Specchio spento

Scivola lenta sulla sfuggente superficie silicea.

Si impiglia, rea di alterigia.

Scalcia, rivoltosa, insofferente, strattona l’aria, si divincola.

Dalle profondità del tempo, la luce si esibisce in questo spettacolo non richiesto, forse per questo non riconosciuto.

Spettatori inconsapevoli, i corpi, e ciò che del loro sembiante filtra in noi: corpi opachi, gravidi, rigidi, diafani… corpi in incessante ricerca.

Di uno spazio scenico, di un agone, o semplicemente di senso per le vestigia di ciò che è stato, consegnato all’assenza.

Il corpo di Clelia volteggiava davanti al grande specchio, signore indiscusso della camera, una lama di luce dall’imposta socchiusa avviticchiata al suo corpo: ingorda la luce, non attende il momento opportuno; nella sua danza, però, colora il mondo infilzandolo, prestandogli un significato per poi chiedere che gli venga restituito, un istante dopo, riconsegnandolo al silenzio.

Un significato… Clelia si chiedeva quale potesse essere: attraverso quale processo la luce potesse trasformare la superficie spenta, illusoria, di uno specchio, in un caleidoscopio sobbollente di immagini, per poi negargli nuovamente i suoi favori.

In quel mattino di febbraio, una bruma uggiosa bussava con insistenza alla finestra di quel ricettacolo segreto, di quell’alcova molle di sospiri in cui gli occhi di Tancredi, dal taglio inconfondibile, la scrutavano immobili come da una prossimità siderale.

L’aveva attesa, paziente, al suo risveglio, quando, scossa da un torpore sepolcrale, Clelia aveva combattuto per riguadagnare il senso della realtà, della realtà nella quale una scelta non sua l’aveva precipitata.

Lo strappo era stato brutale: Clelia ebbe subito chiara la sua definitività quella feroce mattina di dicembre; le rimaneva adesso il vivo desiderio di un torpore mortifero, senza appello.

Era stato l’insulso trascorrere dei giorni che ne erano scaturiti ad aver partorito quelle visioni, quelle macchinazioni di una mente oltraggiata, avvinghiata attorno al ricordo di un amore, desiderosa di eternare il calore di una passione spenta come spenta era la superficie dello specchio ? Quella superficie inanimata, che innumerevoli volte li aveva scrutati avvinghiati tra le lenzuola, assumeva ora i contorni di un diaframma che, per un momento, non si rassegnasse alla propria natura di artefatto riflettente, signoreggiando Clelia con la propria potenza immaginifica.

Forse proprio in ragione di quell’accumulo parsimonioso, quello specchio aveva finito per tramutarsi in palcoscenico della mente, sul quale quelle fantasie venivano proiettate assecondando un oscuro palinsesto, in ossequio al quale immagini mute prorompevano dal chiaroscuro: forme indecifrabili, confuso preludio alla fantasmagoria di quel viso.

Infine quello sguardo: uno sguardo indagatore, giudicante, la mascella contratta nella stretta che congelava l’istante. Quel viso muto era lì, presente, intento a scrutarla e, ne era certa, implorava di esserlo a sua volta, in un impeto di contraccambio.

All’improvviso le mani di Tancredi, le sue braccia vigorose, il suo torace vasto come la prua di una nave, parvero assumere tridimensionalità agli occhi esterrefatti di Clelia, e la visione respiro, come la vista di un passeggero all’approssimarsi dello sbocco di un tunnel; una lacrima rigò il volto di Clelia, cinta d’assedio, e lei temette di capitolare.

I suoi sensi furono rinvigoriti dalla travolgente consistenza di quanto le si palesava innanzi, riscaldati al fuoco della consapevolezza irriducibile di essere desta, ed un desiderio spasmodico s’impadronì di lei, lento ma inarrestabile.

Si sentiva sopraffatta dalla consistenza delle braccia di Tancredi, impegnate nell’atto di muoversi rapaci verso di lei: un timore atavico le deflagrò dentro quando prese coscienza della sua nudità, cui seguì un’ineffabile connubio di ansia e voluttà, come alla radice dell’essere vivi.

Il corpo scosso come da un fremito, Clelia si dibatté nel ponderare se quelle membra gassose si protendessero per ripristinare un dialogo spezzato; non ebbe tempo di opporre resistenza, circondata dalla prestanza di quelle braccia nerborute, e temette per la sua vita.

Con sua sorpresa la stretta si rivelò al contrario benigna: fu allora che, grata nello sgomento rassicurante di quell’abbraccio, si abbandonò in quel guscio insperato nel quale seppe di essere custodita.

E la danza della luce dell’amore, sorda al volgere dei giorni, accordò un’ultima insperata proroga, impigliata a morte su quella superficie spenta, riaccendendola di un istante eterno, prima del suo atro epilogo.

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Discussioni

  1. Racconto evocativo che utilizza una tecnica quasi pittorica, alla Vermeer, nella ricerca delle sfumature, suggestioni, parole. Amo leggere proprio per questo, paragono questa passione a quella culinaria: ricerca e curiosità. Nulla vieta di pranzare con pasta e fagioli e cenare con sushi e tempura: le storie sono in grado di darci esperienze e sapori diversi ed è una sensazione assoluta.
    Perdona lo sproloquiare, il tuo dipinto mi ha donato molto.

    1. Grazie Micol, che bei complimenti !
      Condivido il tuo pensiero, trovo che scrivere debba un po’ allontanarci dalle coordinate esistenziali e valoriali che ci sono proprie. Arare una sorta di campo neutro, che è esso stesso accoglienza al lettore, rispetto della sua incolmabile alterità rispetto ai disegni ed alle chiavi interpretative dell’autore. Grazie

  2. Un brano virtuoso che esplora una tematica antica e altrettanto condivisibile; sono infatti sicura che la maggior parte dei lettori che si imbatteranno in questo brano, hanno avuto un’esperienza di distorsione della realtà difronte ad uno specchio. Anche solo per un instante l’immaginazione ha preso campo.
    Bella la prosa, così fitta e ricercata, interessante il binomio luce/amore che sa di vita e di morte. A presto

    1. Grazie Virginia per le i tuoi apprezzamenti.
      Questa è una storia che ha preso le mosse tanto tempo addietro: stavo lavorando ad una serie di racconti con un tema conduttore. Il fatto di descrivere quella che di fatto era diventata una non-relazione attraverso il filtro della sofferenza contorta ed estatica di chi la subiva, ho ritenuto fosse degno di esplorazione. Le ambientazioni crepuscolari sono funzionali alla resa della dimensione onirica e straniata; mi sono appassionato assai a raffinarle, anche in termini di “straniamento” della sintassi. Grazie