SNEAKERS ROSSE

Jonas aprì gli occhi.

Sentiva che c’era qualcosa di diverso, ma non riusciva a capire davvero di cosa si trattasse.

 Il cielo cupo e l’atmosfera tipicamente londinese non rappresentavano ormai più un problema per lui.

Si era trasferito a Londra da qualche mese in cerca di lavoro, e tutto sommato la sua vita scorreva tranquilla.

Divideva l’appartamento con una ragazza di origine thailandese, Helena, i cui tratti lo facevano impazzire ogni volta che la guardava, soprattutto di prima mattina, quando ancora struccata ed in pigiama e maglietta intima, riusciva ad intravedere le sue sinuose forme e la straordinaria bellezza della sua pelle e dei suoi lineamenti. L’altro coinquilino di origini americane, Kevin, era il classico palestrato, con i suoi capelli lunghi, fisico scolpito e lavorava per una grossa azienda come ingegnere informatico.

Molto spesso durante la notte, Jonas era costretto ad indossare le cuffie per non sentire il loro ansimare nella camera da letto di lui, per poi fare finta di nulla la mattina quando la incontrava in cucina per la colazione, con l’aria stanca ma soddisfatta di chi ha dormito poco per impiegare le ore notturne in altri tipi di “esercizio”.

Tutto sommato non era invidioso di Kevin, il suo stipendio poteva garantirgli ben più di quel misero appartamento, ma probabilmente a lui piaceva e soprattutto gli piaceva Helena, tanto da non voler ancora stravolgere quell’equilibrio.

Proprio quella mattina, era tutto troppo tranquillo.

– Saranno usciti presto stamattina – pensò Jonas. 

Si preparò come di consuetudine ad uscire di casa, controllando che tutto fosse in ordine e chiudendo delicatamente la porta.

Scese le scale lentamente, osservando il suo nuovo paio di sneakers adagiarsi lentamente su di ogni gradino assecondando ed ammortizzando i movimenti del suo piede.

Di buon umore varcò la soglia che lo portava verso l’esterno.

Ciò che si trovò davanti giustificava ampiamente gli improvvisi conati di vomito che l’avevano costretto a piegarsi in due, con una mano sull’addome quasi a voler mantenere ben saldo lo stomaco nel suo corpo e l’altra ben piantata a terra per non perdere l’equilibrio.

Per un istante pensò che stesse ancora sognando e che ciò che gli si parava davanti agli occhi non poteva essere reale.

Quelle che un tempo erano strade si erano trasformate in fiumi di sangue, ed ora i marciapiedi sembravano svolgere la funzione di argini.

– Tutto ciò non può essere vero –

Era tutto così surreale.

Corse per quello che gli riusciva balzando con gli occhi in ogni direzione in cerca di qualcuno o qualcosa che potesse aiutarlo a capire cosa stesse succedendo.

Ogni volta che provava ad urlare, l’acre odore del sangue lo costringeva a soffocare le grida.

Gli edifici sembravano essere appena usciti da un bombardamento, dilaniati da chissà quale forza, mostravano le loro impalcature, denudati degli addobbi di facciata e mostrando il loro essere. In un edificio, verso il decimo piano riuscì ad intravedere le carrozze di un treno.

– Come diavolo ci è finito lì un treno –

Un riff di chitarra rock lo destò da quel pensiero.

Svoltò l’angolo ritrovandosi di fronte il classico pullman rosso a due piani londinese, con le ruote immerse in quell’orribile fiume.

Sul piano superiore, aperto, una decina di persone pogavano e si versavano il sangue gli uni contro gli altri al ritmo di chitarra, come ignari di ciò che stava accadendo e soprattutto del contesto in cui si trovavano.

– Il mondo come lo conoscevi è finito caro Jooooooonaaaaaaas –

La voce familiare veniva da uno dei partecipanti a quella strana orgia di movimenti senza senso che si teneva sul pullman. Era Kevin, ma prima che potesse anche solo aprir bocca per chiedergli qualcosa, questi lo puntò con un fucile e per poco non lo mancò.

– O fuggi o mi dai il tempo che ricarico così riproviamo –

Tutto ciò non aveva il benché minimo senso, ma l’istinto di sopravvivenza pervase ed iniziò a correre verso l’unico posto che gli sembrava ragionevole, casa sua, il suo appartamento.

Corse a perdifiato e si maledisse per essere fuori allenamento.

Raggiunse le scale del suo appartamento, chiudendosi il portone alle spalle con forza e rinforzandolo con oggetti di fortuna. Ci avrebbe pensato poi.

Le sneakers, pensò, le sue sneakers erano completamente sporche, e questa cosa dapprima lo mandò in bestia, come se quella fosse la cosa più surreale che potesse accadere, ma poi si ritrovò a ridere giunto davanti alla porta del suo appartamento.

– Sto impazzendo – fu la sua considerazione finale.

Entrato in casa, sentì il rumore classico della doccia aperta, ed avanzando con cautela iniziò ad avvicinarsi per capire cosa o chi si trovava dentro casa sua.

– Vieni Jonas, non ti preoccupare –

– Helena? –

– Sì sono io, entra pure – rispose lei di rimando.

Aprì la porta lentamente, aspettandosi una trappola da un momento all’altro, ma ciò che lo attendeva invece era uno scenario diverso.

Helena era completamente nuda sotto la doccia, senza neanche curarsi di chiudere la tenda.

L’acqua sul pavimento, di un colore ormai rosato non lasciava dubbi sulla sostanza dalla quale Helena si stava ripulendo,  tuttavia, Jonas non poté fare a meno di notare come l’acqua scivolasse sul corpo di lei, sulla sua pelle, sulle spalle, sui capelli bagnati e lungo i suoi glutei.

Helena uscì dalla doccia come una dea che si presenta al suo adepto, e si incamminò verso di lui.

Jonas si maledisse per non essere riuscito nonostante tutto quello che stava accadendo a non cedere all’eccitazione.

Si avvicinava lentamente, con movimenti sensuali.

Stava per aprir bocca, quando Helena ormai vicinissima le posò un dito sulle labbra per zittirlo.

– Tutto ciò che conoscevi o come lo conoscevi non esiste più, ora vuoi farti delle domande, vuoi avere delle risposte, o vuoi venire con me, adesso, sul tuo letto?  –

Mentre pronunciava queste parole Jonas non era più lucido, sentiva il sangue caldo scorrergli velocemente lungo tutto il corpo e quando la mano di lei iniziò a scendere lungo il suo corpo non ebbe dubbi.

– Che si fottano le domande, le risposte o tutto il resto –

Se questa doveva essere la nuova realtà gli andava bene così, si sarebbe abituato, così prese per mano Helena ed insieme andarono nella camera da letto di lui.

Una settimana dopo, Jonas si trovava sul tetto di un camion, completamente ricoperto di sangue a suonare brani heavy metal con altri ragazzi.

Avvistò da lontano, un ragazzo sulla ventina, chiaramente spaesato, lo sguardo colmo di paura.

– Hey tu, belle sneakers – disse urlando verso di lui.

Dopodiché rivolse la canna del suo revolver verso il ragazzo, mancandolo di proposito.

– Puoi fuggire o darmi il tempo di ricaricare – urlò verso il ragazzo, seguito da una lunga risata.

Jonas osservò il ragazzo svegliarsi dal suo stato catatonico ed iniziare a correre disperatamente nella direzione dal quale era venuto.

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Discussioni

  1. insomma, se non puoi vincerli unisciti a loro. Un’apocalisse terribile ma a suo modo ironica e raccontata con i tempi giusti e un linguaggio essenziale ma efficace. Bravo, ho letto il tuo racconto con grande piacere.

  2. Curioso e accattivante il tuo racconto. Mi piacciono le apocalissi e questa l’hai gestita bene. C’è un buon ritmo con i pensieri che si susseguono alle immagini e ai dialoghi. Poteva essere orrore puro e invece la trovata delle sneakers spezza la drammaticità dei fatti e strappa anche un sorriso. C’è magari qualche cosina piccola a livello tecnico da sistemare, devo dire però che mi è molto piaciuto.

    1. Ciao Cristina. Ancora una volta sono contento di leggere un tuo commento e di aver scritto qualcosa di piacevole. Se hai consigli dal punto di vista tecnico, scrivimi, li accetto volentieri.
      Da amante del genere ho provato a mettere in piedi qualcosa di orribile ma folle allo stesso tempo, cercando di mettere in piedi un racconto più dinamico. L’idea delle sneakers è nata scrivendo e mi è subito piaciuta proprio perché smorzava l’atmosfera del racconto, quasi come se fosse fuori contesto ma facendone parte allo stesso tempo.
      Grazie mille ancora del tempo dedicato ai miei racconti e dei commenti.