina semibuia, poi in un vecchio portone, che la donna aprì con le sue chiavi. La ragazza prese delle caramelle azzurre dalla borsa. Le vidi entrare, gettare fuori le carte e svanire di corsa sulle scale. 

Alzando di peso gli occhi, scorsi il suo viso severo da maestro, dietro i vetri di una finestra spenta, al terzo piano. Sollevai un braccio per salutarlo, ma con disagio, tradendo l’aria di giustificarmi per essere arrivato fin lì – giusto per accompagnarle, proteggerle, non certo per infastidirle. Lui rimase impassibile, altero; non rispose al mio cenno di saluto, ma nemmeno girò il viso dall’altra parte. Io raccolsi la carta di una loro caramella, poco lontano dal suo portone chiuso e da un vortice polveroso di vento; la strinsi nella mano – poi nel cuore – e ritornai indietro.

Continua...

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir

Discussioni

  1. questo capitolo ha un risvolto inquietante, ora mi pare no stalker. La sua curiosità, e le attenzioni, sono eccessive. E quell’ultimo dettaglio, raccogliere la carta di una caramella, dà i brividi….

    1. Sì, è vero. È una forma ossessiva che soffoca, la sua, eppure sa ancora di innamoramento e di incanto. La carta della caramella rappresenta il punto cruciale del capitolo, secondo me. Sono molto contento che anche tu l’abbia colta – e quindi in qualche modo raccolta. Un saluto e grazie.