Suole cuore e umore

Serie: I ragazzi della via Polli


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: A Dexilongu convivono insieme ai sardi nativi dello stesso paese e dintorni, anche molti siciliani, con attività agricole e commerciali utili e fiorenti, da far invidia ai vecchi residenti di lunga data.

Il libro che le aveva prestato la maestra era sul tavolo della cucina, ancora chiuso. Gli occhi vispi di un bambino con un largo cappello in testa, disegnato sulla copertina, nonostante l’espressione sorridente e simpatica, in quel momento non l’attirava abbastanza.

Erano quasi le cinque della sera e Bianca fremeva al pensiero di correre a casa dei Piroddi, a vedere I ragazzi di padre Tobia, in TV. Aspettava con ansia che rientrasse a casa sua madre per chiederle il permesso di uscire. Aveva dato acqua e crusca alle galline, spazzato le foglie dal cortile e lavato le mutande, poi si era seduta ad aspettare.

Benedetta era andata a casa di sua cognata, per aiutarla a preparare l’impasto del pane. Si avvicinava il giorno dedicato a Sant’ Antonio e, per tradizione, molte donne lo cuocevano in casa, nel forno a legna. In chiesa don Soddu lo avrebbe benedetto e distribuito ai fedeli.

Durante la lunga attesa, carica di trepidazione, Bianca aveva mangiato pane e unghie. E quando il cigolio del cancello, in fondo al cortile, aveva segnalato il rientro tanto sospirato, era andata incontro a sua madre, con un ampio sorriso di sollievo.

«Andata sei dal sabatteri

« Dal ciabattino?»

«Eja, dal ciabatteri. Ti avevo detto di andare a prendere le scarpe di tuo babbo e di portarci pure le tue, quelle per andare a scuola che te le aguanti sempre nei piedi, da mengianu a meri’*, come che erano cratzolle. E ci hanno le suolle tutte spiccicate.»

«Spiccicate?»

«Eja, come si dice? Discollate, mì. Capito mi hai?»

« Si dice scollate, o ma’.»

«Eh, sì sì. Te già lo parli bene l’itagliano. Ma se tuo babbo non si spaccava la schiena e io i genughi, nelle case delle signore casteddaie, altro che scuolla. Neanche con il  cannocchialle la vedevi.»

« Eh o ma’, sempre la solita storia, uffa!»

«Là che ti prendo a schiaffi, mì. A me uffa non me lo devi dire, capito mi hai?»

«Ma’, dal ciabattino ci vado domani.»

«A chi ti cruxa su mraxani, filla tonta conca ‘e cibudda.* Imui o subito, sei andando?»

E Bianca, prima borbottando e sbattendo il cancello, poi con la vista offuscata dagli occhi gonfi di pianto, era arrivata fino al centro del paese. All’incrocio tra via Simeto e via Tirso, poco distante dalla bottega di Giacu Piocu* – il calzolaio Giacomo Tacchini, nato a Genova e cresciuto a Dexilongu – si era resa conto che, per la fretta, aveva dimenticato i soldi sopra il tavolo. Aveva dovuto fare dietrofront, per andare a prenderli, di corsa. Quello aveva sangue continentale, a fido non dava neppure gli scarti più sottili del cuoio, per fare stringhe.

Sua madre non aveva pronunciato neanche mezza parola e non aveva battuto ciglio. La stava aspettando con il borsellino in mano, facendola rabbrividire con uno dei suoi sguardi gelidi.

Quando era entrata nella bottega di Giacu, le scarpe del padre erano quasi pronte; però aveva dovuto aspettare. Le sue, che aveva nei piedi, le aveva lasciate sul banco del calzolaio, per incollare le suole, e avendo dimenticato di portarsi dietro gli zoccoletti, era dovuta tornare indietro scalza, andando piano, per paura delle spine e di qualche frammento di vetro, facendo gincane tra gli escrementi dei cani sul ciglio della strada.

Quando era riuscita a portare a termine quel compito, il telefilm che tanto le piaceva, era ormai finito.

Suo padre era rientrato stanco e affamato; quindi voleva cenare subito. Una sciacquata rapida, a mani, faccia e piedi, e poi a tavola, apparecchiata al volo, con la pentola della minestra riscaldata e subito servita, a lui per primo, dalla devota moglie Benedetta.

Bianca sperava di poter andare a casa dei vicini, almeno per un quarto d’ora, dopo cena, a vedere il Carosello. Ma la madre, che doveva recarsi di nuovo a casa di Luigina, sua cognata, per aiutarla a infornare il pane, le aveva imposto di lavare i piatti. E Bianca, mogia mogia, senza protestare, aveva preso il grembiule di sua madre, appeso a un chiodo, sul muro della cucina. E l’aveva rigirato in vita, prima di legarlo dietro, per paura di inciampare. Era salita sulla seggiola più bassa, aveva insaponato i piatti con uno straccio di cotone, ricavato da una canottiera consumata e piena di buchi e, lentamente, per paura che le scivolassero dalle mani, aveva iniziato a immergerli nella bacinella di ferro, che sua madre, prima di uscire, le aveva lasciato, piena di acqua del pozzo, sul lavello di cemento.

Poco più tardi, a testa bassa e con l’umore a terra, aveva preso il libro prestato dalla maestra ed era andata in camera sua. Aveva iniziato a leggere: “Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna. (…)”

In un attimo Bianca aveva già dimenticato tutte le amarezze di quella giornata e si era immersa in un mondo lontano, che iniziava a piacerle sin dalle prime righe. Dopo il pianto e il malumore, in qualche modo si sentiva rincuorata. I ragazzi di quei racconti: Garrone, Franti, Enrico Bottini e tanti altri, si stavano rivelando un buon rimedio per non rimpiangere troppo I ragazzi di padre Tobia, ripagandola della puntata persa, nell’ora in cui si affannava a svolgere il suo doveroso compito.

Quel Cuore che teneva tra le mani, sin dalle prime pagine, andava dritto al suo, emanando un po’ di calore.

* da mengianu a meri‘: da mattina a sera

*A chi ti cruxa su mraxani, filla tonta conca ‘e cibudda: che possa inseguirti una volpe, figlia stupida testa di cipolla.

*Piocu: tacchino.

Serie: I ragazzi della via Polli


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Discussioni

  1. I piatti dopo cena con una sedia per salirvi sopra, unico modo per lavarli e un secchio pieno d’acqua del pozzo da cui attingere. Una lettura…che la salva dalla routine… molto interessante anche questo capitolo, vado subito al prossimo

  2. Questa piccola Bianca è da pelle d’oca. Sembra proprio di vederlo quel suo bel faccino imbronciato, perché pare che, in effetti, non ne giri una dritta, poverina. Il finale è splendido, davvero. ‘Piccole cedrine’ crescono. Un abbraccio grandissimo condito con un enorme grazie per questo testo bellissimo.

    1. Grazie Cristiana🙏 cara in ogni tua parola che ogni volta mi consola. In questa storia corta che indietro ci riporta, per ogni cosa storta Bianca piange e si conforta crescendo a pane e carta.

        1. Un piccolo modesto giochino di parole in rima baciata, senza la pretesa di fare poesia seria. Ma sincera nel dirti grazie.🙏

    1. Bingo, Roberto. Riconoscere la bellezzza, a qualsiasi età é il segreto della serenità. La bellezza interiore, la bellezza estetica, la bellezza dell’arte, la bellezza della natura, la bellezza delle storie che leggiamo
      La Divina bellezza: ovunque siamo c’ é sempre qualcuno o qualcosa in cui la si può cogliere, ammirare e trarne benessere.
      Grazie Roberto.

    1. Ti ho pensato mentre scrivevo questa cosa. Lo so che é un luogo comune e quindi una battuta un po’ banale. Non mi é venuto in mente niente di meglio. Tu, comunque, non sei genovese, giusto?

        1. No, non può essere; altrimenti dovrei pensare che la Sardegna é piena di liguri che sostengono di essere sardi.

  3. Bianca mi sta sempre più simpatica. Non gliene va dritta una, eppure alla fine di ogni racconto mi ritrovo a sorridere.
    Anche questo racconto trasmette tutto il dolce-amaro di un’infanzia/giovinezza in continuo saliscendi tra desideri, doveri e (pochi) piaceri.
    Una lancia va spezzata anche per la povera Benedetta, alla fine anche lei è sempre in movimento come una trottola… è anche troppo gentile considerando la stanchezza cronica che si ritroverà sicuramente sulle spalle.

    1. Ciao ShanLan, le tue osservazioni su Benedetta sono giuste. La vita non le ha fatto sconti, né da piccola, né da adulta. Il suo comportamento andrebbe giustificato per tante ragioni. E Bianca, comunque, ha il suo mondo fantastico in cui rifugiarsi, ogni volta che la realtà la rattrista.
      Grazie ShanLan, un abbraccio.

  4. Come dice il detto “Se qualcosa può andar male, andrà male”! 😹
    Ti devo ringraziare, perché questo episodio mi ha ricordato che non importa quanto la giornata sia stata storta, c’è sempre qualcosa che può migliorarla e farci sorridere. In questo caso, come in molti altri, un buon libro è la cura ad ogni male! 😸

    1. “Un buon libro é la cura di ogni male” e se non lo risolve, comunque aiuta ad affrontarli meglio, sono d’accordo con te, Mary. Penso spesso che i libri siano stati la mia ancora di salvezza in molte situazioni, anche abbastanza serie. Grazie Mary, aspetto il tuo prossimo racconto.

  5. Cara Maria Luisa, mi sono resa conto, leggendo questo episodio, che ci stai regalando un personaggio memorabile. Bianca sta entrando nella mia memoria e nel mio cuore, sto imparando a conoscerla e a volerle bene, il suo mondo sta diventando un poco anche il mio. Esattamente come fecero, anni fa, Franti, Bottini e Garrone. È davvero meravigliosa questa serie, stai facendo un bellissimo lavoro.

    1. Grazie Dea, di 💝. Conosci il libro di Jack Canfield “Brodo caldo per l’anima”? Le tue parole, ancora una volta, per me sono questo. E aggiungerei, fanno piacere e scaldano in modo particolare, quando fuori ci sono forti raffiche di vento gelido, che mi scompigliano capelli e pensieri, e mi fanno rabbrividire.
      Un abbraccio.

  6. È sempre molto bello leggere gli episodi di questa serie, perché ci ritrovo quel sapore di un passato mai dimenticato e al quale, talvolta, mi ritrovo a guardare per trovare nuovi stimoli per il futuro.
    Sì, perché il passato non è solo ricordi e nostalgia, ma anche, e soprattutto, una fonte inesauribile di insegnamenti, alcuni dei quali si rendono evidenti solo molti, molti anni dopo.

    1. Grazie Giuseppe, rifletto spesso anch’io sull’importanza degli insegnamenti ricevuti negli anni dell’ infanzia e dell’adolescenza. Non mi riferisco alle tante nozioni e parole al vento, ma a quegli esempi importanti che aiutano a diventare persone adulte e responsabili. E – come si usa dire spesso – resilienti. Senza i no che aiutano a crescere, senza un minimo di regole e senza la coerenza nel comportamento da parte dei genitori e degli educatori vari, non saremmo stati capace di affrontare le tante prove della vita.

  7. Ohhhh, è inutile che ti dica quanto stia diventando un appuntamento atteso come la serie che Bianca non è riuscita a guardare per colpa del ciabattino, si è persa persino il Carosello! Magari avrebbero fatto quella pubblicità terrorizzante del dentifricio che faceva spuntare i fiori in bocca! Però senza questi imprevisti magari non avrebbe goduto tanto della compagnia del libro o comunque avrebbe avuto un effetto meno ehm, potente… Te l’ho mai detto che ti adoro? Beh, è così. ❤️

    1. Ciao Emiliano, grazie. Riesci sempre a scaldarmi il cuore anche tu, come i ragazzi del libro. Col gelo che sentiamo spesso intorno a noi e con le immagini dei fuochi che divampano nei tanti luoghi di guerra, apprezziamo e preserviamo questo “eden” , in cui ci troviamo a scrivere, a confrontarci e a volerci bene.😘

  8. È un po’ un “libro Cuore” anche quello che ci stai regalando, cara Maria Luisa, con le storie di Bianca e della sua vita tutta speranze e rimbrotti. Tutto, sempre, scritto benissimo e con tanto, scusami il bisticcio di parole, con tanto cuore.

    1. Ci sono alcuni libri che hanno segnato la mia infanzia. Il libro Cuore é uno di questi. Altri li citeró in seguito. Nel titolo di questa serie é contenuto il riferimento al libro che mi ha ispirato maggiornente per scrivere questi episodi, nella versione sarda, molto diversa da quella ungherese di fine ottocento, a Budapest.
      Grazie Giancarlo, sei come il sale fino.

        1. Beh sulle ferite il sale brucia terribilmente😊 ma é chiaro che intendevo nel senso migliore che gli si dà di solito. . Credo che tu possa esserlo per la maggior parte degli autori di Open, leggendoti, ricevendo i tuoi suggerimenti e, attraverso i tuoi commenti, avere il supporto di cui abbiamo bisogno piú o meno tutti.

      1. Avrei voluto inserire qui la foto della copertina con il disegno del bambino col cappello, in una edizione molto vecchia del libro Cuore, ma non riesco a farlo. Proveró a inserirla nel testo.

        1. Ti confesso che quello non me lo ricordo. Lo cercherò in internet, sono curiosa. Io vedevo i telefilm della serie Gian Burrasca, interpretati da Rita Pavone. Quanto mi piacevano.

  9. Bello questo episodio, soprattutto l’italiano stentato della madre e il finale. Dovrei avercelo ancora,, da qualche parte in Sicilia, quel libro 🙂
    Ma esiste davvero una via Simeto in Sardegna?

    1. Grazie Giuseppe, via Simeto esiste davvero a Cagliari. Nel paese di cui parlo, Dexilongu, a venti chilometri di distanza dal capoluogo, la via Simeto non c’é. Era solo un modo per creare una zona piú siciliana e un punto di incontro con il corso d’acqua piú importante della Sardegna. E, in un certo senso, é anche un’ analogia di ció che succede qui, tra me e voi autori siciliani, con i nostri “incroci” virtuali.

  10. “facendo gincane tra gli escrementi dei cani sul ciglio della strada.”
    Non avevo mai pensato a usare ‘gincana’ in contesti diversi da quello automobilistico, ma la tua scelta è molto efficace per descrivere il muoversi tra gli ‘ostacoli’. Sottolinea bene la difficoltà della situazione!😂 👏

    1. Grazie Giuseppe, é un’immagine che mi é tornata in mente, di certi ongombri molto frequenti, che poteva essere espressa in vari modi. Ho scartato subito quella piú terra-terra e ho scelto quella meno indecente e “sportiva” 😊 che mi é balenata subito dopo.