Sono un dritto

Era lì, lo sapevo.

Mi avvicinai a lui e lui mi guardò con occhi cisposi. Aveva addosso una patina di sporco e non emanava un buon odore.

Presi dalla mia ventiquattrore due involti. Al contrario di lui, avevano un profumino…

Gli occhi di lui erano sorpresi.

«Vuole mangiare?» Gli porsi un involto.

«Oh, sì, grazie.» Prese il panino.

Mi sedetti accanto a lui e feci uno sforzo di buona volontà per non vomitare. L’odore del formaggio fuso e del crudo contrastava con quel miasma di alcol e urina. Scartai l’involto e mi concentrai su quel buon odore.

Accanto a me, il barbone stava sgranocchiando l’alimento non con avidità o altro, ma con lentezza.

Mi chiesi come fosse riuscito a conciarsi così. Era… autentico. I jeans erano bucati e sporchi, la barba incolta aveva attaccata qualcosa che non volevo neppure pensare.

Usai tutta la buona volontà possibile per non vomitare. Mi focalizzai sul panino. Uhm, buono; il formaggio fuso e il crudo sostituirono quelle sensazioni sgradevoli.

«Grazie.»

«Di nulla…»

«Perché l’hai fatto?» Gli occhi brillavano di curiosità.

«Mi piace aiutare il prossimo.»

«Non vuoi che ti rimborsi il pranzo?»

«No, no. Le buone azioni non devono essere ricompensate se non con la gioia.» Sorrisi. Volevo apparire sicuro di me, senza far capire che era stato tutto calcolato.

«Ti ringrazio di nuovo.» Stava quasi commuovendosi.

«Se vuole, anche domani glielo porto.»

«Mi faresti un piacere.»

«Devo andare…».

«Ciao.»

«Arrivederci.» Così me ne andai e mi ripromisi di passarmi sotto il naso un deodorante. Quell’odore… era schifoso.

***

Andò avanti così per alcuni giorni. Cinque, per l’esattezza. Il lunedì dopo mi presentai in ufficio. Vidi il mio capo. «Signor Bianchi.»

«Mi dica pure».

Era acido, scontroso, accigliato. Quasi sempre. Quella volta era incuriosito. «È una sua abitudine offrire il pranzo ai senzatetto?»

«Oh, sì, certo. Sono convinto che fare del bene al prossimo faccia bene a se stessi.» Sorrisi.

Si lisciò la barba. Al contrario di suo fratello, era pulita e curata. «Penso che può essere passibile di promozione. Le piacerebbe una scrivania con il suo nome sopra?»

«Oh, perché no. Certo, mi piacerebbe, sarei contento della cosa.»

«Ottimo, ottimo.» Se ne andò.

Ero felice. Comprare cinque panini mi era costato in tutto quindici Euro, ma la promozione mi avrebbe valso un aumento dello stipendio del dieci percento. Aiutare il fratello pazzo del mio capo, che si ostinava a vivere come un barbone seppur avesse a disposizione un attico in centro, più uno a New York e un terzo a Londra, mi era stato di aiuto.

Se solo i miei colleghi avessero saputo di quella dritta…

Ma ero stato io il più sveglio e la promozione l’avrei guadagnata io.

Ah, a proposito, i poveri mi fanno schifo.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Kenji, la credibilità di questo racconto, ben descritto con pochi ma diretti dettagli, sta nell’opportunismo del protagonista, nel suo “farei di tutto pur di fare carriera”, ma soprattutto nella sua frase finale, cruda e spietata. Bel lab con un risvolto finale che lascia spiazzati. Bravo davvero! Alla prossima!

  2. Racconto dal risvolto inaspettato… peccato che nella realtà i capi siano sempre acidi e scontrosi e mai generosi…il protagonista è sagace nel cogliere il punto debole del suo responsabile e sfruttarlo fino in fondo.
    Alla prossima lettura…

  3. Cinematografico e lapidario, nelle tue descrizioni. Sei stato credibile, tanto che quell’odore sgradevole mi è parso di sentirlo! Alternato ad un po’ d’ironia, che non guasta. Alla prossima ?