
Superstiti alla nucleare
Prima del buio ricordava una luce, una luce pazzesca, di come se gli avessero flashato in faccia un milione di macchine fotografiche quando meno se lo era aspettato.
Adesso aveva sete e sentiva un calore folle, sembrava che la terra scottasse. E non solo scottava, era diventata ruvida, accidentata, era come se il suolo fosse diventato, da un momento all’altro, tutto di detriti e rovine.
Non sentiva neppure nulla e capì che questo era il suo nuovo mondo: oltre al fatto che versava sangue dalle piaghe, le ferite, le ustioni… tutto era diventato impossibile da vivere. Quale futuro aveva?
«Acqua, per favore. Acqua» esalò. Almeno la voce l’aveva, gli pareva di averla, non la sentiva bene.
Pensò che la casa gli fosse crollata addosso. Stava prendendo del tè e accanto alla teiera aveva lasciato la lettera di suo fratello che si trovava in Cina a combattere. Non l’aveva neppure letta, aveva rimandato la lettura perché non se la sentiva di leggere notizie sgradevoli.
Cos’ho combinato? si stava chiedendo adesso.
Da quando in qua, prendere il tè comportava il crollo della propria abitazione e un simile disastro? Non ne aveva idea, e pensò che era successo qualcosa di grave. Forse un bombardamento? Mesi prima la capitale era stata colpita in maniera molto dura dalle bombe incendiarie del nemico, erano morti in centomila. Si chiese quale orrore fosse assistere a un incendio di proporzioni immani. E poi, i cadaveri sfigurati…
Continuò a strisciare e sentì dolore quando gli parve di aver infilzato il polso su uno spuntone triangolare, sentì la forma dell’oggetto, e poi, dopo aver versato tutto quel sangue, se ne avesse versato altro poco importava.
Doveva arrendersi all’evidenza che questo era il suo nuovo modo di vivere, avrebbe vissuto per sempre in queste condizioni: niente più vista, sempre sete, dolore e caldo. Uno scenario deprimente, ma avrebbe vissuto lo stesso, figurarsi se si fosse voluto suicidare per così poco.
Dopo aver tolto la mano dallo spuntone, strisciò ancora e gli parve di udire delle voci.
«Sta’ fermo, ti aiutiamo noi» udì ancora, mentre qualcuno lo sollevava.
«Acqua, voglio dell’acqua».
Lo ignorarono.
Da come si parlavano, pensò fossero soldati.
Lo portarono via, ma c’erano altri feriti, nelle sue stesse condizioni, altri superstiti alla tragedia.
***
Settimane dopo, capì che gli americani avevano colpito Hiroshima con un’arma segreta, una bomba che racchiudeva l’energia delle stelle.
Una bomba nucleare.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Bello! L’aspetto terrificante è che all’inizio dai per scontato che sia in racconto di fantascienza, poi, contestualizzato, scopri che è tutto vero. E che potrebbe accadere ancora. In qualunque momento.
Speriamo non succeda mai. Grazie per il tuo commento
Concordo con Francesca. L’attacco sulle città giapponesi va raccontato mille e mille volte se ancora ce n’è bisogno. Un racconto molto efficace.
Grazie, Cristiana!
Bene: scrivere sempre su Hiroshima perché è chiaro che la lezione non l’abbiamo ancora imparata.
Già! Grazie del commento
Beh se è durato abbastanza per arrivare a capire cos’era successo, non è stato fra i più sfortunati. I più fortunati fra quelli che erano nell’area del fallout sono morti subito
Grazie per il tuo commento!
“«Acqua, voglio dell’acqua»”
Non so perché, ma sono le parole che mi creano più angoscia in questo racconto…
L’intenzione era proprio quella. Grazie del commento!