
Settembre sui bastioni
Serie: Occhio baggiano
- Episodio 1: Maggio piovoso
- Episodio 2: Giugno di attesa
- Episodio 3: Settembre sui bastioni
- Episodio 4: Ottobre tra le onde
STAGIONE 1
«Il vostro Paese è così below, com-plimentii.»
Alzo lo sguardo dalla strada di ciottoli e mi trovo una maestosa, bionda turista inglese che mi guarda come se fossi una statua antica, un semidio della mitologia, un Cesare che dominava sul mondo antico.
«Ehm, grazie» le rispondo divertito da quel complimento inatteso sull’Italia.
«Si goda la vacanza» aggiungo poi in inglese, e mi defilo tra i vicoli di Alghero.
La lunga estate sembra non finire più, è fine settembre ma è come se fosse ancora agosto. Mi destreggio tra i turisti provenienti da ogni angolo d’Europa lungo i bastioni a picco sul mare, sotto il sole e la calura di mezzogiorno. In lontananza si staglia il profilo del promontorio di Capo Caccia, con le grotte di Nettuno guardiane di uno dei mari più belli del mondo. Il sole è incandescente, mi fermo davanti ad un trabucco medievale pronto a difendere la città da un’incursione saracena e mi sbottono la camicia, arrotolo le maniche fino al gomito e prendo un sorso d’acqua dalla borraccia. Mi appoggio al muro del possente bastione difensivo e osservo il mare limpido coprire placidamente gli scogli sottostanti. Alcuni gabbiani svolazzano da un torrione all’altro e io mi lascio cullare dal suono della risacca, baciare dal sole finchè il telefono non inizia a squillare, interrompendo il mio torpore.
Ravano nelle tasche dello zaino e trovo quell’oggetto diabolico. Accecato dal riflesso del sole sullo schermo apro la chiamata senza nemmeno vedere il numero.
«Pronto?» sbraito seccato.
«Buongiorno Andrea, chiamo per gli esami che ha fatto ieri» risponde una voce gentile che riconosco bene.
«Oh, buongiorno.»
«Dobbiamo rifare un esame e quindi dovremmo fissare un appuntamento.»
«Ah, certamente, però adesso sono ad Alghero per lavoro, dovrei tornare dopodomani…»
«Non si preoccupi, non è urgente. Anzi sarebbe meglio fissare l’appuntamento in prossimità dell’operazione.»
«Ah…non ho ancora la data dell’operazione però.»
«Nessun problema, la fissiamo ora.»
«Ah…»
Così, subito, a brucia pelo.
«Potrebbe andar bene a fine novembre?»
Fine novembre? È tra due mesi.
«Sì, penso di sì» rispondo meccanicamente, disorientato.
«Il 22 novembre allora, è un mercoledì, mentre l’esame lo facciamo la settimana prima, lunedì 13, va bene?»
«Sì, sì, certo.»
«Perfetto, allora buona giornata.»
«A lei…»
Resto qualche secondo immobile, con il telefono in mano e un gabbiano sopra la testa che mi ronza attorno, indeciso se sono un tonno messo ad essiccare al sole.
Che è successo?
Scrollo la testa e richiamo velocemente.
«Buongiorno, sì, sono sempre io, Andrea, mi sono maledettamente confuso, può ridirmi le date per favore?»
Dall’altra parte sento delle risate, e poi gentilmente mi ripete tutto con più calma.
Mi si è chiuso lo stomaco.
Volevo prendere un piatto di culurgiones e della crema catalana per pranzo, ma non ne ho più voglia.
Mi rimetto lo zaino in spalla e con le mani dentro le tasche discendo i bastioni, verso il porto.
Ho la testa vuota, spenta, ronza solamente la data dell’operazione.
Da giugno, ficcata da qualche parte, ho una cartellina piena di fogli con l’informativa sull’operazione. L’ho letta una sera, velocemente, evitando i tre fogli dove venivano elencati i rischi e poi ho chiuso tutto e buttato lontano dalla mia vista.
“Se ne riparla in autunno, adesso siamo all’inizio dell’estate” mi sono detto.
L’estate è improvvisamente finita. Nonostante il sole e il caldo, noto le foglie gialle per terra. Gli alberi più leggeri mi sbattono in faccia lo scorrere del tempo e all’improvviso, le vie della città si svuotano, la stagione turistica è finita. Siamo in autunno.
Gli operai smontano la ruota panoramica dal Piazzale della Pace e io fingo di non vederli mentre salto in macchina. Il caldo asfissiante dentro l’abitacolo si somma a quello che il mio corpo butta fuori.
Parto ed esco dalla città senza sapere dove andare.
C’è un rallentamento per dei lavori, una fila di macchine e io mi ricordo perché detesto guidare l’auto e mi trovo meglio su una due ruote.
Un ranch alla mia sinistra mi incuriosisce, noto alcuni cavalli e, forse per la suggestione dei bastioni e delle macchine medievali, mi vengono in mente i cavalieri di Rohan del Signore degli Anelli. Penso ad Aragorn, che chiede a Legolas cosa vedono i suoi occhi da elfo, e immagino che gli risponda “Ma tagazzu vuoi che vedano, sono tzurpo come te, callone!”. Inizio a ridere da solo, lì in macchina fermo in coda. Rido sempre di più e mi scendono le lacrime dagli occhi.
Scrollo la testa, pensando a quanto sono idiota per ridere per una cosa così stupida. Prendo il telefono dallo zaino e metto la prima canzone che capita.
Good Life degli One Republic.
Quanto mi mette di buon umore questa canzone.
Mi sistemo gli occhiali da sole graduati e appena l’operaio fa cenno di partire, sgommo come Vin Diesel in Fast and Furious.
Non so dove dirigere il volante ma so che voglio andare al mare.
Punto a nord, decido di andare a Stintino. Da Porto Torres in poi è un continuo di campi agricoli, pale eoliche ed enormi cisterne di raffinerie. Un paesaggio che lotta ostinatamente per restare brillantemente selvaggio, in equilibrio con lo squallore e il grigiore della civiltà.
Mi fermo ad un parcheggio nelle saline, attraverso quell’acquitrino su un ponte di legno e raggiungo la spiaggia battuta dal forte vento pomeridiano.
Il vento, qui in Sardegna, è sempre il benvenuto. Porta aria pulita, ripulisce, rinfresca e se sai come fare, ti porta via, lontano, senza spostarti di un passo.
Tra le onde increspate riesco a vedere in lontananza la sagoma dell’Asinara, proprio davanti a me, mentre a destra, sfocate e confuse con il cielo, i grigi edifici di Porto Torres.
Mi tolgo le scarpe e passeggio a piedi nudi sulla spiaggia. Di tanto in tanto incontro qualche anima desolata che si lascia rosolare al sole.
Le dune e la poca vegetazione mi separano dalle saline ma riesco ad intravedere il rosso, il rosa e il color mattone tra il bianco della sabbia.
Pochissimi segni dell’uomo, qualche casupola in legno, piccolissimi bar addobbati con ogni genere di oggetti dei più svariati gusti.
In cima ad un chiosco svetta in alto la bandiera dei quattro mori, inconfondibile e onnipresente ovunque. La bandiera che i sardi con orgoglio esibiscono e che qualche idiota indipendentista sfrutta, stravolgendone la storia. Questa bandiera è la prova di quanto la Sardegna sia storicamente legata all’Italia, nel bene e nel male. Croce rossa di Genova e le quattro teste dei principi moreschi sconfitti dalle flotte dei comuni italiani insieme ai giudicati sardi. Quella bandiera dice “ehi tu, che tenti di invadere la Sardegna, se ci provi, farai la fine di coloro che hanno sfidato la potenza delle repubbliche marinare italiane”.
Mi è venuta fame, prendo un panino nel chiosco che mi ha fatto perdere i pensieri nei meandri della Storia continuo la mia passeggiata verso nord, lasciandomi accarezzare dal vento, fino ad arrivare su, alla torre della Pelosa.
Ancora una volta ripenso a quante battaglie queste acque hanno visto, quanti tentativi di invasione di un nemico così alieno che con cieco odio ha cercato di assaltare le nostre coste e a quante volte, le flotte dei singoli comuni, unendosi, siano riusciti a sconfiggere e a difendere la libertà in un mondo dominato da tirannici padroni. Tutte queste torri e quella bandiera onnipresente in quest’isola, mi infondono un senso di sicurezza e protezione.
Il giorno dell’operazione sarò anche io coraggioso contro questo mio invasore e libererò il mio mare.
Mi arrampico su un sentiero tra alcuni bassi arbusti, fino ad arrivare sugli scogli. L’acqua cristallina diventa turchese, celeste e poi blu notte, per digradare nuovamente nell’azzurro in prossimità dell’isolotto della Pelosa. La torre svetta maestosa, tra la Sardegna e l’Asinara, come Gandalf che imperterrito sfidava il Balrog e gli urlava “Tu-non puoi-passare!”.
Due mesi.
Due mesi possono durare come una vita intera.
Guardo l’orologio, ho ancora tempo prima di dover tornare ad Alghero.
Con un sorriso corro indietro alla macchina.
Non ho mai visto l’Argentiera, è ora di rimediare.
Farò durare due mesi come una vita intera, la mia estate non è ancora finita.
Serie: Occhio baggiano
- Episodio 1: Maggio piovoso
- Episodio 2: Giugno di attesa
- Episodio 3: Settembre sui bastioni
- Episodio 4: Ottobre tra le onde
Noto progressi enormi dai tempi della “tipa con la treccia”😅(Non che quel racconto non fosse già estremamente gradevole da leggere, infatti mi era piaciuto molto. Ma adesso sei ad un altro livello, bravo). Ho visto che c’è anche l’episodio 4, vado subito a leggerlo😊
Grazie Arianna!
“Ma tagazzu vuoi che vedano, sono tzurpo come te, callone”
Mi ha fatto ridere 😂
Credo che questo sia uno dei tuoi racconti migliori (quante volte l’ho detto? Ma non è colpa mia se ti superi sempre). Perfetta la tua scrittura, pulita, interessante nella sua ricchezza di vocaboli e sfumature. Emozioni che si srotolano su paesaggi splendidamente descritti. Mi sono divertita con rimandi e citazioni. Proprio in questi giorni ho approfittato della programmazione natalizia riguardandomi la saga del Signore degli Anelli e mentre ti leggevo me lo immaginavo in lingua sarda. Ho riso anche io. L’estate è passata e la linea temporale inesorabilmente ci dice che è passato anche il resto. A me però piace restare ancorata qui, al filo della narrazione e aspettare il seguito. Un abbraccio.
Ciao Cristiana! Sempre molto gentile nei tuoi commenti. Mi sono divertito anche io a scrivere tutti qui riferimenti! Qui c’è sole e non troppo freddo, un po’ d’estate c’è ancora in fin dei conti 😉
Levami una curiosità: pure tu come M. Luisa Manca sei sardo?
Sono di Cagliari, Kenji
“Ancora una volta ripenso a quante battaglie queste acque hanno visto,”
Ho adorato questo punto ❣️
Mi piace molto la descrizione del luogo, anche con riferimenti storici per quanto velati, che si fonde con la vicenda che sta vivendo il protagonista.
Complimenti ❣️ ❣️
Grazie!
Un viaggio in solitaria attraverso una terra selvaggia e dolcissima, che è anche e soprattutto un viaggio interiore. Una formula classica, uno “standard” che hai interpretato in maniera personalissima e magistrale. Bello. E concordo con Emiliano: da Siciliano e da isolano sento fortissimo il richiamo delle terre che descrivi.
Bellissima isola la Sicilia, con un elemento suggestivo in più: l’Etna e la lava tra la neve. Alcune cose si capiscono solo vivendo in un’isola, vero? Grazie per aver letto, sono felice ti sia piaciuto.
Un racconto che tocca tutte le corde della mia mente, del sentimento e dello spirito. Un ‘ ironia sottile, nella continua alternanza tra poesia e prosa. La narrazione di un percorso che passa in luoghi splendidi che aiutano, talvolta, a svagarci dalle nostre pene quotidiane o anche dalle dure prove che la vita ci impone di affrontare.
Il nostro caro Andrea ha tutte le risorse necessarie per nuotare, tuffarsi nella profondita` del mare e tornare a planare sulle onde, con la tavola da surf, spinto dal vento che spazza via anche la nebbia pou` densa.
Ciao Maria Luisa! Oggi il vento si fa piuttosto sentire da noi eh? Una bella maestralata per spazzare via il 2023 ed entrare in un limpido e sereno 2024! Grazie per l tue belle parole, significano tanto, soprattutto perchè tu conosci i luoghi descritti e sai bene come si può restare incantati per ore. In questi mesi sono stati veramente tanti i luoghi da nord a sud che mi hanno fatto sgranare gli occhi, quelli baggiani ma soprattutto quelli dell’anima. Non posso ovviamente dedicare un episodio per ciascuno di questi luoghi, anche perchè questa serie non era in programma e la sta sviluppando in corso d’opera. Grazie per leggermi sempre con attenzione!
“Il giorno dell’operazione sarò anche io coraggioso contro questo mio invasore e libererò il mio mare.”
Caro, grande Andrea, bellissime parole. Volere e` potere.
Assolutamente!
Qui su EO siete in due che riuscite a farmi venire un desiderio matto di visitare i posti da voi descritti.
M. Luisa Manca descrive minuziosamente la parte sud occidentale dell’isola, tu invece la parte nord occidentale. Sta di fatto che ogni vostro racconto mi fa venir fame, sete, desiderio di gustrae l’odore di quel mare che non ho mai visto, voglia di camminare su quel legno, sabbia, roccia che i protagonisti calpestano in un modo tanto reale… Grazie Carlo per il tuo meraviglioso racconto.
Maria Luisa ha saputo descrivere benissimo la Sardegna fisicamente che il suo spirito in molti suoi racconti, e se ti interessa ti invito a leggere alcuni suoi vecchi racconti perchè meritano tanto. Ciò detto, grazie mille, sono felice di farti venire “l’acquolina in bocca” con i miei racconti. La Sardegna merita sicuramente per il suo mare e la sua costa, ad ogni curva hai un panorama diverso, però devo dire che merita molto anche l’entroterra, una parte della Sardegna che sto scoprendo di più ora e che i sardi stessi stanno imparando a valorizzare essi stessi. Che dire, spero di incontrarti prima o poi qui nella terra del vento! Grazie ancora