Senza di me (I)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ho pubblicato “Le mosche azzurre”, quarto racconto di“Ricevimenti al crepuscolo” un progetto di raccolta in itinere, che comprende tredici storie diverse di narrativa contemporanea, (dal racconto breve, al medio, al lungo)

L’uomo senza un braccio era fermo davanti a una tipografia. Lo notai per la prima volta una domenica mattina. Pioveva a dirotto e nessuno di noi aveva l’ombrello. Nemmeno lui. Mi ero fermato a guardarlo e non mi decidevo a proseguire. I miei amici mi portavano fretta e non si erano accorti dello strano tipo che non si decideva a ripararsi, nonostante alle sue spalle vi fosse un portone aperto e a momenti il diluvio. C’era qualcosa, non solo nella mancanza del braccio, ma anche nella forma del suo viso e in tutta la sua espressione che mi aveva rapito e disorientato. Se un mio amico non mi avesse preso per un polso e trascinato via, non mi sarei mosso da lì. Stava cominciando un temporale. Giusto in tempo, pensai.

La seconda volta è stato in un giorno feriale di bel tempo, dopo la scuola. Ero da solo. Lui era seduto in una macchina gialla, a lato passeggero. La macchina era in doppia fila. Al posto di guida non c’era nessuno. Se non l’avessi già visto quella domenica, non mi sarei accorto che non aveva un braccio – dall’interno dell’abitacolo non si notava. Il suo viso nel sole mi riconobbe, come io il suo. Forse accennò a un sorriso, ma non posso garantirlo. Era tutto così vago, sospeso; poi, quando stavo per avvicinarmi, una donna magra e dai capelli neri entrò di fretta nella stessa macchina: si mise al volante, accese il motore, ripartì. 

Ritornato a casa, dopo averlo rivisto, immaginai la sua vita con la donna magra, così di corsa e dai capelli neri, che poteva essere sua moglie o forse sua sorella se non un’infermiera, una persona che doveva prendersi cura di lui, semmai a giorni alterni, se non per tutta la vita. Non credevo che l’uomo fosse indipendente, forse in futuro, con una buona protesi, chissà… Mia madre a tavola mi chiese che cosa avessi. Mangiavo poco, ero distratto, avevo lo sguardo e la testa altrove, e poi avvolgevo gli spaghetti al contrario – non mi era mai successo prima. Io non le dissi dell’uomo, feci finta di niente, scrollando un po’ le spalle. Non mi andava di raccontare. Ero stanco di un giorno di scuola – intanto il mio pretesto le bastò e non mi chiese altro.

Ci fu una terza volta. Ero al luna park, con Elvira, una mia compagna di classe con cui ogni tanto uscivo, quando rividi l’uomo senza un braccio insieme alla stessa donna che avevo intravisto di corsa, mentre entrava in macchina. A loro due si aggiungeva una ragazza dai capelli chiari, che camminava accanto a lui, e che ogni tanto gli posava una tempia sulla spalla, con un fare sognante, proprio dalla parte del braccio mancante. L’immagine del loro contatto mi commosse e nello stesso tempo mi inquietò – che stupido. La ragazza, che doveva essere sua figlia, mi ricordava, per la sua esilità, una ballerina di fila o una cinciallegra in un acquerello giapponese. La donna bruna camminava sempre avanti – doveva essere la moglie dell’uomo, madre della ragazza. La mia amica si accorse di loro per via del mio eccessivo interesse, che non fui bravo a mascherare. Da quando li avevo visti avevo smesso di ascoltarla e di parlarle, come era già successo con mia madre, la stessa modalità di astrazione. Elvira mi chiese se li conoscessi e che cosa mi comunicavano di tanto importante da ridurmi così.

«Ma così come?» le feci, ancora nell’incantamento.

«Dovresti vederti. Se solo ci fosse uno specchio, allora sì che mi crederesti» mi disse. Io le risposi a frammenti, in modo vago, continuando a guardarli di spalle, che si allontanavano con lo stesso passo. Elvira non mi disse altro e rimase accanto a me, a vederli svanire.

Sulla ruota panoramica, pochi minuti dopo, mi prese una mano e chiuse gli occhi. Mi disse qualcosa, con un po’ di dolore, sulla ragazza dai capelli chiari, accanto al padre senza un braccio e anche sulla donna dai capelli corti e neri, che stava con loro, sempre un po’ in disparte, come se provasse disagio o vergogna e che somigliava tantissimo all’attrice Audrey Hepburn. Era una sera così ordinaria, tranquilla, in cui ogni cosa traspariva alla superficie degli istanti e delle illusioni perdute senza mai negarsi, corrompersi. Dalla ruota panoramica si scorgevano le case illuminate di rosa, la stazione dei treni, la statale gremita di auto, e in fondo, dietro una fila misteriosa di platani, la nostra vecchia scuola. Che malinconia.

«Chissà dove abiteranno, e quanto saranno lontani o infelici da qui» le dissi.

«Perché infelici, poi?» mi chiese.

«Non lo so. È un pensiero tra tanti, prendilo com’è» le feci.

«Nel loro modo di camminare, di allontanarsi?»

«Anche tu sei curiosa?»

«Non di loro ma di te…»

«E di cosa, poi?»

«Del tuo diventare lontano, all’improvviso, anche a distanza di un attimo, della paura del buio, o del volersi bene.»

«Ma io sono qui.»

«Sì, ma non solo.»

«E allora dove?»

«Dove finisci tu e dove cominciano loro tre, per esempio. Senza di me.»

«Cosa c’entrano loro con te?»

«Non lo so. È solo un pensiero tra tanti; fai finta che non ti abbia detto niente» mi fece, e poi tacque, piuttosto provata.

Intanto il giro sulla ruota panoramica era finito, così le sue considerazioni dell’assurdo a cui non volli dare più corda. Nel viso di Elvira, lungo la via del ritorno, colsi un filo di malincuore, mentre l’accompagnavo a casa standole distante,  prodigo solo del mio silenzio,  come la donna bruna e un po’ altera dall’uomo mutilato.

Quella notte, nella mia camera, aprii il mio quaderno segreto di appunti, dove scrissi del nostro pomeriggio e delle immagini ancora nitide che mi battevano dentro, come le musiche di una festa da un isolato vicino. Una manciata di parole, in un corsivo svogliato, incomprensibile, esattamente nel mio stile, per dedicarmi unicamente all’uomo senza un braccio e alla ragazza dai capelli tristi, ”un uccellino sopra un rinoceronte dal corno rotto” – fu così che li descrissi, prima di cancellare il passaggio e strappare la pagina. Ma dove stavo andando?, pensai.

Continua...

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir

Discussioni

  1. mentre leggevo ho fatto molte ipotesi su chi fosse quell’uomo: il padre del ragazzo? Ho pensato persino che potesse essere un suo amante passato. Come la sua fidanzata, anch’io mi domando cosa lo sconvolga tanto

    1. Ciao, Laura. Nell’impostazione del racconto non conta tanto chi sia quella data persona in relazione a un determinato punto di vista o contesto. Probabilmente i gradi di relazione tra le parti in gioco resteranno sospesi, incompiuti, non rappresentando, almeno fino a questo momento, un elemento cardine dello sviluppo, quanto meno per l’economia della storia. Più che il rapporto tra l’uomo e il ragazzo, e l’identità del primo rispetto al secondo, immagino prioritaria la gradazione di intimità con il loro ignoto che tenteranno di rinsaldare dal nulla, e nel quale ciascuno può ritrovarsi, se non rispecchiarsi, fino a perdersi, ma sempre a insaputa dell’altro. I richiami interni, le risonanze, le ombre in un portone in cui non si è mai entrati, sono indizi quanto l’impronta di una scarpa, la forma di un viso, una voce al telefono. È una costante di tutta la raccolta: l’intimità con l’ignoto di ciascun elemento o personaggio in gioco, anche solo di passaggio. Un fattore misterico più che fenomenico e analitico, secondo me. Un saluto e grazie delle tue osservazioni e della tua attenzione.