Supereroina

Carolina camminava con passo svelto e deciso lungo il sentiero. Sentiva il mare in lontananza, il fruscio delle foglie sugli alberi e il rumore del terriccio calpestato ad ogni sua falcata. Appena sentì l’odore del mare mischiato al caffè del baretto sulla spiaggia accostò a destra, per evitare le radici di un grande pino. Proseguì su una instabile passerella di plastica che faceva un rumore fastidioso ad ogni passo e quando il rumore della risacca delle onde sulla battigia si fece più forte del rumore di tazze e piattini lavati allora Carolina girò a sinistra, su un ponticello in legno che collegava le due sponde di un canale di scolo.

Carolina proseguì dritta per qualche passo fino ad entrare nella spiaggia. Si tolse i sandali e continuò a camminare nella sabbia fresca del primo mattino. Allungò le dita dei piedi in quella sabbia soffice e fine come la farina e assaporò quella sensazione di piacevole avvolgimento, come quando ci si stira sotto il torpore delle coperte in una fredda mattina d’inverno.

Assaporò quel momento qualche secondo e poi continuò ad avanzare. Oltrepassò il baretto e si allontanò con il sole ancora basso in cielo che le accarezzava il viso. La sabbia iniziò a diventare più grossa e ruvida, poi sempre più umida e dura e infine bagnata e molle come le sabbie mobili. Doveva esserci stata una mareggiata nella notte che aveva ricoperto buona parte della spiaggia. Carolina continuò a camminare, lungo la battigia, finchè il richiamo dei gabbiani si confuse con quello del mare e si sentì avvolgere dalla brezza mattutina. Risalì in spiaggia, oltrepassò uno scalino di sabbia e si fermò dove la sabbia era sufficientemente asciutta. Montò l’ombrellino ma senza aprirlo ancora, aprì una sediolina e distese con cura l’asciugamano.

Rabbrividì al primo contatto con l’acqua, era ancora fredda. Decise allora di sedersi sulla battigia. Sprofondò i piedi e le mani dentro la sabbia molle, le allungò dentro e percepì la forza del mare. Quel ritmo cadenzato con cui il mare continuamente cercava di ammaliare la costa sembrava come la serenata di un innamorato alla finestra della sua amata. Quella notte, i due innamorati si erano incontrati e quella mattina non volevano dirsi addio. Carolina si sdraiò sulla sabbia, allungò ancora di più i suoi arti dentro la sabbia bagnata, dove i due amanti si incontravano e provò a rubare le loro parole d’amore, lasciandosi avvolgere dall’acqua fredda.

Un nuovo rumore la fece sobbalzare. Dei tonfi rapidi e ritmici, come tamburi, sempre più forti che si avvicinavano. Carolina li percepiva bene su tutto il corpo. Si girò a sinistra e sentì leggero l’affanno di una persona, un uomo, che correva sulla battigia. Più si avvicinava più delineava i dettagli. Sentiva il rumore del costume che ad ogni gambata sfregava, la musica pop-rock che usciva fuori dagli auricolari e le mani che davano pugni all’aria.

Passata quella distrazione, l’incantesimo del mare svanì. Carolina si tuffò, percepì la corrente attorno a sé, era leggera e tirava alla sua destra. Nuotò nel mare calmo, contò le bracciate e quando sentì le braccia stanche tornò indietro, leggermente in diagonale per compensare la spinta della corrente.

Quando uscì dall’acqua, era esattamente davanti al suo ombrellino. Trovò senza problemi la sua sediolina, si sedette e si lasciò asciugare cullata dal sole.

La sua beatitudine fu interrotta da nuovi fastidi. Dal baretto si levò alta la musica reggae, la spiaggia iniziò a popolarsi di persone rumorose che coprivano la melodia del mare con il loro vociare, le casse portatili che sparavano musica ad alto volume. Ognuno si copriva a vicenda, nessuno vedeva oltre il proprio ombrellino.

Nessuno vedeva il mondo circostante.

Carolina fece un respiro profondo, allungò la mano dentro la sua sacca e prese un libro. Lo aprì e iniziò con il dito a passare sopra i caratteri braille.

«Ma perché quell’handicapata viene in spiaggia se non può vedere?»

«Miriam! Sta zitta che può sentirti!»

«E allora? Meglio, così evita di prendere il posto in prima fila, tanto per lei è inutile.»

Carolina fermò il dito e sorrise a quelle parole. Un leggero vento si alzò, proprio dalla direzione di quelle due ragazze e portò l’odore dell’olio abbronzante che Miriam si stava mettendo freneticamente, raschiando la sua pelle.

«Voglio un’abbronzatura selvaggia, a Marco piacciono le ragazze abbronzate.»

L’arrivo di Marco, diverso tempo dopo fu caratterizzato dal rumore di baci simili alle ventose dei polpi, risolini di Miriam e sospiri imbarazzati della sua amica.

Il vento iniziò a levarsi sempre più teso e forte verso fine mattina e alcuni ombrelloni furono sradicati. Carolina, sotto il suo ombrellone ben saldo, continuava la lettura. Le piaceva il vento, copriva i fastidiosi rumori di quelle persone.

I piedi sulla sabbia percepirono nuovamente un pericolo: bambini che correvano.

Le risate inconfondibili di alcuni bambini seguirono un passaggio radente su Carolina con annesso insabbiamento.

«Andrea! Carlo!» li chiamò la madre.

«Non dovete passare vicino alle altre persone! Chiedete scusa immediatamente.»

Carolina percepì la mano della signora prendere con forza il braccio dei due bambini e il passo pesante dei tre avvicinarsi.

«Scusi…» dissero in coro i due bambini, con il tono di voce classico dei bambini costretti a chiedere scusa.

«È pure cieca, che figure mi fate fare» udì poi la madre sussurrare ai figli mentre si allontanavano.

Carolina chiuse il libro e ascoltò il rumore di quella giungla selvaggia finchè il fischio del vento e il rombo del mare non la portarono via da lì, su una nave verso l’India, o un cammello nel deserto del Sahara o sulle vette delle Ande. Si assopì, non ancora addormentata ma già con la mente altrove quando un urlo infernale la riportò alla realtà.

«Andrea! Carlo! Aiuto! Qualcuno faccia qualcosa!»

Ancora un po’ assopita Carolina cercò di capire la situazione attorno a lei.

Le urla della madre provenivano dalla battigia, era con i piedi dentro l’acqua e tentava di entrare, sentiva le onde infrangersi sul suo corpo.

«Stai ferma!» qualcuno la trattenne.

In lontananza, sopra il rumore delle onde, sentiva i bambini chiamare aiuto. Le voci erano spaventate, ma pulite, dovevano essere su un materassino.

Sentiva alcune persone entrare in acqua ma le onde alte e forti che infrangevano sulla battigia impedivano l’accesso al mare. Le urla di quelle persone deconcentravano Carolina che tentava di visualizzare la situazione. Il vento era di traverso e alzava le onde, la corrente spingeva lateralmente. Visualizzò il fondale e finalmente capì.

Si alzò e con due scatti arrivò in riva. Nessuno la notò finchè, dopo aver aspettato la fine di una serie, si tuffò in acqua di testa. Percepiva l’arrivo delle onde, il mare la tirava, sentiva il risucchio, e nel momento esatto del culmine di quel risucchio, quando l’onda stava per scatenare la sua potenza, lei si tuffava sotto l’acqua, lasciando che l’onda scaricasse sopra di lei. Il fondale era alto con degli scogli e dopo qualche metro iniziava a diventare sabbioso e a creare una duna, ideale per le onde ma anche per convogliare dei canali di corrente, come un effetto Venturi acquatico.

Appena raggiunse la base della duna sentì la corrente spingerla forte, si lasciò guidare e nuotando con la testa alzata sentì i bambini sempre più vicini. Carolina visualizzò la loro posizione nella sua mente e nuotò più rapidamente che poteva per raggiungerli. Sotto l’acqua sentiva le braccia dei bambini muoversi convulsamente contro corrente e poi finalmente toccò la plastica del materassino.

«Dovete stare fermi!» urlò ancora ansimante Carolina.

«Cosa?» chiese uno dei due bambini spaventati.

«Smettete di remare contro corrente, è inutile. Questa corrente è circolare, vi spinge prima a largo e poi vi guida nuovamente dentro, dovete semplicemente lasciarvi guidare e assecondarla.»

I due bambini non risposero, non sapevano se fidarsi o meno.

«Andre, è la cieca, che facciamo?»

Andrea ansimava, spaventato, si muoveva sopra il materassino, preoccupato.

«Va bene» disse alla fine.

La corrente trascinò il trio sempre più a largo, i bambini non fiatavano, terrorizzati guardavano la spiaggia allontanarsi sempre di più e il vociare delle persone diventare sempre più flebile fino a sparire.

Carolina, appoggiata con le braccia sul materassino, sentiva la corrente sulle sue gambe diminuire di intensità.

«Ecco, adesso ci siamo.»

Si tuffò, prese con un braccio il materassino e iniziò a nuotare in diagonale, verso riva. Appena percepì la corrente giusta nuotò dritta verso la costa. I bambini, capito che stava funzionando iniziarono a remare anche a loro.

«Onda!» urlò Carolina e lasciò che un’onda travolgesse il materassino e portasse verso riva i bambini. Sentì le urla, stavolta di gioia, dei bambini e capì che erano in salvo.

Quando uscì anche lei dall’acqua, le persone attorniavano ancora i bambini e così passò inosservata.

Quella confusione le impediva di ritrovare il suo posto, si girava per cercare dei segni familiari ma trovò la mano piccola e morbida di un bambino.

«Ti aiuto io» disse Andrea.

Poi sentì la mano di Carlo e ben presto di tutta la spiaggia che applaudivano la loro eroina.

Per la prima volta, quelle persone videro il mondo con gli occhi di Carolina.

Per la prima volta, lo videro veramente.  

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Discussioni

  1. Leggendo il tuo libro, ho pensato che le Sirene devono essere per forza come Carolina. Parte dell’acqua; del tutto. La disabilità spesso concede di accedere a quelli che possono sembrare “superpoteri”, che altro non sono che la sensibilità persa dal genere umano con il procedere delle generazioni. Bellissimo racconto.

  2. Bella storia, scorrevole e con un cambio di ritmo azzeccato. Sei stato attento a fare dapprima solo intuire l’handicap di Carolina, per poi svelarlo attraverso il libro. Accenni anche a due diverse reazioni quando si è di fronte un non vedente: fastidio e commiserazione.
    Insomma, mi è piaciuto.
    Posso scriverti in privato alcune considerazioni sulla forma?

  3. Ciao Carlo, complimenti! Quanto tempo è passato dai tuoi primi racconti, quanto si è sviluppato e consolidato il tuo stile. Ti sei messo alla prova con una situazione davvero difficile, escludere la vista, e oltre alla conoscenza diretta del mare mi dai l’impressione di conoscere parecchio anche del mondo dei non vedenti. Ne esce un racconto bello, forte e delicato, che con la mente ho ambientato a Funtanamare, con le sue onde improvvise. E tu, a quale spiaggia pensavi mentre lo scrivevi?

    1. Ciao Nyam! Grazie mille sono felice ti sia piaciuto. Per fortuna non conosco molto in maniera diretta del mondo dei non vedenti anche se qualche problemino agli occhi l’ho avuto e l’ho ancora, ma assolutamente niente a paragone. Fontanamare la conosco e ci sta come ambientazione, soprattutto per le correnti. Io in realtà avevo pensato ad una zona molto più tranquilla, una spiaggia all’inizio di Chia dove ho ambientato anche La mareggiata, è la zona che conosco meglio 😉. A presto Nyam!

  4. Mentre leggevo il tuo racconto ho provato sentimenti ed emozioni così forti da credere di essere lì, annusare, toccare, entrare in contatto. Hai scritto un testo bellissimo dove il senso della vista viene totalmente escluso e nemmeno ce ne accorgiamo. Ogni cosa viene percepita attraverso Carolina che la racconta, nel suo modo speciale a noi che leggiamo. Lei mi ha commosso, così fragile e tanto tanto forte. Veramente speciale è il rapporto che riesce a instaurare con l’elemento acqua e lì, mi permetto, c’è tutta l’abilità e conoscenza del surfista, esperto delle correnti e appassionato di onde. Mi ripeto, splendido il personaggio che sei riuscito a creare che racchiude così tante specialità. A partire dal suo nome, “colei che è forte”. Dal punto di vista della scrittura, il tuo stile è oramai inconfondibile, fresco come la tua età. Grazie Carlo per quanto hai condiviso. Un abbraccio.

    1. Grazie Cristiana per le tue bellissime parole. Escludere il senso della vista è stata una bella sfida, ma in realtà nemmeno così tanto. Temevo di più non dare il giusto spessore al personaggio o di mancare di rispetto quando si affrontano temi delicati e profondi, dalle tue parole invece capisco di essere riuscito a trasmettere le emozioni che volevo dare. Ho sfruttato appieno la mia passione per il surf e il mare e ho cucito un po’ di me nel personaggio di Carolina, anche perché la genesi di questo racconto viene proprio da un pomeriggio al mare, con gli occhi chiusi e il cappellino tirato giù. Per quanto riguarda il nome e la forza di Carolina, quella l’ispirazione viene da un’altra Carolina! Grazie ancora e a presto!

  5. “Quel ritmo cadenzato con cui il mare continuamente cercava di ammaliare la costa sembrava come la serenata di un innamorato alla finestra della sua amata. Quella notte, i due innamorati si erano incontrati e quella mattina non volevano dirsi addio.”
    ❤️ splendido

  6. Ciao Carlo, grazie di questo bel racconto. Piacevole e profondo come il mare dove Carlo e Andrea sono stati spinti dalla corrente. Al richiamo del mare e` difficile resistere, anche quando e` un racconto, soprattutto quando l’ autore e` capace non solo di catturare l’ attenzione, ma anche, come in questo caso, di suscitare una dolce emozione, con le lacrime agli occhi.
    Un abbraccio.

    1. Grazie Maria Luisa! Sono molto felice di averti suscitato emozioni, quasi come sempre. Questo racconto ballava nella mia testa da parecchio e finalmente ho messo le parole in ordine. Non parlarmi del richiamo del mare! Io sono peggio di Ulisse con le sirene! Buona domenica e un abbraccio!