
Squadra d’assalto Ottonero.
Scollino con cautela. Mi inginocchio dietro un grosso castagno. Ansimo, zuppo di sudore. Stringo al petto il fucile con una mano e con l’altra scosto dal viso le frange della ghillie. Mi sporgo appena dal tronco.
L’edificio bersaglio si trova ad un centinaio di metri da me, in mezzo ad una piccola radura al termine del lieve pendente.
Le pietre scure di quel rudere stanno su per miracolo. Al primo piano c’è solo un’apertura rettangolare nel muro, con pilastri ed architrave di legno annerito. Ci vuole coraggio a chiamarla porta.
La parete del secondo piano sembra un cazzo di castello di carte con una finestrella.
Del tetto a spiovente rimangono giusto una manciata di assi. Almeno quei pivelli di guardia staranno freschi, beati loro.
Il mio auricolare gracchia: “Anuby per Iks, cambio.”
Mh, il capo è affannato.
Schiaccio il pulsante del ptt sullo spallaccio e bisbiglio: “Qui Iks, vieni avanti, cambio.”
“Contatto imprevisto sul crinale. Ci stanno facendo a pezzi.” Sbuffa. “La finestra d’ingaggio sta per chiudersi. Tuck e Paraca si sono sganciati per venire ad attaccare l’edificio bersaglio ma saranno soli. Tu Inizia a dare una ripulita e poi dagli copertura… Merda! Capitano, copri Ares e Toti sulla destra… Iks, secondo Maxpc, Tuck e Paraca arriveranno in circa dieci minuti, dalle tue ore tre, ripeto: tue ore tre! Ci vediamo dall’altra parte Iks, semper fidelis. Cambio e chiudo.”
“Copiato. Semper fidelis! ”
Merda! Ricognizione eh, fottuto comando strategico.
Ok, al lavoro. Cazzo, in fondo siamo venuti qui per questo.
Il sole… Enorme, fra ore quattro e ore cinque.
Quella pietra in mezzo ai cespugli sembra interessante. La piccola depressione del terreno lì accanto è del tutto in ombra.
Con una mano faccio scorrere la tracolla del mio VSR in diagonale intorno al petto. Le fronde della ghillie sfilano come dita scheletriche sul polimero nero del fucile. Con l’altra lo accompagno fin sulla schiena.
Mi sdraio sul muschio morbido. Punto il grosso masso grigio ad una quarantina di metri da me.L’aria calda mi schiaccia a terra ancora di più. La tuta mimetica pesa tantissimo. Sbuffo.
Inspiro e pianto un gomito nel terreno soffice, piccoli sassolini pizzicano contro l’osso. Lo stivale sdrucciola sul muschio umido, Scavo un po’col piede nella fanghiglia, espiro e spingo. Il ventre strascica avanti. Punto l’altro braccio e spingo con l’altra gamba. Avanzo ancora un po’.
Un soffio leggero di brezza sulla tela del passamontagna, zuppa di sudore, è un sollievo ineffabile.
Un grosso bombo nero fa qualche passaggio accanto alla mia testa. Ronza come raffiche di mitra. Fa un paio di piroette, traccia nell’aria un otto e poi va via. Un Ottonero. Semper fidelis, fategli il culo ragazzi.
Davanti a me il sole che filtra fra le fronde crea un cono di luce nella penombra del sottobosco. Se passo là mi beccano, devo aggirarlo.
Da quella parte!
Mi trascino e mi infilo fra due cespugli di rovi, ci sono quasi.
D’improvviso mi tirano da dietro le spalle. Merda!
Sta cazzo di giacca si è impigliata fra le spine. Coglione! Tasto alla cieca dietro la schiena. Non sento niente.
Ancora nessun movimento dall’edificio bersaglio. Sfilo un guanto. Torno a cercare dietro la schiena.
Una pizzicata acuta sul polpastrello. Merda! Continuo a scorrere la mano lungo le frange ruvide.
Eccolo! Districo il piccolo groviglio. La ghillie si affloscia docile su di me.
Rificco la mano nel guanto. Posso continuare. Inspiro ed assicuro il gomito in terra, espiro e spingo col piede. Struscio in avanti. Puntello l’altro gomito e spingo con l’altro piede, ancora. Gomit… oh cazzo! Una sagoma dietro la finestrella.
Un uomo si affaccia e punta un binocolo verso di me. Schiaccio il viso al suolo. Le mie tempie pulsano forte. Inspiro a fondo. Il terreno puzza di fango marcio. Un ronzio mi riempie la testa. Sarà il bombo di prima o sta per scoppiarmi il cervello? Qualcosa mi cammina sul collo. Deglutisco ed espiro piano. Non succede niente.
Un grado alla volta, lento, sollevo appena il capo.
Nessuno. Non mi ha visto! Il mio cuore è un reggimento d’artiglieria che spara raffiche nel petto. Riprendo a strisciare, ci sono quasi.
Mi lascio scivolare nell’avvallamento e mi distendo sul fondo molliccio, ma ho una punta dura ficcata nella pancia. Scorro la mano sotto di me, fino al bordo aguzzo di una pietra. La sfilo via e l’appoggio con cautela di lato.
Sembra ancora tutto morto nel rudere. Trascino piano la tracolla lungo la clavicola e riporto avanti il mio VSR.
Faccio scivolare la canna avvolta dal nastro mimetico lungo il bordo dalla buca.
Spingo sui piedi. Poggio la spalla sul calcio. Mi rilasso e mi accomodo, tolgo il guanto ed appoggio il palmo sull’impugnatura calda. Tengo il dito fuori dal ponticello.
Nessuno a ore tre. Ho ancora quasi quattro minuti.
“Iks per Anuby, cambio… Anuby, qui Iks, cambio… Anuby… ”
Merda. Anuby.
Chiudo gli occhi e chino il capo. Stringo le mani sul fucile.
Posso vederli. Tutti. Quasi li invidio.
Il capo sta appoggiato ad un albero e fuma una sigaretta. Le tascone dei suoi pantaloni mimetici sono gonfie di roba. Da una scoppola sulla nuca a Robin, chissà perché. Che importa, il ragazzino gli mostra il medio e tutti ridono.
Predator, con i lati della tesa del Jungle Hat ripiegati, mima di scoparsi l’aria. Dirà la solita stronzata: ce l’ho corto e tozzo, come un hamburger… Ridono ancora, l’ha detto.
Merda ragazzi. Semper fidelis.
Scrollo la testa. Tuck e Paraca stanno per finire in bocca a questi stronzi. La moglie di Paraca non me lo perdonerebbe mai!
Avvicino il viso all’ottica, espiro e gli occhiali si appannano. Come un pivello, che coglione.
Tiro fuori la mia pezzetta dalla tasca del chest rig. Separo un po’la montatura dalla faccia e passo la salvietta sull’interno delle lenti… Meglio.
Nel mirino c’è un mosaico di macchie indefinite grigie, nere e verdastre. Giro piano la ghiera anteriore dell’ottica fra le dita. Eccoci qua.
La porta sarà uno e ottanta ed occupa due terzi della mezzaluna superiore… Una sessantina di metri.
Avvito la ghiera posteriore. Mh. Aggiusto ancora un po’l’anteriore.
Le rocce piatte e cineree che compongono la parete sono sovrapposte fra loro a secco. Negli interstizi ci sono lunghi e fini cespugli di muschio verde, maculato di fiorellini bianchi e gialli. Sarebbe piaciuto a 47.
Scorro lungo lo stipite di legno, verso il basso. La tavolaccia è tutta scheggiata e piena di chiazze scure. A terra non c’è pavimento, l’humus marrone, velato di sassolini bianchi, si intravede appena, sin dove lo stretto triangolo di luce che supera la porta, sfuma fino a perdersi in un buio profondo e…
Merda!
La punta rotonda di uno stivale da deserto si affaccia per un attimo poi torna nell’ombra.
Risalgo fino a portare il centro della croce sulla metà superiore della porta. Nell’oscurità.
Il contatto esce sulla soglia.
Uniforme multicam, plate carrirer tan ed un m4 con red dot. Caschetto nero, maschera con lenti gialle sugli occhi e la kefia verde tirata sulla bocca. Spunta solo un gran nasone.
Stringe il ptt in una mano, accanto a quella frappa di naso che si ritrova. Sembra stia ridendo.
Pensano di averci fatto il culo, si sente sicuro il cazzone.
Il mio cuore accelera di colpo. Pulsa forte nelle tempie e nel collo. Il reticolo dell’ottica, davanti a quel grosso naso, trema. Serro le palpebre. Inspiro a fondo.
Espiro fino a svuotare i polmoni e riapro gli occhi.
La croce è netta ed immobile. La faccia dietro è appena sfuocata.
Sfioro con l’indice la superficie zigrinata del grilletto. Stringo piano. Cede poco a poco…
Pof.
Dritto in faccia.
Il contatto scatta all’indietro e si porta le mani al viso, grida: “Preso! Preso!”
Si avvia a passo svelto verso l’albero sulla collinetta a ore dieci. Lo seguo. Sbraita.
“Però in faccia, da così vicino, porco zio no!” Tira fuori da un taschino del plate carrirer un drappo rosso e lo stende sul capo: “Anuby cazzo, digli ai tuoi che così no!”
Mi muovo su Anuby.
Il capo stacca la schiena dal tronco, sfila il pacchetto di Marlboro stropicciato dalla pienissima tasca cosciale della mimetica. “Ma che cazzo stai a di’, bomber. “ Estrae una paglia tutta storta. “L’ho visto io da dove ha sparato, ce l’aveva la distanza. Falli giocà, vienitene a fuma’una dai.”
“Sto cazzo bomber. C’ho il naso pieno de sangue, e che caz…”
Le prime raffiche plasticose risuonano a ore tre. Tucke e Paraca sono arrivati, ci sarà da divertirsi.
Cazzo, adoro il softair!
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
essendo il figlio di Anuby,sono riuscito a immaginare tutti i dialoghi,compresi quelli di predator.
veramente bel testo!
Ciao, premetto che sono la classica femminuccia che non ama questo tipo di giochi, pero` avevo intuito, ad un certo punto, che non stavi descrivendo un combattimento reale. E credo che le guerre virtuali, in certi casi, possano avere una funzione catartica. Inizialmente mi hai ricordato i racconti di Kenji, un bravo autore che scrive su Open racconti ispirati a battaglie storiche. Tu invece descrivi minuziosamente, e in prima persona, battaglie inesistenti, con parole e parolacce al posto giusto. Cio` che apprezzo di piu` sul contenuto del tuo racconto e di tutti gli altri sullo stesso genere – che potra` essere stimolante o divertente per molti – ma soprattutto non ci sara` mai una sola goccia di sangue umano versato.
Ciao Maria Luisa, grazie mille. Ho seminato qualche indizio ma non pensavo che qualcuno non familiarizzato con il softair potesse notarli. Mi hai beccato, complimenti! Quanto al sangue, purtroppo devo annunciarti che a breve inizierà a correre copioso sulla mia bacheca perché i miei pezzi di solito sono piuttosto… oscuri!
Il tuo è uno di quei testi godibili e fruibili dall’inizio alla fine anche per lettori che come me, non amano l’argomento e sinceramente nemmeno ne capiscono. Tuttavia, lo dico sinceramente, mentre leggevo non ho pensato un attimo di mollare, al contrario ho proseguito quasi avidamente nell’attesa che il protagonista ricevesse una pallottola dritta in fronte. Il finale mi ha colpita perché non avevo inteso la realtà dei fatti e ne sono rimasta poi piacevolmente stupita. Ottimi i dialoghi e veramente “terreno” il gergo utilizzato che rende benissimo la caratura dei personaggi.
Ciao Cristiana, grazie mille! Riuscire a far apprezzare un brano ad un lettore che non ama quel genere è per me una coccola immeritata. Andrò a dormire col sorriso anche grazie a te!