Strade bianche e merendine volanti

Un giorno d’estate, Cè si trovava dai suoi in Svizzera, come ogni anno durante le vacanze scolastiche.

I suoi vivevano in un piccolo chalet ai margini del campo da golf di Crans-Montana, ma anche ai margini di una società dorata e surreale che li sfiorava senza appartenergli.

I bambini che abitavano negli chalet vicini erano figli di famiglie facoltose. Alcuni portavano in vacanza con sé tate, autisti e abitudini raffinate. Cè ogni tanto giocava con loro, cercando di confondersi nel gruppo. Ma quando rimaneva solo, doveva cercare di essere visto il meno possibile.

In quegli anni la Svizzera viveva un’ondata di xenofobia e di diffidenza verso gli immigrati. I lavoratori con permesso A o B non potevano portare con sé la famiglia; così mogli e figli, spesso non dichiarati, erano costretti a nascondersi nelle case. Se qualcuno avesse segnalato la loro presenza alla polizia degli stranieri, il permesso di soggiorno del capofamiglia avrebbe potuto essere revocato. Bastava poco per essere espulsi e dietro ogni passante o vicino poteva nascondersi un delatore.

Nello stesso chalet viveva un altro bambino, anche lui figlio di una famiglia italiana. I suoi genitori avevano un permesso A e non gli consentivano di uscire di casa. Per questo non aveva legato con gli altri bambini in vacanza. Eppure, nonostante il divieto, a volte sgattaiolava fuori la sera, soprattutto quando i poliziotti erano ormai rientrati o si trattenevano nei bar. Allora capitava che giocasse con Cè nel silenzio complice del tramonto.

Quando Cè veniva invitato a giocare dai bambini ricchi, si sentiva  come un ospite capitato per sbaglio a una festa in maschera, dove lui era l’unico senza costume. Le loro parole, i loro giochi, persino il modo in cui correvano sembravano diversi da quelli dei suoi compagni di scuola. Parlavano di barche, di cavalli, di vacanze in luoghi che lui non riusciva nemmeno a immaginare. 

Un giorno, una delle madri lo invitò a fare merenda nello chalet accanto insieme a tutti gli amichetti dei suoi tre figli.

Era tutto troppo: il profumo dei biscotti, le tazze di porcellana e le tate agli ordini di una governante che, vestita di scuro con grembiulino e crestina bianca, si muoveva leggera come una ballerina.

Gli porsero una tartina alle fragole decorata con una fogliolina di menta, come quelle che al paese Checco esponeva la domenica nella sua pizzeria insieme alle mitiche crostate.

Cè cercò di tagliare la tartina con la punta del coltello, come facevano gli altri bambini, ma era troppo dura. Il coltello scivolò e i rebbi della forchetta non riuscirono a impedirne la fuga. La tartina esplose in due direzioni opposte: una parte schizzò per un paio di metri e planò fino ad atterrare sul divano bianco a rose rosse, mimetizzandosi fra le provvidenziali decorazioni floreali; l’altra volò nell’aria.

Cè la seguì con gli occhi, ma era sparita. Forse si era nascosta in qualche angolo oppure, più fortunatamente, aveva trovato rifugio nelle piccole fauci del cagnolino di famiglia.

La tata guardò il piatto vuoto e sorrise.

«Che bravo bambino, hai già finito. Ne vuoi un’altra?»

Cè arrossì e scosse la testa.

«No, no! Un’altra no!» rispose in fretta.

Abbassò lo sguardo, sperando che nessuno si sedesse sul divano o, peggio, inciampasse nella sua merenda dispersa. Forse mezza tartina era finita nel mondo di mezzo, sospesa tra il mondo di Cè e quello degli altri.

L’inadeguatezza ti tiene sospeso in una terra di mezzo. Non sei mai davvero dentro, ma nemmeno completamente fuori.

Anche quando riesci a riscattarti, resta quel filo invisibile che ti separa dagli altri ed è sempre pronto a farti inciampare. Magari proprio in una tartina alle fragole rimasta in agguato come una voglia dietro un angolo di vita.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Divertente… peccato invece non essersi gustati lo spettacolo di qualcuno che ci si sedeva sopra sul divano, o che ci scivolava sopra finendo lungo e disteso.
    Le macchie e i capitomboli sono assolutamente democratici: colpiscono senza preoccuparsi del ceto sociale.