SIPARIO!

Ma perché, perché non ho mai capito che non avrei mai fatto ridere nessuno.

Ero un fallito precoce, a tredici anni la mia prima performance in pubblico fu un talent show organizzato dalla parrocchia.

In quella prima occasione non risero neanche i mie genitori.

Ma se ho una dote quella è la perseveranza, incrollabile e ferrea tenacia, certo non mi persi d’animo al primo fallimento. Da allora mi presentai a spettacoli d’ogni sorta feste di paese, sagre, compleanni e bar mitzvah, e chi più ne ha più ne metta, ma non sono mai riuscito a far ridere nessuno, com’è possibile?

Statisticamente almeno qualcuno, almeno per sbaglio o per caso, qualcuno almeno una volta avrebbe dovuto ridere, se non alle mie battute almeno di me no?

Ma nulla, non faccio ridere e le mie battute non fanno ridere. Pensai fosse la dizione e così feci un corso di canto, ma non era quello. Allora forse il timing e feci anche una scuola di teatro e improvvisazione, ma nemmeno quello aiutò. Dunque forse era il tipo di umorismo mi dissi, ma nulla nella mia ormai trentennale carriera li avevo provati tutti.

Dalla satira sottile a quella pungente, provai ad essere prima sboccato e triviale, poi sofisticato sino quasi al metafisico ma no, nemmeno così funzionava, e il demenziale? No nulla, mai nessuno è andato oltre alla smorfia o all’insofferenza.

Nella mia così lunga carriera da comico fallito, nella mia infinita escalation di esibizioni disastrose e deludenti performance non potevo che crearmi una certa fama nel settore, ho anche un soprannome nel giro dei stand up comedian, mi chiamano “MUTE” come il tasto del telecomando per togliere il sonoro alla TV, si perché si dice che durante le mie esibizioni la sala si fa così silenziosa che è come se, qualcuno avesse tolto l’audio.

Col tempo e soprattutto al giorno d’oggi tra social telefonini il mio talento non rimase nascosto a lungo, e così i su You Tube i miei video fioccano a decine.

Il video su di me col maggior numero di visualizzazioni si intitola “An Hour of Silence” uno dei miei, per così dire fan più accaniti, ha realizzato un montaggio di tutte le mie esibizioni trovate on line riuscendo a creare ben cinquantotto minuti si silenzio ininterrotto, agghiacciante e lodevole allo stesso tempo.

La psicologia, ad un certo punto mi dissi, ecco devo capire la mente dei miei spettatori, solo così saprò farli ridere è per questo che scelsi quella facoltà e la laurea il master magna cum laude, ecc., ma indovinate nemmeno quello mi aiutò.

Sapete cos’è la cosa più tragica, la più comica e torno a ripetere quella che considero tragica della mia vita?

Sono uno scrittore di successo, nulla di strano direte voi, essere un pessimo comico non mi rende necessariamente pessimo in tutto, le due cose non necessariamente corrono lo stesso binario e invece sì, in questo caso sono molto correlate.

Scrivo libri e libri sull’umorismo, sul come far ridere e sul come diventare un comico. Comico vero? insegno alla gente sul come essere divertenti, sul come far ridere al lavoro, in famiglia, giovani, vecchi, sconosciuti o chi che sia.

Naturalmente nessuno che nessuno lo sa, o almeno nessuno sa che sono io. come è possibile?

Quando ho deciso di mettere su carta tutto quello che ho appreso e studiato nelle decadi della mia tragica carriera ho deciso di mettere tutto questo sapere su carta, ho creato un best seller, ho scelto uno pseudonimo, avessi scelto il mio vero la mia tragica fama mi avrebbe preceduto e chiuso ogni porta. Tradotto in quattordici lingue e decine di ristampe, mi chiamano il Banski della commedia il grande artista di fama mondiale di cui nessuno conosce il volto.

Grandi comici in televisione non mancano di “ringraziarmi” perché grazie al mio libro sono diventati quello che sono.

Dopo gli studi la mia per così dire fama mi aveva preceduto in ogni angolo del paese e così che iniziai a viaggiare, mi dissi il mio umorismo è molto british lì di sicuro sarò apprezzato e così Londra ma Londra non rise, e allora Berlino, Meijin poi Parigi e infine Banjul che per chi non lo sapesse è la capitale del Gambia.

Cambiavo paese, studiavo la lingua gli usi i costumi e entravo nel Volksgeist del paese nello spirito del popolo come direbbero i tedeschi.

Ma la risposta delle persone era sempre la stessa, una impassibile silenziosa atona risposta ad ogni battuta.

E così si corona la mia vita di fallimenti, mi ritrovo a 50 anni con un pugno di mosche in mano. Si sarò anche un docente di ruolo e ricercatore della sorbona specializzato in psicologia dei popoli, con un conto in banca a sei zeri grazie alle miei libri sul far ridere, parlo 6 lingue e una moglie sino-francese e quattro figli, ma con quel vuoto dentro di non aver mai fatto ridere nessuno.

Ma basta piangersi addosso, stasera sento che sta sera sarà diverso, ho ulteriormente perfezionato le mie tecniche, i tempi morti la cadenza delle parole l’attualità dei temi la fine verità dietro ai miei dialoghi e delle mie battute.

Questa volta sarà quella buona…

-…sipario!

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Discussioni

  1. Nella risposta al commento di Kenji Albani parli di racconto controverso. Secondo me lo è. Perché è controversa la storia di un comico che non fa ridere, ma il suo alter ego scrive di come si può far ridere. E’ controverso avere successo ma non goderne perché il successo vero lo si vede altrove. Quindi, a mio modesto parere, una storia controversa può essere apprezzata eccome.