Storia di un impiegato

Serie: Di sicuro non è un libro


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La vita, i sogni, si torna per terra

Eccomi qua con i miei se e con i miei ma.

Un monovano ampio, una stamberga di semplicità. Pochi mobili, poco da sporcare, Viva la praticità! Un coinquilino brasiliano, che assomiglia ad un barista di un caffè americano sulla via del west. Si ferma, ascolta, chiede sempre come va. Come vuoi che vada caro compagno di breve vita? Siamo a Roma. Penso a Roma, e solo il pensiero mi fa poetare. E’ stata troppo per me, te la leggo. L’ ho scritta a gennaio, molto prima di averla vissuta, e dopo molto tempo averla assaggiata.


O lupa imperiale,

memoro di te come fosse ieri.

Bianca viva tu eri nei miei occhi,

e neve saranno oggi i tuoi marmi.

Lunga la tua strada, incrocio di ogni via, cerchio di ogni fuga.

Scale felici, in una piazza centrale,

sosta d’attesa di ogni visita in tuo onore.

E di notte in un foro ispanico,

giochi di luce e mestieranti di circo.

Collasso alla vista del colosso,

impiegherei tutti gli ori dei tuoi imperi

solo per riesumarne il candore

e i pezzi dissolti dalle barbarie dell’uomo.

Splendida tu sei, in ogni giorno ritornerei,

rinascita di ogni mio senso.

Sette colli, sette milioni di spade saranno sepolte,

magnifici archi sono stati alle tue porte.

Intrighi malvagi, centri di potere,

quei ponti che brillano tutte le sere.

Sei tu che mi hai trafitto,

e il cor s’annega ante il tuo cospetto.


Primavera, ma piove molto a Roma in questo periodo, forse per colpa di un vulcano islandese. Conosci la teoria del caos? Beh, io ci credo. Una farfalla batte le ali a Pechino e New York arriva la pioggia invece del sole. Capito? Ogni minima azione dell’universo crea una piccola reazione a catena che provoca qualcosa dall’altro lato del mondo. Piove e lo fa molto. Ma ciò che si fa di più è lavorare. Crisi nera per il mio paese, che diavolo sei venuto a fare qui compagno sudamericano? Perché proprio l’Italia? A questo paese ho persino dedicato una poesia, te la faccio leggere, magari capisci com’è, ma forse già lo sai, spero in quel caso tu condivida.


Fosti creata con gioco di parti, poche tra l’altro.

In mezzo agli anni e lustri hai solcato la nebbia,

hai fatto vittorie e cercato l’altissimo.

Tutti proclamarono guerra, incluso il Vate,

e forse fu giusta, storicamente, per renderti una.

Poi venne il Nero, che grazie alle botte e alle parole del Vate,

intorpidito dalla sua grandezza e dalla sua fama,

e li si fece notte.

Tu che hai accolto sempre l’uomo e la donna,

anche quando vennero a conquistare,

diventasti per incanto donna difficile e violenta.

Delitti di uomini di liberi, che il rosso amavano,

delitti di uomini d’Africa, gasati per cacciarne le volontà di patria,

delitti di fratelli di Jesus, per rispondere a diritti imposti da

satanici vicini teutonici, imbriacati dalla guerra prima.

Un uomo soltanto sembrò l’artefice di questi omicidi,

ma era un popolo che uccideva se stesso.

E quello stesso popolo, quando il Ben aveva sbagliato l’ultima stoccata,

l’impiccò come fosse agnello da macello.

Errore di storia.

Chi di duce ha fatto mestiere, con viltà di potere

non può essere cancellato in un tumulto di idiota comunista.

I simboli degli errori umani andavano messi in gabbie d’uccello,

a memoria di quanto avrebbero fatto altri silentamente.

E in mezzo alla festa per la rinata patria, vogliosa di libertà,

pochi padri riscrissero legge divina su comuni carte di stato.

Fecero cosa giusta e nobile, ma tutti non ebbero il tempo

di impararne il voto.

Stavolta non uno, ma centinaia di pezzenti,

divennero capi di un nero che nero non fu.

Fu grigio velato, che a nessuno paresse non bianco.

E oggi sei qui, con uno che comanda i pochi.

E tu sei una, non trina, ma fatta di molti.

Unica in tutte le cose, una sola e indivisibile.

Italiani, a raccolta, svegliatevi,

niente è cambiato da Ben, che ha solo un biasimo,

essere stato nero sempre.

Oggi i bianchi son neri, ma fanno i grigi.

I rossi son morti, o fanno i marinai.

E io che rosso son sempre stato, riesco a malapena ad essere italiano.

Svegliati Italiano, la guerra col nemico è finita.

E’ tempo di guerra di vita, se vita vuoi avere.

Non muoriam più di bombe nelle viscere,

muoriam ogni giorno nelle anime vuote.

Sveglia Italiani, che Italia è sempre viva.

Siete voi che la state uccidendo.

Puttanieri, delinquenti e dittatori,

di oggi e di domani, fin che nova speme non ci separi.

Viva l’Italia.


Eccomi qua dunque. A sputtanare l’Italia a un brasiliano, e a sputtanare la città che ho sempre amato. Vorrei fare lo scrittore, ma dieci anni di sfighe accumulate, mi hanno costretto a pensare pratico, lavoro prima di tutto, perché non si mangia con le parole mi hanno detto.

Vivo a Roma, lavoro e basta. «Questo lavoro ti toglie molto tempo» mi hanno detto. Lo sapevo. «Questo lavoro ti toglie molte energie fisiche e mentali». Lo sapevo. «E’ un lavoro che ti deve piacere, se no lo odi.» Lo sapevo, anzi lo sapevo fin troppo bene che l’avrei odiato. Eccomi qua, dunque. Odio.

La fame mi ha portato qua, quasi fossi un emigrante siciliano di fine ottocento partito per l’America per sbarcare il lunario. E invece sono solo un morto di fame, che ha sempre voluto scrivere, che non ha mai creduto che il lavoro gli avrebbe portato felicità, che ha sempre avuto tante cose da fare, ma che ha avuto sempre priorità da soddisfare, bisogni primari li chiamano. Il paradiso è finito tutto due anni fa. 

Dopo avere concluso la mia esperienza in Oviesse, fui contattato dalla Reitrans, un’azienda di trasporti siciliana. Impossibile mi dissi. Quando ero magazziniere, un magazziniere con la schiena debole, tutt’altro che malpelo, scaricavo il loro camion tre volte a settimana, con buona pazienza, e con un minimo di voglia, pensando fosse cosa temporanea. Poi finì con Oviesse, e senza alcuna speranza, come facevo con tutte le aziende, avevo inserito il curriculum sul sito aziendale. Pensando, beh è una grande azienda, sarebbe un’ottima opportunità. Bah, figurati se mi chiamano, e ora mi ritrovo a dirigere un negozio, tutto poco poetico, tutto molto pratico, tutto che conferisce quella sensazione di avere venduto l’anima al diavolo, tutto lascia quella sensazione di essere entrato in una galleria, un traforo, da cui non si vede via d’uscita. 

Tutto molto, tutto tranne, solo una semplice storia da impiegato.

Continua...

Serie: Di sicuro non è un libro


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Apprezzo ciò che scrivi, lo trovo genuino e anche sconclusionato il giusto. Devi avere una vena di pazzia, di simpatica, personale e caotica visione della vita, mi piace e ti leggo volentieri.