Sonja

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Seduta sul letto Sonja fissò i suoi occhi grigio-verdi riflessi nello specchio, incorniciato da una lastra d’argento decorata e fissato sulla parete della stanza. Li fissò a lungo immergendosi dentro essi trovandovi solo tristezza e confusione. Poi il suo sguardo vagò sulla bocca, troppo piccola e sottile secondo i parametri di suo padre e anche secondo i suoi. Il naso era carino visto di fronte, ma di lato risultava non perfettamente dritto; le guance e gli zigomi erano ricoperti da un sottile velo di lentiggini; i capelli cadevano ben oltre le spalle lievemente ondulati, né lisci né ricci richiedevano sempre un immane sforzo per essere messi in ordine. Nel complesso però i tratti del viso risultavano delicati e aggraziati, sebbene ancora troppo infantili per i suoi gusti. Si alzò e si posizionò di rimpetto allo specchio argentato, poi scrutò le spalle e le braccia: le une non esili come avrebbe voluto e le altre terminavano in mani dalle dita lunghe, ma non affusolate. Gli occhi si fissarono sul petto dove il seno, già formato, stava iniziando ad ingrossarsi. Si guardò le gambe: i polpacci le piacevano, invece le cosce erano, a suo parere, troppo poco sottili, pur essendo slanciate. Con un immane sforzo posò lo sguardo sui fianchi, il suo punto debole, cioè quello che meno le piaceva di tutto il suo corpo. Aveva, infatti, la vita un poco più larga di quello che avrebbe desiderato, lei che voleva i dolci e sottili fianchi femminili, dove i vestiti si adagiano elegantemente per poi correre lungo le gambe.

Sonja tornò a sdraiarsi sul letto frenando le lacrime: piangere non serviva a niente, forse ti sfogavi, ma lei non lo aveva mai trovato un buon metodo per risolvere le frustrazioni che dalla vita derivavano. Chiuse gli occhi, sospirò a fondo poi lasciò che il sonno la catturasse; esso, però, si fece attendere abbastanza a lungo da lasciarle il tempo di pensare a tutto ciò che non andava in lei. Era convinta di non possedere particolari capacità: da piccola stendeva poesie, ma crescendo aveva abbandonato trovandola un’attività di poco gusto. Tutte le dame di sua madre avevano tentato di farle imparare a ricamare nonostante lei si stancasse velocemente e abbandonasse il lavoro tanto spesso che, alla fine, le donne vi avevano rinunciato. Nel canto era discreta, ma non aveva una voce paragonabile a quella di sua sorella; nel ballo non si sentiva a suo agio e pertanto aveva pregato la madre di farla smettere o almeno di limitare le interminabili ore di lezione. Il mondo di corte, con tutte le sue regole e limitazioni, le stava stretto e, ogni volta che poteva, lei cercava un modo per sfuggire a quella vita. Moltissime volte aveva rimpianto di non essere nata uomo per poter apprendere l’arte della spada e della guerra; non che le piacesse l’idea di uccidere, ma trovava affascinante quella danza che ogni giorno vedeva fare ai cavalieri di suo padre. Certo sapeva far di conto, leggere e scrivere però quelle erano capacità che tutti coloro che contavano avevano nel castello dei suoi genitori.

Il mattino dopo Sonja si svegliò con un pensiero in testa. Conosceva una cosa in cui era brava, anzi, senza modestia, era la più brava di tutte le donne che avesse mai incontrato: sapeva essere ostinata e temeraria, non tollerava di sentirsi messa da parte o sminuita solo per il suo sesso e pertanto esprimeva pareri o commenti anche su argomenti ritenuti di esclusiva pertinenza maschile; la sua lingua arguta, solita smascherare le incoerenze e far cadere gli uomini dai piedistalli che da soli si costruivano, era temuta e rispettata da molti nel ducato e oltre, anche se non tutti apprezzavano quel lato del suo carattere. Suo padre, per esempio, non lo gradiva per nulla, attendendo pertanto con ansia l’occasione giusta per maritarla e non doversi più preoccupare di tenerla controllata. Ma Sonja, a sedici anni, sebbene tutte le nobili si sposassero anche ben più giovani di quanto non fosse lei, era fermamente intenzionata a non fare come tutte coloro che si limitavano ad accettare un destino imposto da altri. La ragazza chiamò una serva e, con l’aiuto di essa, si vestì con uno di quei vestiti ingombranti e decorati tanto amati dalle donne d’alto rango come sua madre e sua sorella, ma che lei reputava inutili e scomodi. Dopo aver fatto una leggera colazione nell’apposita sala dei suoi appartamenti, uscì in giardino fermando con un gesto secco e abitudinario le due guardie che, sedute su di una panca al termine del corridoio, scattarono in piedi al suo arrivo apprestandosi a seguirla ovunque andasse. Era infatti in uso presso tutte le nobildonne tenere sempre uomini armati all’ingresso degli appartamenti privati e farsi scortare durante ogni seppur minimo spostamento. Sonja però, per quanto i genitori fossero contrari, aveva vietato al capitano delle guardie di posizionare soldati all’entrata delle sue stanze, senza quindi designare una sua scorta personale di modo da sentirsi più libera di fare quello che desiderava, a maggior ragione se ciò non rientrava in quelle che erano considerate le normali mansioni di una Lady. Nonostante le insistenze del capitano, il quale faceva stanziare uomini nei pressi dei suoi appartamenti nella speranza che prima o poi lei accettasse gli accompagnatori armati, la ragazza sapeva che i soldati non potevano contravvenire ad un suo specifico comando, quindi si limitava a ordinare loro di non seguirla invece che lamentarsi inutilmente ogni giorno per la loro presenza. La giovane si diresse quindi sola come ogni mattina verso il padiglione dove, dall’alba ogni giorno con qualunque tempo e temperatura, i soldati di suo padre si sfidavano a cavallo, lottavano tra loro a mani nude e si esercitavano con la spada per mantenersi allenati e pronti ad ogni evenienza.

Sulla strada per il padiglione incontrò la governante, in compagnia della sola sorella di Sonja, Lady Chary, che ad appena 10 anni era l’orgoglio del padre in quanto eccelleva in tutte quelle arti squisitamente femminili, tanto disprezzate dalla figlia maggiore. Le due donne invitarono Sonja ad unirsi a loro in una passeggiata e la ragazza, per quanto reticente, non poté rifiutare. Seguite dalle dame di compagnia e dalla scorta della più piccola, le due nobili e la loro insegnante privata si inoltrarono nel giardino percorrendo i sentieri di fine ghiaia che scricchiolava sotto le scarpe, ricoperta dal sottile velo della prima neve della stagione caduta la notte precedente e ghiacciata per il freddo nonostante l’autunno non fosse ancora terminato nella regione. Dopo aver passeggiato in silenzio per qualche minuto, il gruppetto si diresse verso il chiosco di legno, sotto il quale poterono trovare un po’ di riparo dal freddo vento che, anche con indosso abiti pesanti, non mancava di ricordare a tutti che l’inverno era alle porte. Scaldando le mani attorno ad una tazza di bevanda calda, la governante si rivolse alle figlie del suo signore, ponendo loro quelle classiche domande di cortesia e tradizione che costituivano la maggior parte dei discorsi tra donne di alto rango. La più grande delle due interlocutrici appariva come al solito irritata da quegli argomenti superficiali e fittizi, mentre la minore rispondeva con accurata cortesia e adeguata superiorità. Sonja, mentre già temeva di dover sopportare ancora a lungo quella situazione, scorse in lontananza la Signora del castello che svoltava l’angolo; cogliendo al volo quella gradita possibilità di avere una scusa credibile per allontanarsi dalla sorella e dall’ istitutrice, confidò loro, nel modo più pacato e rispettoso che seppe trovare, la necessità di conferire con la madre e, quindi, l’obbligatorietà di lasciare la loro gradita compagnia. Ottenuto delle donne il permesso di allontanarsi, dopo l’inchino di saluto, la ragazza, che non aveva mai avuto alcuna intenzione di raggiungere la madre, si volse veloce verso il padiglione della scherma.

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