Spia in cartografia

La missione, innanzitutto la missione.

Confucio diceva…

Mao diceva…

Liang doveva ricordarsi che era ateo, anche se il Confucianesimo aveva comunque influenzato la mentalità cinese.

E lui era lì, a Langley, dopo l’operazione di plastica facciale compiuta per una missione per conto del Guoanbu.

Doveva stare attento agli specchi, non si era ancora del tutto abituato al suo nuovo volto, vedersi avrebbe potuto causargli problemi psicologici.

Muovendosi come un qualunque funzionario della CIA, favorì l’autorizzazione e raggiunse l’ufficio cartografia.

Vi fece il suo ingresso, lui, che aveva una sorpresa in caso di sorprese; lui, che non doveva restare lì, soprattutto con l’asso nella manica che aveva recuperato in un polveroso archivio della sede della CIA.

Alcuni agenti lavoravano con le lenti sulle mappe che venivano da tutto il globo.

L’obiettivo di Liang erano alcune cartine della Provincia ribelle.

Facendo come se nulla fosse, andò a cercare i documenti che la CIA possedeva su Taiwan. Poi li avrebbe fotografati e avrebbe inviato tutto a Pechino.

Non appena fosse uscito da Langley dato che, da lì dentro, le comunicazioni con l’esterno erano impossibili, figurarsi poi con un altro continente.

Ecco!

Per poco Liang non esultò. Aveva fatto centro. Dallo scaffale aveva preso alcuni faldoni che recavano scritto: “TAIWAN”. Impossibile sbagliare.

Appoggiò i faldoni su un carrello che si trovava poco lì vicino, lo spinse via, fino a una scrivania. Sembrava sul serio una biblioteca in cui era possibile consultare i testi. Liang si ricordò di quando studiava ingegneria a Shanghai e doveva sgobbare sui libri fino a tarda notte.

Confucianesimo.

Però Mao disse…

Con uno sbuffo spostò i faldoni sulla scrivania, sedette, incominciò a consultarli, ma non prima indossò degli occhiali in apparenza da vista, in realtà avevano una macchina fotografica. Gli bastava fare l’occhiolino con l’occhio sinistro per scattare delle istantanee.

Difficile che qualcuno si accorgesse di lui e del fatto che ammiccava in quel modo, di continuo.

Stava per iniziare, ma si bloccò, sudò freddo: la prima mappa non mostrava nessuna entità geografica fotografata da centottanta chilometri d’altezza nello spazio.

“BECCATO” c’era scritto, semmai.

Dopo un istante, Liang scattò in piedi, si ritrasse, rovesciò la sedia alla faccia della discrezione e segretezza. Stava per fuggire che si vide circondato dagli uomini della CIA che gli puntavano contro Smith & Wesson e Beretta:

«Fermo» gridarono all’unisono.

«Mi spiace, vi ho beccato io». Liang attivò i candelotti esplosivi che gli imbottivano la giacca.

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Discussioni

  1. Si legge tutto d’un fiato. Liang ti entra in testa subito, e quando arrivi a “BECCATO” sulla mappa ti si gela il sangue insieme a lui. La chiusa è un pugno nello stomaco.

  2. Un controcontrospionaggio deflagrante molto realistico. Soprattutto, ciò che per me lo rende interessante, è questo passaggio: “vedersi avrebbe potuto causargli problemi psicologici” che, inserita in un testo che parla di identità segrete, illumina con luce antropologica la vicenda. Molto significativo è anche l’incipit. Grazie per lettura, Kenjj.