
Storia di gioco, storia di vita
Sentii il freddo salire dalla punta dei piedi fino alle spalle; un brivido mi percorse lungo tutto il corpo. Qualcuno aveva dimenticato il portone aperto, mi alzai dal tavolo e lo chiusi, quando tornai era il mio turno.
Eravamo rimasti solo in due: io e “Caterpillar”. Si era aggiudicato quel soprannome perché spianava la strada davanti a sé senza alcuna pietà, schiacciando ogni tipo di emozione.
Tutti i frequentatori della sala ricordavano perfettamente il giorno in cui spennò Ying, un ragazzo cinese che campava grazie alle vincite di gioco. Caterpillar era gelido, impassibile, mentre Ying era nel panico; quella cifra gli avrebbe risolto il problema degli affitti arretrati e gli avrebbe permesso di vivere dignitosamente nei mesi successivi. Aveva buone probabilità di vincita e il suo avversario sembrava non avere troppa fiducia nelle sue carte.
Ying puntò tutto quello che aveva, fiero del suo intuito, ma quando Caterpillar mostrò la sua scale reale, il ragazzo capì di non aver considerato tutte le possibilità vedendosi passare dinnanzi agli occhi la fatica dei giorni futuri. Da quel giorno non aveva più messo piede in sala.
C’era chi diceva che era tornato in Cina dalla sua famiglia e chi invece, raccontava di essere stato nel suo appartamento: un monolocale squallido e degradato dal quale non usciva da molto tempo vivendo di gioco on-line.
Forse, lo sguardo di Caterpillar, celato dietro a quelle lenti scure, avrebbe potuto aiutarmi. Forse. Lo guardai attentamente, non lasciava trasparire nessun segnale. Nessun tic; nessun sospiro; nessun movimento. Non mi restava che attendere e sperare che cedesse, d’altronde anche lui era un essere umano. Chiesi tempo, il dealer fece partire il cronometro, dopodiché si stiracchiò.
Lanciai un’occhiata all’orologio appeso alla parete: erano le due di notte. L’uomo al mio fianco prese una sigaretta, se l’appoggiò tra le labbra e fece schioccare la lingua. Quando vidi la mia immagine riflessa in una bottiglia stentai a riconoscermi. I miei occhi, gonfi e velati, lasciavano trasparire tutta la mia stanchezza mentre i capelli spettinati mi facevano apparire esausto.
La concentrazione mi stava lentamente abbandonando, per cui cercai di fare un rapido calcolo: avevo il 30% di possibilità di vincere, era poco, mentre la posta, quella invece era troppo alta.
Guardai nuovamente il flop, quelle due regine sembravano fissarmi con aria soddisfatta, “te l’abbiamo fatta” , sembravano dire. Le mani cominciarono a sudarmi, mentre i battiti acceleravano ad ogni ticchettio dell’orologio. Tutto sembrava volto a mio sfavore quando improvvisamente qualcosa mi rese la situazione più chiara. Caterpillar prese il bicchiere dal tavolino e bevve un sorso.
Troppo poco per chi ha sete e troppo per chi cerca di nascondere, dietro a quel gesto, una sensazione di disagio.
Lo avevo visto altre volte bere in quel modo, non avevo più dubbi. «Il tempo è scaduto», disse il dealer riprendendo il mazzo di carte tra le mani. Mancava solo una carta al flop, ma ormai non mi interessava più, sapevo precisamente cosa dovevo fare.
Presi tutte le fiches davanti a me e le spinsi verso il centro del tavolo, «punto tutto», esclamai. Carterpillar rimase fermo, immobile, per alcuni istanti; dopodiché lanciò le sue carte, batté un pugno sul tavolo e se ne andò. Avevo vinto, lo avevo battuto.
La cameriera si avvicinò, «vuole ordinare?». Ormai era passata mezz’ora da quando avevo messo piede nel locale, «si…si va bene, mi porti un caffè per cortesia».
Guardai fuori dalla vetrina, Anna stava entrando con passo spedito. Il vestito rosso svolazzava all’altezza delle sue ginocchia e il suo viso sembrava più radioso del solito. Afferrò la sedia con foga e si accomodò, «Scusa il ritardo…c’è un traffico. Hai già ordinato? Ho proprio voglia di un frappé», disse osservando il menù.
La guardai attentamente, tutto ad un tratto mi parve diversa, come se fosse un’estranea. «Tutto bene? Hai una faccia», mi domandò
Sospirai, «Anna…so tutto…».
Sbiancò tutto d’un colpo, le sue gote, solitamente rosee, divennero color neve, «a cosa ti riferisci?»
Nel frattempo, la cameriera sopraggiunse, «Ecco a lei signorina». Poi appoggiò il bicchiere sul tavolo in modo discreto e se ne andò.
«Ieri sera eri con Sara?» le domandai guardandola dritta negli occhi che brillavano di una luce scura.
«Ma certo…Che domande…» rispose, dopodiché afferrò il bicchiere e bevve un sorso.
Troppo poco per chi ha sete e troppo per chi cerca di nascondere, dietro a quel gesto, una sensazione di disagio.
Presi gli occhiali da sole dalla tasca e li indossai, «stammi bene Anna».
Me ne andai così senza aggiungere altro, consapevole di non avere tra le mani le carte vincenti.
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Bhè, anche scala 40 ha il suo fascino 🙂
Grazie per il tuo commento!
Il massimo brivido con le carte io lo raggiungo a scala 40 😀 al di là di questo, riesco a entrare perfettamente nell’ottica del tuo gioco, un racconto particolare e ben dettagliato, brava!