Sogni Precari

Quando sono uscito dalla cartomante non facevo che guardare le linee sul palmo della mano destra.

Linea del destino, linea della vita, dell’amore.

Poi ripensavo alla lettura delle carte.

Carta della morte, quella della torre, le altre non le ricordo.

Dopo ripensavo agli occhi della maga, nei quali sprofondavano prima le speranze, poi io.

Ho raccontato a Martina di questo incontro, lei ha scosso la testa, ha preso il piatto dalla tavola, l’ha portato in cucina e si è messa al pc con le cuffiette. Io l’ho guardata e ho subito pensato alle parole della maga: “una persona a te cara se ne sarebbe andata via per sempre.”

Questo a Martina non gliel’ho detto e l’ho tenuto per me.

La mattina quando leggo l’oroscopo, passando da quello giornaliero a quello settimanale di Rob Breszny, spero che i pianeti siano allineati, anche se non so bene cosa voglia dire, e che le stelle abbiano qualcosa in serbo per me. E quando a lavoro, parlo con i colleghi di questa cosa, loro mi dicono che dovrei fare qualcosa per la mia felicità. Ma io non so come. O meglio, pensavo che una vita semplice mi sarebbe bastata.

Guadagno novecento euro al mese, ne pago quattrocento per un affitto da ottocento (faccio a metà con Martina), cinquanta euro per Amazon Prime, qualcosa per la spesa e l’abbonamento ai mezzi pubblici. Il resto lo spendiamo per la spesa e per quelle poche volte che usciamo. Martina ha un lavoro precario come il mio, anche se sua madre, quando può, riesce a prestarci qualcosa. Martina arrotonda con qualche concertino nei piano bar; cantare è la sua passione. E mentre lei si distrae così, io mi tengo compagnia con la mia passione: voler sapere a tutti i costi cosa mi aspetta nel futuro.

Qualche anno fa ero in terapia e lo psicologo (un amico di mio padre che, conoscendo la mia situazione economica, decise di seguirmi gratis) mi disse che il problema della nostra generazione è che siamo tecno-dipendenti e che Google è la causa di tutti i nostri mali; questo continuo bisogno di non voler vivere con delle domande, con il bisogno di avere una risposta a tutto e subito. Lo facciamo dappertutto, così dice. Nel lavoro, con le persone, con la natura, con il mondo. Me ne andai da lì con un “embè?”

Quando lo raccontai a Martina, lei prese il piatto e se ne andò in cucina, lasciandomi da solo con i miei pensieri.

Anche di notte penso alle linee del palmo della mano destra. Quelle dell’amore e della vita, che percorro tenendomi in equilibrio come un funambolo. Poi la luce del sole mi sveglia, faccio il caffè e vado al lavoro.

A volte, quando vado da mia madre, lei mi domanda perché non cambio lavoro.

E che faccio? Domando io.

Lei sta in silenzio. Mi guarda e poi abbassa lo sguardo scrollando le spalle, poi stiamo così, in silenzio per altri cinque minuti. Io penso all’ignoto, lei non lo so.

Uscito dal palazzo dove vive mia madre mi concedo un piccolo sfizio. È un segreto tra me e me. Lo sappiamo noi e basta. Vado al tabaccaio all’angolo e ordino un gratta e vinci. Quelli da un euro o due, se riesco da cinque. Sorrido mentre chiedo il rettangolino da grattare, e quando l’ignoto si presenta nelle mie mani, preparo i dieci centesimi e gratto.

Gratto piano, con suspence, e quando vedo i numeri che non corrispondono non me la prendo. Ho imparato che la brama di conoscere cosa accadrà è più forte di quello che è appena accaduto.

Quando torno a casa, Martina mi chiede come è andata la visita a mia madre e le racconto tutto, tranne del gratta e vinci. Ma penso sospetti qualcosa. Me ne accorgo perché quando non è convinta, le vibra il sopracciglio destro.

Martina dice di amarmi.

Dice di sognarmi da quando era piccola.

Quando dice così io non so cosa rispondere e la guardo soltanto.

Lei mi prende la mano e con il dito comincia a scorrere le linee sul palmo della mia mano. Nella mia testa ripeto i vari tipi di linee. E mi viene anche in mente quello che ho letto dell’oroscopo.

Poi andiamo a letto e facciamo l’amore.

Il giorno dopo Martina mi chiede se ho sognato qualcosa di bello.

Le rispondo che ho attraversato la linea dell’amore in punta di piedi.

Lei scuote la testa e mi dice che faccio sempre lo stesso sogno. Aggiunge poi che io non sogno mai, nella realtà.

E io le dico che è vero.

Perché faccio solo sogni precari, non posso permettermeli.

Lei scuote la testa.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. In fondo siamo tutti “precari” perchè la vita non dà certezze. Intendo in senso stretto, nessuno di noi può consultare l’etichetta che riporta la propria data di scadenza: un pensiero cui non vogliamo rivolgere l’attenzione. Credo che la situazione economica inacerbi la sensazione di sconforto che molti provano nei confronti dell’immobilità del presente. Bello che la speranza, per quanto piccola, si “intrufoli” nella vita del tuo protagonista.

  2. Una storia un po` triste, per certi versi, ma realistica, raccontata con una leggerezza che rende piacevole la lettura. La descrizione dei protagonisti ispira simpatia e persino un po’ di tenerezza nei confronti di chi ha ancora, davanti a se`, tanta vita per sperare che le cose possano ancora migliorare, con un gratta e vinci, con un lavoro stabile, con un buon oroscopo azzeccato; ognuno con le sue passioni e, come si diceva una volta, “due cuori e una capanna”.

  3. Un bellissimo racconto, narrato con uno stile accurato, fruibile, immediato, che non vuol dire semplice, anzi, tutto il contrario. E hai portato un mondo di abitudini e di pensieri in cui mi sono ritrovata, nelle giornate che scorrono e corrono, tra noi e l’ignoto. Ha lanciato anche spunti di riflessione. Molto apprezzato.

  4. Lo trovo davvero un bel racconto, scritto benissimo e con parole curate. Questa istanza generazionale può trovare un’assonanza anche con altre generazioni e nazionalità, geniali le comparazioni di disagio tra i micro del protagonista e i macro della società, se per caso vorresti dirmi quali autori o libri ti hanno ispirato, soddisferesti una mia curiosità facoltativa. Ottimo lavoro.-