Songs for Broken Hands(di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan(di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands(di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
STAGIONE 1
A dieci anni, Peggy aveva già imparato che in una fattoria dell’Illinois il corpo non è una cosa speciale: è un attrezzo tra gli attrezzi e, come gli altri attrezzi, può perdere delle parti senza che nessuno se ne stupisca granché.
La corn picker le prese sette dita in tre secondi, un pomeriggio di ottobre, mentre suo padre era a bere l’acqua alla pompa e lei aveva infilato le mani dove non doveva.
Rimasero due pollici e un mignolo.
La famiglia – battisti di quelli seri, quelli che chiamano la sofferenza “una lettera che Dio scrive con inchiostro illeggibile” – la portò in chiesa prima ancora che dal medico.
Nessuno le disse mai che avrebbe potuto suonare di nuovo. Fu lei a deciderlo, in un mattino di silenzio, dopo la guarigione, appoggiando i moncherini sulle corde della vecchia arpa da salotto della nonna e scoprendo che il suono, per quanto sbagliato, esisteva ancora.
Non voleva imparare a suonare nonostante le mani: voleva un’arpa che fosse costruita per quelle mani, come se lo strumento, fino a quel giorno, fosse stato semplicemente un abbozzo destinato a lei.
Passò così cinque anni a modificarla da sola, con ciò che trovava: guarnizioni di cuoio ritagliate da vecchie briglie e cucite a mano attorno ai moncherini, per dare presa; piccoli speroni d’ottone innestati sui pollici, per pizzicare le corde basse con un angolo che nessun dito intero avrebbe potuto raggiungere; una fila di piroli allungati, portati più in giù, sulla cassa, così da poter accordare lo strumento premendo il palmo intero anziché le dita che non aveva.
Il risultato non suonava come un’arpa. Suonava più come qualcosa che ricordava di essere stata un’arpa – un rastrello, forse, o una gabbia – e che non se n’era ancora fatta una ragione.
Peggy cominciò così a esibirsi nel circuito delle chiese evangeliche tra Illinois e Missouri, poi nei motel lungo la 66 dove i camionisti pagavano un dollaro per vederla suonare Weep No More, My Lady con le mani che sembravano patate germogliate, poi alle fiere di contea, incastrata tra il concorso del maiale più grasso e lo spettacolo dei fenomeni da baraccone, categoria in cui la misero comunque, a prescindere da quanto lei insistesse a chiamarsi musicista e non attrazione.
Un talent scout di passaggio la sentì suonare a una fiera nella contea di Pike, nell’estate del ’63, e le fece registrare in due giorni l’unico disco della sua vita, per la Folkways: dieci brani, incisi tutti in presa diretta, con un microfono così vicino alle mani da catturare anche il rumore secco del cuoio contro le corde metalliche – rumore che il tecnico voleva togliere e che lei pretese restasse. Quello è il suono delle mie dita, disse. Toglietelo e non resta niente.
Songs for Broken Hands si apre con Weep No More, My Lady, un lamento che nella tradizione folk parlava di un amore perduto e che Peggy trasformò, senza cambiare una parola, in qualcos’altro. Segue Ashes after Carousel: tre minuti di arpeggio spezzato che imita, con crudeltà quasi comica, il girotondo di una giostra vista da terra, dalla prospettiva di chi non può salirci. Lament for a Distant Man e The Silence Between occupano il centro del lato A con un rigore quasi liturgico, prima che Hymn for the Unseen chiuda la prima facciata con un unico accordo tenuto per quarantatré secondi: il tempo necessario, dicono le note di copertina, affinché inizi a ridursi la percezione cosciente di un dolore fisico.
Il lato B è più caustico: Broken Things e The Harp and the Harbor hanno melodie quasi allegre, cantate con voce roca, che sembra ridere di se stessa; Dress of the Evening è l’unico brano puramente strumentale, elegante fino all’assurdo, come se Peggy avesse voluto dimostrare che sapeva anche essere gentile; No Fingers, No Regrets è il pezzo più scoperto dell’album, un titolo che suona da manifesto e che lei cantava, secondo chi la vide dal vivo, guardando fisso il pubblico come una sfida; e infine Song for Broken Hands, sei minuti e diciotto secondi, il brano che dà il titolo al disco e che si chiude – questa la leggenda tramandata nei forum di folk americano – con Peggy che smette di suonare e inizia a piangere per venti secondi, lasciando solo il fruscio del cuoio contro il legno della cassa, come se l’arpa continuasse a ricordare da sola.
La copertina la ritrae seduta, di profilo, con l’abito buono e le mani in movimento, sfocate dal tempo di posa troppo lungo – l’unica foto che esista di lei, scattata da un fotografo anonimo che si fece pagare in polli.
Sotto, una frase che Peggy dettò parola per parola e che nessuno osò modificare: “I don’t need fingers to touch what aches.“
Il disco vendette pochissimo. A stroncarlo non fu la critica, che semplicemente non lo notò, ma un predicatore itinerante che l’aveva sponsorizzata per anni nel circuito dei “propagatori di salvezza”: durante una funzione a cui Peggy non fu nemmeno presente, la definì dal pulpito “uno spettacolo di dolore travestito da lode”, un affronto al disegno perfetto del Signore mascherato da testimonianza. Bastò quella frase, ripetuta di chiesa in chiesa, a svuotarle il calendario in un mese. Peggy non rispose, non si difese, non incise mai più nulla.
Da allora, qualcuno giurò di averla vista lavorare come cuoca in un diner lungo la statale; qualcun altro disse che l’arpa modificata finì impegnata in un banco dei pegni di Springfield e non fu mai ritirata. Nessuno seppe dire con certezza quale delle due storie fosse vera; se lo fossero entrambe, o neppure una.
Quel ch’è certo è che per sessant’anni le copie di Songs for Broken Hands si sono spostate in silenzio di soffitta in soffitta, da mercatino a scatolone, senza che quasi nessuno le ascoltasse davvero; finché una di esse, avvolta in carta di giornale ormai umida, non finì per posta nelle mani di un noto critico, con un solo biglietto scritto a penna, una frase che ormai era già parte del disco: Nobody listens to Peggy anymore.
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan(di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands(di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
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