Storia di una paura II

Serie: Storia di una paura


Dev’essere questo che mi sconvolge, ma ci metto tanto per accorgermene. I giorni subito successivi all’accaduto non sono troppo preoccupato. È soltanto il terzo o il quarto che mi rendo conto con sorpresa che da quel pomeriggio non sono più uscito di casa. La mia occupazione quotidiana è studiare, quindi non è poi così strano che passi la maggior parte delle ore in casa, però mi colpisce che non sono più andato a far la spesa o a comprare le sigarette. L’ho fatto senza pensarci, senza premeditazione, però è successo. Ma ora che ci penso da allora non ho più fumato sigarette per paura che mi cali di nuovo la pressione; questo forse è ancora più incredibile. La sera, quando l’aria si rinfresca e mi sento tranquillo, fumo qualche canna guardando un film e sembra che stia bene, ma quando mi sveglio tardi il mattino dopo si ripete la stessa storia. Il primo pensiero che ho già mi frega. È rivolto a quell’episodio, è la speranza che oggi finalmente non ci penserò più, ma ci sto già pensando. Lentamente questo pensiero ricorrente si sta trasformando in un’ossessione ma io non posso saperlo perché non ne ho mai avuta una prima.

I giorni passano e il ricordo dello svenimento semplicemente non sbiadisce. Sempre più spesso mi ritrovo seduto sul divano, o al tavolo in camera con un libro davanti, ma un unico pensiero che mi invade la testa. Non so come liberarmene. Non è troppo diverso da come quando sono innamorato, che vedo l’oggetto dei miei desideri in ogni cosa che mi circonda: la parola di un amico mi ricorda all’improvviso una frase che lei ha detto qualche giorno prima, il vestito di una ragazza è dello stesso colore del suo e così via. In questo caso l’oggetto unico dei miei pensieri è quell’evento, sono le sensazioni provate durante quell’evento. Tutto me lo ricorda, ci penso sempre.

Inizio a monitorare sempre più spesso le funzioni vitali, il respiro, il battito cardiaco, la sudorazione, tutto ciò che può farmi presagire un nuovo calo di pressione. Non mi riesco a capacitare di come sia potuta succedere una cosa simile, a me, che mi vanto di conoscermi così bene, che so sempre come mi sento. Nella mia testa ogni piccolo cambiamento diventa un potenziale pericolo o nel migliore dei casi una distrazione al mio lavoro di monitoraggio del mio corpo. Più i giorni passano e più perdo il contatto con il mondo esterno. Non soltanto quello fuori di casa, ma tutto ciò che è all’infuori di me. Ormai quando vado a dormire ho smesso di sperare che l’indomani mi sveglierò senza pensarci più, mi sembra impossibile. Nell’arco di un paio di giorni la mia vita si è stretta intorno a me, non vede altro, non sente altro che me. Mi sto rassegnando.

Le migliori storie di paura hanno sempre a che fare con omicidi orrendi, stupri o violenze in generale, personaggi deviati ed eventi eclatanti e macabri. La mia paura è terribilmente quotidiana, prosaica. Non è spettacolare né avvincente. Da fuori non la si vede nemmeno.

Dopo una settimana non riesco più ad andare avanti. La mia vita è compromessa, non ho più cibo nella dispensa. È la metà di aprile e a Milano fa caldo. Ormai non penso letteralmente ad altro che al mio problema, che adesso si è ingigantito e ne comprende un’infinità di più piccoli. Mi terrorizza il fatto che non ho idea di come fermare questa cosa: credevo che sarebbe durata qualche giorno al massimo e invece sta peggiorando rapidamente. All’inizio ho interrotto le mie attività per qualche giorno, me lo posso permettere, ma adesso devo fare qualcosa. I miei genitori mi suggeriscono di andare da uno psicologo ma sono scettico al riguardo. La nostalgia e la tristezza per il mondo fuori mi confondono. Mi sembra che tutto viva, in queste calde giornate d’aprile: sento i gatti miagolare in cortile, vedo il verde delle piante che crescono e sento gli odori della primavera. Scrivo nel mio diario che percepisco un’aria di festa, immagino le persone che si parlano, che hanno tante cose da dirsi. Che escono finalmente dal letargico inverno e si svestono, le ragazze indossano le gonne e mettono in mostra le gambe, felici e lusingate di farsi guardare dal ragazzo che gli piace. Io sento soltanto l’eco di queste cose. Temporeggio sulla soglia di casa. Mi piace guardare fuori e immaginarmi com’è, ma ho bisogno di tempo, ho bisogno che l’eco che sento si allontani un po’, mi lasci respirare.

Ho capito che casa è la mia fortezza, l’unico luogo sicuro, dove un letto mi aspetta in qualunque momento dovessi sentirmi male e dove non possono accadere troppi imprevisti. Fuori sta il mondo. Mi faccio forza e programmo una tattica riabilitativa elementare che prevede un piccolo sforzo ogni giorno, un passo alla volta fuori di casa. Non posso sapere se mi trovassi in un bosco o in un prato come reagirei, ma in città non è facile sentirsi al sicuro: ciò che mi crea la maggiore angoscia sono gli altri, le persone. Non le persone che passano veloci in macchina o in bicicletta, quelle so che probabilmente non mi notano nemmeno. Mi fanno paura i pedoni, che magari mi passano a fianco parlando con un tono di voce forte e mi sfiorano il braccio con la giacca. Non so cosa potrebbe succedermi se uno di loro dovesse toccarmi ma solo all’idea mi manca il respiro e affanno. Per questo motivo le prime passeggiate fuori guardo basso e vado per la mia strada, cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Una paura quasi impalpabile, sottile e costante. Paura di immaginare una vita recluso in casa per l’angoscia di uscire fuori e incontrare gli altri. Una cosa è l’angoscia che provo nelle mie brevi passeggiate all’aperto, con il costante timore di entrare in contatto con qualcuno, il timore di svenire, del caldo. Un’altra è la paura di accorgersi di calmarmi soltanto quando varco la soglia di casa mia, la paura della rassegnazione a una vita disadattata.

Di che colore è la paura? Forse nera, come il buio? L’uomo nero, le streghe vestite di nero, il gatto nero. I ragni sono neri e io ho il terrore anche di quelli. Da piccolo avevo scoperto che mia zia non poteva andare in ascensore perché aveva paura di rimanerci chiusa dentro. Allora mi avevano spiegato cosa era la claustrofobia e anche l’agorafobia. A me sembrava impossibile poter aver paura degli spazi aperti perché il sole mi faceva sentire sicuro. Se ci vedo, cosa dovrei temere?

In quei giorni la mia paura però funziona all’opposto, come una fotografia sovraesposta e dai colori troppo saturati. Il contrario del nero e del buio. Tutto è acceso, bruciante e per questo mi sconvolge.

Più passano i giorni e meno sfide mi sento in grado di affrontare. La stanchezza si sta accumulando e io piuttosto che recuperare energie sono sempre più sfinito. Ho la sensazione di poter perdere il controllo in ogni momento.

Ormai ogni azione che mi propongo di fare è resa complessa dalla mia paura; qualunque cosa potrebbe andare storta ma soprattutto sono io stesso ciò di cui provo più paura. Cosa sono diventato per non potermi fidare a tal punto di me? Come è stato possibile che ciò di cui andavo più orgoglioso, la mia capacità di ascoltarmi e comprendermi, mi abbia deluso così decisamente?

Il risvolto tristemente positivo di quel momento orribile è che da allora mi sono rassegnato. Ho smesso di sperare che sia stato soltanto un calo di pressione di qualche settimana prima a farmi andare leggermente fuori strada, e che stia per passare tutto. Non spero più di svegliarmi l’indomani sentendomi molto meglio, pronto per tornare a studiare come sempre. A modo mio sto affrontando il difficile compito di accettare la realtà. Accetto di cambiare idea di me, di cambiare identità. Questo tempo che sto passando sta stravolgendo la mia concezione del mondo e di me stesso, devo cercare di adattarmi.

Penso che l’unico evento che nella vita mi ha stravolto altrettanto la concezione del mondo sia stato il primo amore, che ironia. Non quello per la mamma o per la prima fidanzatina delle scuole elementari; il primo amore carnale intendo, la prima scopata. Forse sono troppo romantico ma mi piace pensare che quella volta sia stato speciale e unico, non fatto tanto per perdere la verginità e sentirmi uguale agli altri. Da allora non ho più guardato le cose nello stesso modo, i miei valori sono cambiati, il modo di pensare. Così è stato consumare l’amore per me.

In questa settimana a casa io ho consumato la paura, mi ci sono abbandonato e non sono mai più stato lo stesso. Non ho mai più guardato a una persona nello stesso modo, non ho mai più passato un giorno senza pensarci.

Serie: Storia di una paura


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Discussioni

  1. Ciao Micol, innanzitutto vorrei ringraziarti per il tuo commento. Io scrivo da diversi anni recensioni di musica e articoli simili, questo racconto è stata la mia prima prova narrativa. Lo ho voluto mettere qui proprio nella speranza di migliorare attraverso commenti e critiche, usare questo sito anche come laboratorio. Inoltre, hai capito benissimo entrambe le possibilità di lettura del racconto: non v’è soltanto la somiglianza con la quarantena attuale, ma anche una situazione esistenziale, volendo. La seconda la preferisco, personalmente.

  2. Ciao Giovanni Battista. IL racconto può essere letto come una chiara metafora al momento contingente, ma io vi ho visto altro. Un male sottile che purtroppo colpisce molte persone, rendendole “prigioniere” di sé stesse. Per esperienza altrui, fortunatamente non ho mai sofferto di attacchi di panico, non è una situazione facile da affrontare e devo darti merito di aver descritto questa “paura” in modo egregio.

    1. Ciao Micol, innanzitutto vorrei ringraziarti per il tuo commento. Io scrivo da diversi anni recensioni di musica e articoli simili, questo racconto è stata la mia prima prova narrativa. Lo ho voluto mettere qui proprio nella speranza di migliorare attraverso commenti e critiche, usare questo sito anche come laboratorio. Inoltre, hai capito benissimo entrambe le possibilità di lettura del racconto: non v’è soltanto la somiglianza con la quarantena attuale, ma anche una situazione esistenziale, volendo. La seconda la preferisco, personalmente.