
Stanza 01
Mi siedo alla mia scrivania e sono pronta a recuperare un ricordo di qualche anno fa. Gli ultimi tempi sono stati difficili e hanno sottratto molto a diverse persone. A me hanno sottratto due attività che reputo tuttora delle mie passioni, anche se più il tempo passa e più le sento distanti da me.
Al termine delle scuole superiori decisi di darmi una scrollata. Avete presente quella classica compagna di classe che passa quasi sempre inosservata? Che se anche parla nessuno nel gruppo l’ascolta per davvero? Che infine rinuncia e aspetta pazientemente che questa silenziosa tortura sociale finisca. Ecco, io ero così. Non so bene perché, credo d’esser stata solo “vittima” del sistema e di essermi beccata l’etichetta sbagliata, che non sentivo mia. Ad ogni modo, non è stata inutile se per trovare uno sfogo mi ha portato alla scrittura, alla musica e a tutte le altre scelte che ho fatto, tra cui il volontariato. Non ho scelto un’attività di volontariato qualsiasi, se così si può dire, essendo tutte molto preziose. Ho deciso che era il momento di diventare un dottor clown. O almeno di provarci.
Ecco allora una delle mie passioni: la clown terapia. Non vi spiego come alla fine sia diventata un clown per le corsie d’ospedale, magari riserverò questo aneddoto per un altro racconto. Sfoglio la mia raccolta di ricordi e so già sopra a quale stanno indugiando le mie dita. Spoiler: è un ricordo breve e un po’ amaro. Il mio viso è diventato una maschera, dicono sia la più piccola del mondo. Un naso rosso in silicone. Comincia ad avere i segni dell’usura e il suo rosso a sbiadire, però a me piace perché mi sembra più umano così. I miei capelli ricci sono raccolti in due folte code basse e dentro di me la bambina che ero gioisce. La mia fronte ha dei cerchi bianchi e le mie guance sono arrossate lievemente con delle lentiggini marroni. Sulla mia testa rimane appollaiata una colombina bianca tra due orecchie di gatto ricoperte di margherite dai pistilli caldi. Vi lascio immaginare quale belle battute o scene comiche possono essere inventate con una colomba sui capelli. Sulla spalla destra pesa una borsa enorme, carica di giochi, libri, trucchi di magia, palloncini e fazzoletti colorati. Non sono sola, insieme a me ci sono altri due clown. Ci avviciniamo cauti alla porta verde acqua e bussiamo piano. Un clown della squadra infila la testa nella fessura della porta aperta e chiede se possiamo far visita. Ci dicono di sì, ma io non sono pronta del tutto a chi mi trovo davanti. Mi ricordo però che non sono davvero me in quel momento, sono il mio clown. Niente paura, un bel respiro e un sorriso incoraggiante a distendermi le labbra.
Tre clown si fermano ai piedi del letto di una ragazzina che alla vista dei nostri colori, sorrisi e scampanellii ci osserva attenta. Salutiamo solari i parenti raccolti attorno al letto e chiediamo se possiamo fare dei giochi con la piccola ospite. Per un momento il sole che mi sento dentro viene nascosto dal picco di una montagna alta. Sono occhi in difficoltà e impenetrabili, poi una frase rimane sospesa a mezz’aria. No, tanto non capirebbe. Ripeto però che ai piedi del letto non ci sono tre persone, bensì ci sono tre clown e non è ancora il momento di abbassare la maschera. Decidiamo allora di sorridere, di dire che non c’è problema e che prima di salutare vorremmo regalare alla ragazzina un po’ di colore e gioia. Io prendo dalla mia borsa enorme tre fazzoletti grandi di colori diversi: fucsia, arancio e blu. Finché li faccio svolazzare in aria con movimenti ampi, un clown suona tra le sue mani calde un piccolo carillon, mentre il terzo soffia delicatamente delle bolle di sapone che catturano la luce tiepida del neon. Nella stanza si accende così un’altra luce: il viso della ragazzina sussulta, le sue guance si sollevano e dei gorgoglii si fanno strada mentre le braccia si muovono attorno al suo volto, probabilmente nel tentativo di raggiungere la danza di colori. Tutto ciò è miele per il cuore. Noi però non siamo lì solo per lei e la nostra presenza comincia a non essere più gradita. La stanza comincia ad allagarsi con imbarazzo e disagio. Ci scambiamo delle occhiate d’intesa e iniziamo a indietreggiare, senza però far cessare il volteggio di musica e colori. Aggiungiamo dei saluti in sordina, con voce dolce e il rumore della porta che si chiude dietro di noi pone fine alla nostra visita.
Riponiamo i nostri giochi e piano ci incamminiamo verso la prossima stanza.
Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ok Linda, ho le lacrime agli occhi (e ti assicuro che non è facile). In questa storia tu sei il clown, io la bambina troppo presa a sopravvivere che splende di luce (anche se per un solo attimo). Portare anche un solo sorriso è salvifico: sia per chi lo riceve, che per chi lo dona. Per questo, ti ringrazio con tutto il cuore
Ciao Micol! GRAZIE! Sono contenta di averti emozionata. Un caro saluto!
“Mi ricordo però che non sono davvero me in quel momento, sono il mio clown.”
Questo passaggio mi ha colpito: complimenti per questo racconto e per la tua attività di volontariato, davvero lodevole e complessa.
Ciao Martina, ti ringrazio! Essere travestiti da clown è liberatorio: puoi fare (quasi) qualsiasi cosa e affrontare le più svariate situazioni perché alla fine la persona che si è ogni giorno al momento Lascia posto alla parte più impavida, imprevedibile, leggera e comica di te. Questo ti circonda di “airbag”.
Grazie a te per il tuo commento! 🙂
Ho apprezzato molto lo stile spontaneo e autentico, pur essendoci periodi lunghi la scrittura risulta scorrevole, probabilmente sorretta dall’emergenza di narrare qualcosa di significativo. Il medium è il messaggio, direbbe McLuhan, fatto sta che quella che si presenta come una confidenziale pagina di diario risulta, come giustamente ha detto BB, una piccola perla di positività
Ti ringrazio per le tue parole David, sono onorata dal giudizio che hai espresso su questo racconto. Un caro saluto!
Una piccola perla di positività, serve, soprattutto in questi giorni. Appare tutto vissuto con emozione e ansia di riuscire nell’intento di far sorridere chi vive l’esperienza della malattia, soprattutto se bambini. Chiudono le parole finali con un nodo di malinconia e ci portano alla riflessione. Ti ringrazio per averlo scritto e saputo scrivere con questa assenza di retorica.
Grazie a te Bettina per questo feedback così bello e incoraggiante. Ritrovarti tra i commenti è sempre un piacere! Un carissimo saluto
Che bella storia, mi ha fatto emozionare, non so se è autobiografica o meno, ma è riuscita nel suo intento. Bellissimo il finale. Complimenti
Ciao Alessandro, posso confermarti che è autobiografica e ti ringrazio molto per i complimenti. Ero un po’ indecisa sul finale, non sapevo se era abbastanza, quindi mi fa piacere vedere che piace anche così. Grazie ancora!
Interessante! Io non sono mai stato in ospedale come degente quindi non so nulla di clown-terapia, ho visto qualcosa in tivù…
Grazie Kenji, probabilmente scriverò ancora sull’argomento, quindi quando vuoi ripassa, mi farà piacere ritrovarti. Un caro saluto!
Ciao Linda. Per prima cosa, mi piace veramente tanto come scrivi, delicata e leggera al limite della raffinatezza. Mi ricordi molto una Jane Austen 2.0. Secondo, questo brano, pur senza entrare nei dettagli delle storie dei piccoli pazienti, mi ha commosso. Sono bastati poche parole, frasi non dette ma appena sussurrate per dire molto di più. Complimenti, sia per il racconto, sia per il volontariato.
E’ un piacere ritrovarti anche in questo racconto Carlo! Ti ringrazio, non esagero se ti dico che le tue parole mi fanno gonfiare di orgoglio. Significano davvero molto, perciò grazie ancora per il tempo che mi hai dedicato. Un carissimo saluto!