
Solo una leggera inquietudine
Serie: L'eredità di Giacomo
- Episodio 1: La casa in valle
- Episodio 2: Solo una leggera inquietudine
- Episodio 3: Trasformazioni
- Episodio 4: Non si viaggia mai col fumo in tasca
- Episodio 5: Tasselli al loro posto
- Episodio 6: Il desiderio di sognare
- Episodio 7: Lettera dall’aldilà
- Episodio 8: Bel pippone ti sei tirato
- Episodio 9: Gita nell’aldilà
STAGIONE 1
L’interno era buio ma la poca luce che entrava dalla porta mi permise di arrivare alle finestre e spalancare gli scuri. Il sole rese tutto visibile e, guardandomi attorno, mi convinsi che non fosse da molto che qualcuno aveva pulito perché tutto era in perfetto ordine e solo un leggerissimo velo di polvere si era depositato sul piano del tavolo. Non ero certo un detective ma considerai che non fossero trascorsi più di dieci giorni da quando quella porta appena aperta era stata chiusa in attesa del nuovo proprietario.
Mi sentii un po’ in colpa per non essermi nemmeno interessato di chi fosse, quanti anni avesse avuto né quando e per cosa fosse deceduto il povero Giacomo.
Sei una brutta persona sussurrò l’anima, non è vero, sono solo confuso e superficiale, rispose la mente.
Non essendo ancora attivo l’impianto elettrico mi limitai a una veloce ispezione al piano terra e posticipai l’esplorazione di quello superiore a quando avessi avuto luce. Sentii fame, fino a quel momento le emozioni della giornata l’avevano dissimulata ma ora il mio stomaco pretendeva cibo. Mi tornò alla mente un piccolo albergo sulla destra che avevo notato arrivando e, sperando fosse aperto, decisi di andare a fare due passi e nuove conoscenze.
Entrai dall’ ingresso del ristorante e, all’uomo che stava armeggiando con la macchina del caffè, chiesi, scioccamente, se l’albergo fosse aperto e lui, altrettanto scioccamente, mi rispose che, visto come mi era riuscito facile entrare, chiusi non erano, poi sorrise, più conciliante ed ironico:
«Se trovi un posto siediti, arrivo subito da te.»
Mi sistemai a un tavolo che mi dava la possibilità di vedere le montagne e poco dopo l’uomo venne a chiedermi cosa desiderassi.
«Se non è troppo tardi mangerei qualcosa, anche solo un panino» dissi, quasi implorante.
«Abbiamo affettati e formaggi della zona, molto buoni,» disse, «ma se hai davvero fame e ti fidi di me ti consiglio quello che ho preparato per pranzo e cioè polenta e cervo con funghi, se ti piacciono.»
«Si, mi fido di te» esclamai, già pregustando il piatto.
Cinque minuti dopo facevo felici palato e stomaco con del cibo che non mi capitava spesso di assaporare.
A fine pasto mi alzai e mi sedetti su uno sgabello al bancone del bar.
«Vedo che stai lavorando sulla macchina, quindi non ti chiedo di farmi un caffè, ma un grappino lo berrei volentieri» gli dissi, e lui, dopo essersi lavato le mani replicò:
«Ho una buona macchinetta in cucina, vado a prepararlo per entrambi.»
Poi mi tese la mano:
«Io mi chiamo Piero e sono il re della valle» si presentò. «Il cervo che hai mangiato l’ho ucciso io, col dovuto rispetto, e i funghi li ho raccolti lo scorso autunno, la polenta invece l’ha fatta Marisa, la mia compagna, che ora non c’è. Hai gradito il pranzo?»
«Io sono Thomas» risposi, stringendo la mano dell’uomo che mi aveva sfamato. «Sei un ottimo cuoco, era tutto squisito e sono pieno come un’oca francese.»
Bevemmo il caffè ed anche il grappino, poi gli chiesi il conto e pagando mi sembrò di rubare: venti euro da noi li spendevi per una birra media e una piadina, gliene diedi venticinque facendogli cenno di versare altre due grappe che bevemmo d’un fiato, lui mi spiazzò riempiendo per la terza volta i bicchieri: uscii dal ristorante pensando che il mondo era un gran bel posto e mi avviai, ondeggiante, verso casa. Ridevo come uno stupido, ripetendomi casa mia, ho finalmente una casa mia.
Mentre tornavo telefonai a Graziano e gli raccontai la mia giornata piena di novità. Mentii spudoratamente nel dirgli che impegni burocratici mi avrebbero trattenuto in Trentino anche il giorno successivo assicurandogli che sarei arrivato nel tardo pomeriggio in tempo per evitargli di fare chiusura, vista la trasferta faticosa che ti aspetta il giorno dopo, aggiunsi con sarcasmo. Lo lasciai senza parole annunciandogli, come se niente fosse, che a partire da lunedì avrei smesso di lavorare per lui ma che avevo un sostituto che sarebbe stato senz’altro migliore di me.
Aperta la porta constatai che ancora non avevo luce, stavo cedendo allo sconforto quando ebbi l’intuizione della presenza di un interruttore generale esterno e trovatolo, come se fossi un dio, la pressione del mio indice creò la luce.
Salii al primo piano: c’erano tre camere praticamente eguali come dimensioni ed arredamento e un bagno molto spazioso. Individuata la caldaia premetti scettico il tasto on e un leggero ronzio e l’ammiccare di un led verde mi confermarono la sua accensione. Scelsi la camera che aveva due mensole piene di libri ai quali diedi un’occhiata: erano soprattutto best sellers di King e Clancy ma non mancavano libri di poesia, mi meravigliò la presenza di Yeats ed Eluard autori non particolarmente popolari in Italia, scelsi comunque Montale e mi sdraiai sul letto. Non arrivai a terminare la prefazione di Calvino che, complici i numerosi grappini, mi addormentai profondamente. Quando mi svegliai, due ore dopo, ricordavo chiaramente di aver sognato e mi inquietai perché pensavo di esserne incapace. Il sogno era dolce, muto e ripetitivo: una ragazzina che rideva felice sull’altalena, della persona che la spingeva si vedeva solo una mano; in un’altra scena la stessa bambina indossava una tunica da prima comunione e faceva smorfie da diva. Nulla di particolare se non per la sgranatura dell’immagine che faceva assomigliare il mio sogno ai filmini prodotti con le prime cineprese degli anni Cinquanta. Scossi la testa e diedi la colpa alla grappa poi andai in bagno e trovai conforto nel vedere che il termometro garantiva che la caldaia aveva fatto il suo dovere. Nell’armadio in camera trovai accappatoio ed asciugamani e, nei cassetti, intimo e calzini di ottima fattura ancora nelle loro confezioni. Guardai gli abiti appesi e tutti avevano le etichette dei negozi: jeans, camicie, felpe ed altro abbigliamento: tutto nuovo e nella misura perfetta per me. Chi aveva pensato a rifarmi il guardaroba non aveva badato a spese.
Tutto mio, pensai con un filo di inquietudine. Scossi ancora la testa quasi a scacciare un leggero fastidio e mi infilai sotto la doccia.
Serie: L'eredità di Giacomo
- Episodio 1: La casa in valle
- Episodio 2: Solo una leggera inquietudine
- Episodio 3: Trasformazioni
- Episodio 4: Non si viaggia mai col fumo in tasca
- Episodio 5: Tasselli al loro posto
- Episodio 6: Il desiderio di sognare
- Episodio 7: Lettera dall’aldilà
- Episodio 8: Bel pippone ti sei tirato
- Episodio 9: Gita nell’aldilà
Un ragazzo che si trasferisce in una casa in montagna; una casa appartenuta a qualcuno che ora è morto. Sogni inquietanti e piccoli regali inaspettati… credo di starmi già facendo un’idea, ma preferisco aspettare. Insomma, mi stai costringendo a leggere il seguito 🙂
“come se fossi un dio, la pressione del mio indice creò la luce.”
Bellissimo!
Ti ricordi del tenero Giacomo? Scusa, la storia parla del povero Giacomo, povero perché morto? Un sogno premonitore, una casa in ordine, mi sa che i presupposti per un horror ci sono tutti. Al momento tutto è tranquillo, le mia ginocchia non fanno ancora Giacomo Giacomo.
Sento di concordare con Thomas: provo anche io un leggero fastidio per tutta questa premura e perfezione di quella casa, tutto troppo bello. Come mai chi ci abitava prima avrebbe dovuto lasciare “la pappa pronta” a chi sarebbe arrivato? Di solito queste situazioni sono il preludio di disgrazie.
Forse, qualche volta, è quasi meglio la sfortuna!
Thomas dà un’altra impressione in questo episodio. Conosce i libri ed è educato. L’abito non fa il monaco.
Immagino, visto che pure lui se lo chiede, ci saranno presto notizie sul defunto.
Tutto troppo perfetto, eppure Thomas inizia a percepire qualcosa. Bello come hai descritto il sogno, così come il protagonista che stai costruendo. Bravo Giuseppe!
Io sinceramente, se fossi Thomas, mi farei delle domande…Ci sono molti elementi classici dell’horror, soprattutto di quello anni ottanta, compresa quell’atmosfera iniziale un po’ scanzonata che si respira e che ti fa credere che vada tutto per il meglio. Io sono davvero molto curiosa di capire, invece, cosa e quando girerà storto.
A proposito, quella ragazzina non mi piace affatto 🙂
Il racconto ha scatenato in me una forte curiosità, voglio leggere ancora. L’anima che sussurra “Sei una brutta persona” mi ha fatto sorridere in modo prolungato e sincero e questo è molto prezioso. La frase “Casa mia, finalmente ho una casa mia” mi ha commosso. Il sogno nella parte finale l’ho trovato sibillino. Tante emozioni, attendo con impazienza la prossima puntata.
“uscii dal ristorante pensando che il mondo era un gran bel posto”
Secondo me questa sensazioni è proprio il tipico presagio di sventura!!! Vedremo se ho ragione! 😉
Io sono già molto inquieto. Non capisco perché e chi possa aver avuto tutta questa attenzione per il vestiario di Thomas. Non mi piace, non mi piace. Andiamo via, eh? magari torniamo a maggio, con una bella mazza da baseball appresso. E un crocifisso, o un amuleto voodoo. Fai tu, io mi accodo.
“Eluard”
Quanto tempo è passato da quando non lo sentivo nominare! I miei colleghi tecnocrati non leggono e io… sono una capra. Ma mio fratello era appassionato, forse cinquant’anni fa, di surrealismo. E un po’ mi ha contagiato. Così Breton ha colpito anche me, e il buon Eluard ha lasciato il suo segno su di me.
“polenta e cervo con funghi, se ti piacciono”
Se ci aggiungi una fettina di fontina (quella vera!) e un bel bicchiere di birra rossa di Udine prendo il biglietto per l’aereo adesso.
Temo che la bambina sull’altalena si ripresenterà, anche al di fuori dei sogni.
E fin qui sembrerebbe tutto tranquillo 😁
Ciao Giuseppe.
Ho letto i due episodi di fila. Noto un ottimo cambio di registro tra i due, nel senso che nel secondo si inizia a respirare “inquietudine”. Un crescendo, quindi, come è d’obbligo nel racconto horror (non splatter).
Mi piace in particolare come hai raccontato il sogno, dolce, muto e ripetitivo, e l’immagine della ragazzina sull’altalena e della mano che la spinge.
Bella anche l’immagine sgranata della cinepresa anni ’50.
Ci sta tutto! Aspetto il seguito.
Ho pessime sensazioni per il futuro di Thomas… Tutto troppo bello finora 😅