Soltanto musica

Il direttore fece il suo ingresso sul palco. Una cinquantina di paia d’occhi lo seguì mentre guadagnava il suo posto. Tossì nervosamente dopo aver aperto la grande partitura per orchestra. Erano nervosi anche i suoi musicisti. In platea e nei palchi c’era il vuoto assoluto, eppure nessuno di loro aveva mai avuto un pubblico così vasto. Dalle quinte del teatro un tecnico con grandi cuffie fece il segno con il pollice alzato al direttore. In quel preciso momento, decine di orchestre dai teatri di tutta Europa avrebbero eseguito il medesimo brano. Il direttore deglutì, tirò fuori la sua bacchetta e guardò i musicisti. Erano tutti pronti, aspettavano l’ordine d’attacco del loro direttore. Il tecnico sbucò nuovamente e fece segno con le dita: tre, due, uno.

Il direttore fece saettare la bacchetta rapidamente in alto, verso i fiati. Questi emisero forte e prolungato un accordo in Fa diesis minore. Un accordo grave, malinconico ma estremamente potente. Subito dopo il direttore passò agli archi. Il primo violino diede l’attacco e all’unisono, come fossero un unico archetto, suonarono un Do diesis, forte e maestoso. I violini proseguirono con il tema principale, ripeterono in rapida successione la stessa nota per poi scendere in Si e risalire in una mezza scala fino a Mi, mentre gli altri archi seguirono garantendo armonia e corpo alle note.

Alla strofa, gli archi cedettero al suono delicato degli oboi, in un gioco di toccata e fuga, un crescendo che portò le trombe ad annunciare la seconda parte dell’inno assieme al direttore che alzò in aria i pugni stretti, gli occhi chiusi con forza per indicare di mettere tutta l’energia nel finale.

E di nuovo violini, viole, violoncelli e contrabbassi si lanciarono in scale, arpeggi e note lunghe e gravi, seguiti dai fiati, incalzanti, esortanti a fare di tanti suoni un’unica grande melodia.

Il direttore aprì gli occhi incredulo. Mai nella sua lunga carriera aveva trovato una tale armonia, una tale unione, una tale passione. Il primo violino guidava l’orchestra che lo seguiva con trasporto. Un violoncello aveva i denti stretti, gli occhi ridotti a fessure, come un cavallo lanciato alla carica. Un oboe suonava commosso mentre in molti, ormai, non seguivano più lo spartito, ma suonavano con gli occhi chiusi a memoria l’inno dell’Ucraina.

Il direttore alzò lo sguardo, oltre il soffitto, nella notte stellata di primavera. Sentì quella musica espandersi, unirsi a quelle provenienti da tutte le altre città europee, piccole e grandi, povere e ricche, librare tra i boschi, guadare fiumi e raggiungere con ostinata determinazione il Paese in guerra.

Quella musica potente e armoniosa, lì, si confondeva con i rombi e i boati dei bombardamenti. Anche quella notte, nei cieli di Ucraina, sorvolavano missili e caccia incessantemente, in un martellamento continuo.

In una di quelle cittadine, in una delle tante cantine improvvisate come bunker, un pezzo di umanità rubata alla pacifica quotidianità aspettava impaurita il proprio destino. Gli echi della guerra si facevano di minuto in minuto, di secondo in secondo, sempre più forti, continui e implacabili. I bombardamenti dal cielo si mischiavano a quelli dell’artiglieria, in una macabra sinfonia di morte e distruzione. I presenti, per lo più anziani e bambini, nonni con i nipotini, si raggomitolavano nelle pareti fredde e umide. Le nonne provavano a cullare i più piccoli che nascondevano il volto sempre più in profondità nel petto delle anziane donne. Una bambina e la sua sorellina, in particolare, erano sole. La madre era stata una delle prime vittime del conflitto, colpita mentre cercava del cibo per le figlie. Il padre, uno delle migliaia di uomini al fronte, era disperso o, alla meglio, in quei reparti assediati che ancora resistevano pur tagliati fuori da ogni rifornimento. Una vicina di casa si fece carico delle bambine ma dovettero fuggire e cercare riparo in una zona non prossima all’occupazione degli orchi invasori. La maggiore delle due, ancora bambina nell’aspetto, in pochi giorni è dovuta crescere e diventare una coraggiosa giovane donna. Teneva stretta nel suo abbraccio la sorella minore, che ad ogni esplosione sussultava. La ragazzina iniziò un canto debole e leggero. La ninna nanna che la mamma cantava alle due sorelle durante i temporali. Era una melodia troppo flebile, così alzò la voce ma un colpo più forte degli altri fece tremare tutta la cantina e si interruppe.

«Ancora…» le sussurrò la sorella minore.

La maggiore allora fece passare il tremore alla voce, provò a calmare il terrore e si immaginò a casa, con la mamma e il papà un sabato sera in cui riguardavano per l’ennesima volta il loro film preferito: Frozen. Le due sorelle, esattamente come le protagoniste del cartone Disney, cantavano a squarciagola coprendo la televisione, per il divertimento dei genitori. Iniziò a cantare anche lì sotto, prima piano, timorosa ma poi più sicura e decisa, seguendo il crescendo della canzone. Al ritornello anche la sorella minore si unì e via via anche gli altri bambini. Finita la canzone, passarono alla successiva e ben presto esaurirono la colonna sonora del film. Allora si unirono le nonne, cantavano canzoni della loro infanzia o quelle imparate dai nipotini e presto in quella cantina gli echi della guerra vennero coperti dalla musica allegra e gioiosa dei piccini. Nemmeno le bombe riuscirono a far smettere di cantare quel coro di bambini. Le loro voci sfidavano il ruggito dell’artiglieria e lo cacciavano indietro, lontano dai loro cuori e dalle loro menti, e per un attimo, anche ai soldati che difendevano strenuamente la periferia della città, parve di sentire quella melodia.

«Hai sentito?» chiese un soldato al suo vicino.

«Cosa?» gli domandò l’altro, scrutando tra le macerie in cerca di nemici.

«Niente» rispose il primo, e proseguì il suo cammino verso la postazione di guardia.

Per un attimo gli sembrò di sentire tra i bombardamenti una melodia. Salirono tra le macerie di un muro crollato dove due soldati facevano la guardia. Dall’elmetto di uno dei due sbucavano due grosse trecce di colore rosso. La giovane soldatessa si girò con un sorriso a dare il buongiorno al loro cambio e poi riprese a cantare.

«Nottata tranquilla?» chiesero ironici. Era stata una delle peggiori notti dall’inizio della guerra, con un fuoco di sbarramento continuo.

«Perfetta!» ribattè la soldatessa. «Sono stati così gentili da darmi una base tutta la notte per le mie canzoni.»

Gli altri risero.

Il sole davanti loro iniziava a sorgere e una flebile luce rendeva le trecce della ragazza di un rosso fuoco mentre si incamminava verso le retrovie canticchiando.

Uno dei due soldati di guardia, lo stesso che aveva sentito della musica poco prima, sorrise. Anche le sue figlie amavano cantare, e quella ragazza gliele ricordava moltissimo.

Un groppo alla gola gli venne al pensiero delle sue bambine. La cadenza di fuoco si fece meno intensa e a lui vennero spontanee le parole di una delle poche canzoni che era riuscito a sentire di recente.

«Stefania mama, mama Stefania.»

Cantò quella canzone, una canzone per le madri diventata un nuovo inno di quel Paese. Cantò per la sua vecchia e malata madre, cantò per la madre delle sue bambine, cantò per la ragazza dalle trecce rosse, nella speranza che potesse anche lei diventare madre in un’Ucraina in pace. Cantò per la sua madrepatria. Cantò con forza e rabbia contro l’invasore.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. La musica è coraggio, speranza. E’ in grado di scaldare il cuore nelle situazioni peggiori. Bellissimo l’attacco, l’orchestra che cede il testimone ad un’armonia di voci. Anche se siamo soliti raffigurare l’anima ammantandola dei colori dell’arcobaleno sono convinta che essa sia anche suono. Sono riuscita a percepirla e ad udire la sua voce

    1. La musica, per me, è il condimento della vita: dolce o amara, delicata o piccante. In una parola: indispensabile! Grazie Fabius per aver letto, attendo che torni a pubblicare, mi trovi in prima fila 😉

  2. Bello e sorprendente. La tua passione per la musica si poteva gia´ intuire da qualche tuo racconto precedente. La competenza in materia di “musica colta”, (come la chiama Corrado Augias nell’ attuale proggramma “La gioia della musica”), mi ha colpito. Prendere, inoltre, spunto dai fatti drammatici di questo periodo e riuscire a scovare qualcosa di bello, anche nei luoghi
    piu´ brutti, non solo e´ consolatorio ma e´ anche uno dei tanti modi possibili per non ignorare la condizione dei tanti civili innocenti colpiti dalla guerra. Complimenti non solo per il contenuto ma anche per lo stile. 😉👍

    1. Grazie M. Luisa, troppo buona ❤ Nel nostro piccolo oltre ad essere “maghetti” proviamo anche ad essere utili. I tre episodi sono romanzati ma vengono da episodi veri. La bambina che canta le canzoni di Frozen (oggi in salvo) , l’omaggio delle orchestre d’Europa di cui ho visto il video su YouTube in maniera maniacale, e infine il soldato che canta e anche la soldatessa, ribattezzata Birdy (uccellino) perché era solita cantare sempre anche sotto i bombardamenti a Mariupol. Un esempio di positività e speranza che non posso non ammirare e provare ad omaggiare a mio modo 😉