Sotto un albero

Eva rabbrividì per il freddo sotto il giaccone. Alzò appena la manica per controllare l’ora, era in anticipo, come sempre. Le luci natalizie rischiaravano il cielo coperto da nuvole pesanti e che promettevano una bella nevicata. Eva sospirò in attesa e una nuvoletta di vapore coprì il suo viso. Guardò tra la folla di giovani spensierati, famiglie allegre e anziani pesantemente vestiti. Dalla tasca della giacca sentì la vibrazione del cellulare, si tolse un guanto con i denti e aprì la chiamata.

«Ma dove sei? Noi siamo qui» ringhiò una voce femminile.

Eva si guardò attorno in cerca dell’amica.

«Ma sono sotto l’albero, non vi vedo» rispose spostandosi di qualche passo tra la neve e scrutando tra la gente.

«Quale albero?» chiese la voce femminile.

«All’ingresso principale, no?»

Maria sospirò.

«Eva, dovevi venire nell’altro, sul retro.»

Eva imprecò dentro di sé, chiuse la chiamata e si avviò rapida tra la neve zigzagando tra i bambini che si lanciavano palle di neve.

Raggiunse il retro del teatro addobbato con luci e ghirlande. Sotto a un grande albero di Natale, illuminata come una statua del presepe, la sua amica Maria assieme al fidanzato David, si sbracciò per farsi notare da lei.

«Finalmente! Forza che ci sta aspettando» la accolse spingendola verso una stradina addobbata e illuminata in mezzo agli alberi.

David prese la mano di Maria e rallentò il passo.

«Non essere così agitata» le sussurrò all’orecchio.

«Io? Agitata? Ma se sono tranquillissima» squittì Maria tesa come una corda di violino.

«Vedrai che andrà bene» continuò David cingendole le spalle.

Eva camminava silenziosa nella neve, seria e gelida come quella notte, ma in realtà era molto tesa e in ansia. Odiava gli appuntamenti combinati, c’era sempre una pressione perché i due combinati si dovessero piacere e quell’aspettativa la rendeva nervosa e finiva sempre per spaventare ogni uomo che l’amica le proponeva.

La strada terminava in una grande piazza dove al centro era stata allestita una pista di ghiaccio. La folla di persone si assiepava nelle ringhiere e nonni e genitori facevano foto e video ai bambini che sfrecciavano sul ghiaccio.

Con le mani in tasca, i capelli lunghi e scuri in balia del freddo e umido, Victor aspettava pazientemente l’arrivo della coppia con il suo appuntamento combinato.

Molto impacciatamente e con un sorriso emblematico, Maria fece le presentazioni dei due, sottolineando ed esagerando i pregi e le qualità di entrambi. Ad un certo punto David, con molto tatto, le cinse nuovamente le spalle e la guidò lontano da quei due.

«Avrebbe fatto prima a metterci un cartello addosso, come al mercato» disse Victor. Aveva una voce profonda e calda che piacque ad Eva.

«Decisamente imbarazzante.»

Victor seguì con lo sguardo David che trascinava una poco convinta Maria in un chiosco dove si vendevano bibite calde.

«Visto che siamo qui, ti va di pattinare?» propose sempre con le mani in tasca.

Eva annuì con un sorriso e si misero in fila per entrare nella pista.

«Così sei un amico di David?» chiese Eva.

«Di entrambi, David lo conosco fin da bambino mentre Maria andava con noi a scuola alle superiore. Ho visto nascere il grande amore del secolo, che privilegio» disse con una certa punta di ironia che fece sorridere Eva.

«Tu sei invece una collega di Maria, giusto? Infermiera?»

«Esattamente, mi sono trasferita qui da un anno, prima lavoravo in un ospedale di Leopoli.»

«Sei di Leopoli?»

«In verità di Odessa, ma i miei genitori hanno deciso di trasferirsi a Leopoli dopo l’invasione della Crimea.»

«Oh» e quell’unica parola disse molto per entrambi.

Pagarono l’ingresso nella pista, presero i pattini e, in mezzo ad una folla gioiosa si misero a pattinare lentamente l’uno vicino l’altro.

«Cos’era quell’”oh”?» chiese Eva ad un certo punto. Un sospetto le venne in mente, notando l’accento russo di Victor.

«Mah, niente, capisco i tuoi genitori hanno fatto bene. Qui sono successi diversi casini in quel periodo, ma alla fine un po’ di normalità l’abbiamo anche noi.»

Il sospetto di Eva si affievolì, anche se quel ragazzo si era chiuso di scatto appena aveva accennato agli eventi del 2014.

Quell’anno l’est dell’Ucraina era in fiamme tra guerra aperta, guerriglia e sommosse nelle città, e Mariupol era finita prima sotto l’occupazione dei filorussi del Donbass e poi riconquistata velocemente dall’esercito ucraino.

«Maria mi ha detto che sei un architetto molto bravo» cambiò argomento Eva ma sembrò solo peggiorare la situazione.

Victor alzò le spalle e fece una smorfia poi i due si separarono per non finire addosso a due bambini che si erano scontrati e giacevano nel ghiaccio con le gambe attorcigliate.

«Non sono sicuro di essere così bravo…» rispose Victor riavvicinandosi ad Eva.

«Fa il modesto! Ha vinto un concorso per un master in Germania e Italia!» urlò Maria superando i due con rapide pattinate.

Victor la osservò sparire nella folla.

«È uno squalo quella, dannazione dov’è finita? Non puoi stare tranquillo due secondi.»

Eva rise.

«Quindi vai in Europa?»

«Non so, devo pensarci.»

«Ma come? Hai l’opportunità di lasciare questo posto, fare carriera, andare in Occidente.»

Victor alzò le spalle pensieroso.

«L’Ucraina è pur sempre il mio Paese e non so, forse idealizziamo troppo l’Europa.»

Eva lo guardò perplessa.

«Voglio dire, in fondo siamo in questa situazione da anni e cosa sta facendo l’Europa? Niente, siamo lasciati a noi stessi. Ora con la pandemia poi hanno altri problemi a cui pensare e secondo te ci aiuteranno? Manco se fossimo invasi dalla Russia, ne sono certo.»

Strinse i pugni e scosse la testa sconsolato ed Eva notò una certa rabbia e rassegnazione nei suoi occhi.

«Ma io non credo sia così, sono stati vicini, hanno fatto le sanzioni…»

«Eva per loro siamo tutti uguali, ci considerano tutti russi. Fidati, mio padre è camionista e attraversa tutta l’Europa fino all’Inghilterra, mia madre fa la badante in Italia da quando ero bambino. Credimi, non ci vogliono, non ci considerano europei come loro.»

Aumentò il ritmo della pattinata, scansando diverse persone.

Restarono in silenzio fino al termine del loro turno in pista e uscirono pensierosi.

Aveva iniziato a fioccare, grossi e bagnati fiocchi di neve stavano lentamente coprendo l’aria umida ma l’umore di Eva e Victor si era già appesantito abbastanza.

Maria corse subito dalla sua amica e la trascinò lontana non appena si tolse i pattini e infilò gli stivali.

Si fermarono sotto un albero e Maria mostrò la mano con un largo sorriso.

«Mi sposo! David mi ha chiesto di sposarlo!»

Eva restò prima sorpresa, poi abbracciò l’amica felice.

David annunciò il fidanzamento a Victor mentre passeggiavano sotto l’albero di Natale.

«Dovresti partire, Vic, è una grossa opportunità.»

«E perdermi il matrimonio del secolo?»

David rise.

«Per quello c’è tempo, in primavera, e non te lo puoi perdere, devi farmi da testimone.»

Si strinsero la mano e poi in un abbraccio.

«Sai che non posso lasciare nonna da sola, David.»

«Ma non è sola! Ci siamo io e Maria, te lo prometto.»

Victor sorrise all’amico e in lontananza notò Maria ed Eva osservare l’anello di fidanzamento e parlottare allegre.

Avrebbe tanto voluto un giorno provare quelle emozioni, magari con Eva, chissà, ma non voleva costruire una famiglia in un futuro incerto, vivere separati come i suoi genitori e lasciare i figli a crescere lontani.

Guardò l’albero di Natale completamente ricoperto di luci gialle. Chiuse gli occhi, assaporando il freddo e la neve che si scioglieva sul suo viso caldo.

Quando li riaprì, erano passate le stagioni e quell’albero era solo un tronco spezzato e bruciato. Attorno, il teatro era un ammasso di detriti e la piazza dove un tempo aveva pattinato con la bella Eva era pieno di crateri e resti di missili. La città dove era cresciuto, la città che a Natale si riempieva di luci fino al mare, era uno spettro di edifici distrutti e alberi bruciati.

Una città fantasma.

Solo una frazione del mezzo milione di abitanti brancolava come spettri per le strade, mentre il resto era morto sotto i bombardamenti, deportato o ancora disperso.

«Abbiamo trovato una fosse comune!» urlò un operaio da una ruspa.

Victor si girò. La fossa si trovava esattamente dove Maria aveva fatto vedere orgogliosa l’anello di fidanzamento ad Eva. Quel matrimonio non fu mai celebrato. Maria, assieme ad Eva, morì durante un bombardamento dell’ospedale. David, unitosi immediatamente all’esercito allo scoppio della guerra, cadde in combattimento difendendo strenuamente la sua città dall’assalto dei russi.

Una lunga fila di camion arrivò lentamente tra le macerie.

Recavano tutti la bandiera dell’Unione Europea.

Dal primo mezzo scese un suo amico italiano che aveva conosciuto durante il master, interrotto per tornare in Ucraina e combattere anche lui l’invasore.

«Victor siamo arrivati, da dove iniziamo?»

Victor si guardò attorno.

«Ricostruiamo.»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Il tuo racconto, in questo periodo dell’anno, è uno scossone necessario. Esistono luoghi dove il Natale non arriva mai, nella nostra fortunata nascita tendiamo a dimenticarcene. Chiudiamo gli occhi, pensando che a noi mai potrebbe accadere qualcosa di simile. Giusto ricordare come “loro” erano dei “noi”, con l’identico stile di vita, emozioni, speranze per il futuro: giusto ricordare che un domani, per uno strano scherzo del destino, “noi” potremmo essere “loro”. Non resta che la speranza, l’unica leva in grado di far rinascere dalla vita dalla cenere.

  2. Magnifico racconto, come sempre, orribile la realtà a cui ci stiamo abituando. Oramai ti riconoscerei per lo stile: inizi sempre descrivendo l’ordinario, il quotidiano che non ha latitudini, poi piano piano ti allarghi raccontando il contesto, affondi nella cruda realtà della storia, per poi venire al quid che ti ha spinto a scriverla. Ognuno di noi si può identificare nei tuoi personaggi e in in tutte le loro debolezze. Qualche volta mi chiedo perché è capitato a loro e non a noi? Ma non mi so dare risposta.

    1. Grazie Fabius, sì ormai sono prevedibile, hai colto alla perfezione la mia struttura. Sono felice che riesca ad immedesimarti nei personaggi, penso sia una delle cose principali no? Il fatto che ti ponga quella domanda vuol dire tanto, e certe volte me le pongo anche io, ma perché tutti i miei personaggi hanno qualcosa di me. Grazie ancora Fabius a presto!

  3. Come è bello questo racconto! Ci trasporta da un’atmosfera iniziale quasi magica alla distruzione e morte. All’inizio non ha importanza dove sei: potresti essere in una qualsiasi città europea nel periodo invernale e i quattro, potrebbero essere giovani come ce ne sono ovunque. Con il loro romanticismo e la speranza nel futuro. Poi, piano piano, vieni trascinato giù dalle parole e dall’umore di due di loro e a quel punto cominci a farti una ragione del fatto che le cose non andranno bene. La luce della neve si trasforma in ombra che ci accompagna verso un finale forse triste, ma che purtroppo rappresenta la nostra realtà. Abbiamo la guerra alle porte e, anche se indirettamente, ci colpisce e ci cambia. Veramente bravo!

    1. Grazie Cristiana! Hai ben descritto quello che volevo trasmettere. Qualche giorno fa ho visto un video di Mariupol esattamente di un anno fa, addobbata per il Natale. Ho rivisto quel video decine di volte e dalla commozione iniziale sono passato alla rabbia e infine alla curiosità. Quella città che ho visto poteva davvero essere una qualsiasi città europea piena di neve e ho iniziato ad immaginare le storie delle persone che si vedevano come puntini in alto dal drone. Quei 4 protagonisti possono davvero essere 4 giovani qualsiasi europei o io e i miei amici. L’unica differenza è aver avuto la fortuna di nascere una manciata di km a occidente. Grazie ancora e a presto!

  4. Ciao Carlo, inutile dirti quanto mi coivolgano le storie legate all’ attuale conflitto che ha colpito il popolo ucraino. La tua capacita`di descrivere le situazioni e di trasmettere emozioni, anche in questo racconto e` ammirevole. Si avvicina il Natale e spero tanto che l’ultima parola del finale “ricostruiamo” sia profetica. Un abbraccio.🙏

    1. Ciao Maria Luisa, grazie. Anche io spero vivamente che si arrivi il prima possibile alla pace e di poter ricostruire, ma come sempre, l’ultima parola spetta sempre agli ucraini. Un abbraccio!