Simboli incandescenti dell’infinito
Serie: I bambini ridono
- Episodio 1: Lampioni, tombini, passi
- Episodio 2: Risate e stelline
- Episodio 3: I bambini sono qui (prima parte)
- Episodio 4: I bambini sono qui (seconda parte)
- Episodio 5: Simboli incandescenti dell’infinito
- Episodio 6: La notte e la fuga
- Episodio 7: Il sottile diaframma tra realtà e incubo
STAGIONE 1
Il negozio non sembrava più così innocuo, anche se le quattro vetrine che si affacciavano sulla strada principale erano illuminate. Dopo la chiusura alcune luci si spegnevano, mentre qualche lampada restava accesa fino al mattino per dare un senso di presenza all’interno del locale. Le due brevi scalinate, sei gradini che salivano verso la piccola terrazza sollevata dal piano stradale, permettevano di utilizzare uno spazio esterno che poteva essere arredato senza creare problemi a chi camminava sul marciapiede. Spesso molti oggetti e piante pesanti venivano lasciati lì anche la notte, come a sfidare la sorte.
Un cartello verde con una scritta bianca annunciava a tutti che in questo luogo si vendevano fiori e piante. Sotto, in caratteri molti più piccoli, si potevano leggere anche le parole complementi di arredo e articoli regalo. Sulla terrazza un lungo tappeto rosso sembrava onorare gli oggetti e le piante che affrontavano il freddo della notte.
Rosso. Era il colore che si imponeva su tutti in quel periodo. Rosso e oro. Anche il luccichio di oggetti sembrava urlare che mancavano pochissimi giorni a Natale. Tutte le vetrine erano piene, traboccanti di oggetti e luci e piante e fiori. Mirco trovava fastidiosa quella cacofonia di cose inutili. Il primo piano dell’edificio non era da meno: sul balcone che si estendeva per tutta la facciata una balaustra in cemento bianco era coperta da motivi ornamentali orribili. E anche lassù luci, festoni, ghirlande. Ogni volta che Mirco si affacciava a una delle finestre di casa, come in quel momento, era tutto questo che si imponeva alla sua vista. Di giorno il traffico di auto e il via-vai dei passanti mitigava l’ostentazione e la sgradevolezza visiva. Di notte no: nulla riusciva a lenire il cattivo gusto che si respirava dentro e fuori quell’edificio. Mirco guardò l’ora per l’ennesima volta. Sarebbe uscito di casa alle ventitré esatte. L’unica vetrina che non riusciva a vedere dalla finestra di casa e quella che si affacciava sul vicolo. Meno luci, meno sfarzo da quella parte. Perché non è visibile come le altre, pensò.
Non c’era nessuno. Nessuna auto transitava sulla strada, nessuno camminava sul marciapiede con il cane che lo seguiva al guinzaglio. Mirco salì i cinque gradini che portavano alla piccola terrazza in modo da poter osservare meglio l’interno del negozio. Era certo che sarebbe stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza, ma non stava facendo nulla di illecito. Si portò subito di fronte alla vetrina nascosta, quella sul vicolo, perché era meno ingombra di oggetti e gli avrebbe permesso di vedere qualcosa di più all’interno. Si guardò intorno per essere sicuro che nessuno lo stesse osservando. Poi avvicinò il viso al vetro proteggendo lo sguardo con le mani ai lati degli occhi, per eliminare i riflessi dei lampioni. In questo modo non riusciva più a vedere intorno a sé, ma pensò che non ci sarebbe stato alcun problema. Era solo intento a curiosare all’interno di un negozio sulla pubblica via, anche se in quel momento era chiuso.
Inizialmente non notò nulla di strano. Molte luci erano spente, ma quelle che restavano accese tutta la notte gli permettevano di osservare da un nuovo punto di vista gli spazi e gli oggetti che aveva visto dall’interno. Spostò lo sguardo più volte anche perché il fiato tendeva ad appannare il vetro e la visione era meno nitida se rimaneva concentrata in un punto. Si allontanò un po’ dalla vetrina utilizzando la manica del cappotto per rimuovere la condensa. Mentre eseguiva quel movimento vide qualcosa. Pensò che fosse un effetto dovuto al vetro che aveva perso momentaneamente la sua trasparenza, oppure alla luce dei lampioni che raggiungeva il suo campo visivo periferico adesso che le mani non erano più posizionate come schermo.
«Fotopsia» mormorò cercando una spiegazione razionale che negasse ciò che stava realmente osservando. «I miei lampi di luce e le bastarde, fottute mosche volanti…»
Chiuse gli occhi per un istante, ma quando li riaprì dovette arrendersi: le scintille incandescenti delle fontanelle luminose erano davanti a lui e si muovevano nella semioscurità del negozio. Provò a contarle: tre di sicuro, forse di più. Si muovevano veloci, come se qualcuno agitasse le braccia disegnando cerchi e altre figure. Non erano vicine, Mirco le vedeva laggiù in fondo al grande ambiente. Provò ancora a strizzare forte gli occhi, con il risultato di vedere le luci in movimento anche ad occhi chiusi.
«La persistenza visiva dei bagliori luminosi sulla retina» si disse. Tenne gli occhi chiusi per qualche istante e notò che l’effetto tendeva a scemare, confermando la sua diagnosi.
Non fu facile, ma quando i bagliori fantasma furono quasi scomparsi del tutto si costrinse a riaprire gli occhi. Per un attimo non vide nulla, se non i riflessi dei lampioni sul vetro.
«Vado via» disse a voce alta. «Torno a casa. Perché cazzo dovrei restare qui a…» Si rese conto che non poteva farlo, non sarebbe riuscito a rientrare a casa e semplicemente dimenticare tutto. Non sarebbe riuscito a restare tranquillo.
«Non dormirei. Questa notte e forse non solo questa.»
Avvicinò di nuovo le mani al viso per escludere dal campo visivo le luci che disturbavano la sua visione e riprese a scrutare l’interno.
Erano ancora lì. Ne contava quattro, si muovevano come se ogni bambino ne tenesse una in ogni mano. Poi ne vide altre due, più vicine. I disegni luminosi che restavano impressi nei suoi occhi erano monotoni, continui, come simboli dell’infinito incandescenti. Lenti, continui e monotoni. L’intensità crebbe fino a raggiungere un livello di luminosità quasi fastidioso da guardare. Distolse lo sguardo e ancora una volta chiuse gli occhi per qualche secondo.
Poi li riaprì.
Serie: I bambini ridono
- Episodio 1: Lampioni, tombini, passi
- Episodio 2: Risate e stelline
- Episodio 3: I bambini sono qui (prima parte)
- Episodio 4: I bambini sono qui (seconda parte)
- Episodio 5: Simboli incandescenti dell’infinito
- Episodio 6: La notte e la fuga
- Episodio 7: Il sottile diaframma tra realtà e incubo
Quel momento in cui dice “vado via” e un secondo dopo sa che non può è verissimo. Quando qualcosa ti entra in testa così non la molli più.
Vero, anche (soprattutto?) quando una voce ti dice che forse sarebbe meglio lasciar perdere!
Sottoscrivo le parole di @Gabripisa : al punto che i pensieri che Mirco esprime in forma diretta, con le parolacce, forse stride un po’ con i capitoli precedenti, nei quali non vi era traccia di questa sua caratteristica. Ad ogni modo rende bene l’idea di come stia diventando sempre più agitato e frustrato per la situazione di crescente tensione e mistero. Rimango in attesa delle prossime uscite 🙂
Sì. Mi fai notare che non avevo presentato Mirco in questo modo. Ed è un punto che ho già inserito tra le note del racconto!
La fragilità della posticcia diga di scetticismo che il protagonista cerca di imporre come difesa appare ogni riga che passa sempre più fragile
*** sempre più evidente ***
Sto provando a farlo crollare poco a poco… O almeno questa è l’idea, ma quando è ora di renderla a parole iniziano le difficoltà. Ciao Gabriele.