Suppellettile.

  Ore 06,45. Sveglia. Suppellettile. Sì girò nel letto e, ancora con gli occhi chiusi, disattivò la radiosveglia con un solo gesto, a colpo sicuro. Gli restavano ancora una manciata di suppellettili, di secondi, di semi coscienza poi, la porta della sua camera si sarebbe spalancata e sua madre gli avrebbe urlato qualcosa. Svegliati. Farai tardi. La colazione è pronta. Vai a lavarti. Suppellettili. La sua giornata iniziava sempre così. Quella mattina in particolare, però, sarebbe stata più dura a scuola. La prima ora, la prima lezione, era da brivido. La prof non aveva detto cosa avrebbe fatto, se spiegato o interrogato. Se interrogava, lui c’era dentro, ma naturalmente era impreparato, non aveva studiato, sarebbe stata una figuraccia assicurata già di prima mattina, per iniziare bene la giornata. I voti in quella materia, come in quasi tutte le altre del resto, erano già scarsi, non ci voleva un’altra botta. Quante suppellettili ci sono nella vita!

  Si alzò faticosamente, solite cose, soliti gesti, solita sequenza, solita tristissima noia. Andare in bagno, pipì, lavarsi mani, faccia, ascelle, suppellettili, sotto, denti, no denti no, dopo la colazione. Tornare in camera, via pigiama, su vestiti, ma scarpe no, dopo. Andare in cucina, fare colazione, guardare le suppellettili sul soffitto e fingere di ascoltare ciò che la mattiniera già superattiva madre stava dicendo. Tornare in bagno, denti, pettinarsi, ancora in camera, via ciabatte, su scarpe, prendere zaino e suppellettili. Ore 07,15 fuori finalmente. Solito tragitto per andare a prendere il battello pieno di suppellettili alle 07,30. Era tutto calcolato. Il primo pezzo se lo poteva permettere tranquillo. Poteva camminare con relativa calma, respirando profondamente l’aria fresca, guardando che tempo c’era, buttando occhiate in giro. Al primo svincolo, doveva accelerare il passo progressivamente fino quasi a correre. Arrivato alla piazza, ricomporsi, gli altri non dovevano vedere che lui era sempre in quasi ritardo. Per essere precisi, il suo non era quasi ritardo, lui arrivava all’orario giusto, quando la maggioranza delle suppellettili era salita a bordo e mancava un minuto circa alla partenza. Tutto calcolato.

  Fu solamente quando si stava per imbarcare, sul pontile, dopo ben quarantaquattro minuti da quando si era svegliato, che si rese conto che nella sua mente c’era un infiltrato. Ne prese coscienza solo allora, temporaneamente ridestato dal suo assonnato torpore, forse per il chiassoso vociare degli altri studenti o per la leggera brezza proveniente dal lago o per qualche altro ignoto fattore. Era da quando si era svegliato, che quella parola, suppellettile, gli girava in continuazione per il cervello, senza motivo. Cosa significava suppellettile? Perché proprio quella parola? Aveva un grillo dentro che saltava, su e giù, suppellettile su, suppellettile giù. Che strano, non gli era mai capitato. Sì, forse con le canzoni. Ascoltavi alla radio un motivetto orecchiabile, ti entrava nella zucca vuota per un giorno o due, tu lo cantavi ogni tanto e poi se ne andava, ma con una parola singola, insolita come quella, in quel modo dal mattino appena svegliato, mai, mai.

  Comunque, salito sul battello, non aveva tempo di pensare alle suppellettili. La traversata di quindici minuti doveva essere sfruttata per prendere in mano il libro e assorbire tutto ciò che si poteva. Il sonno, però, una ricaduta di sonnolenza aggressiva. Che sonno, gli si chiudevano gli occhi. Non riusciva a concentrarsi, gli sembrava di leggere dappertutto suppellettile, ma ovviamente non c’era scritto da nessuna parte. Come si poteva studiare in piedi, su un battello pieno di gente, alla mattina presto e con in testa le suppellettili! Non c’era niente da fare, il grillo continuava a saltare su e giù. Ora che ne aveva piena consapevolezza, incominciava a sentirne anche il fastidio, il disturbo, in parte attutito dall’immenso sonno. Niente, chiuse il libro e fuori dal battello, zero informazioni assimilate, centomila suppellettili. L’ultima possibilità era l’autobus, altri cinque minuti di affollamento umano e suppellettili vari, per poter almeno leggere e immagazzinare qualcosa. Si incamminò verso la fermata percorrendo sempre la stessa strada di tutte le mattine, incrociando le solite facce, deprimendosi in anticipo del pessimo, ennesimo spettacolo, che di lì a poco, avrebbe offerto ai suoi compagni di classe, se fosse stato interrogato dalla prof. Interrogazione, brutta parola, quasi quanto suppellettile.

  Aspettare l’autobus numero cinquantasei delle 07,50. Si appoggiò al muro e cercò di concentrarsi, per quello che l’opprimente e sempre presente sonno gli permetteva, per capire che cosa potesse essere una suppellettile. Poteva essere un oggetto, un oggetto che si metteva dove? Si esponeva, era come che cosa? Arnese, utensile, merce, qualcosa di antico. Quando se ne sarebbe andato il grillo? Cominciava ad averne abbastanza. Gravosa monotonia condita con sonno. Salire sull’autobus cinquantasei. Ciccione, quello che puzza, la bionda da paura, ma con i brufoli, che però, tra qualche anno sarebbe stata una bionda da paura e basta, un paio di tizi noti, non salutare, no controllore, neanche un posto libero, solo suppellettili. Le 08,00 si avvicinavano, la scuola si avvicinava, la possibile nefasta interrogazione si avvicinava. Anche quella prima ora di vita di quella giornata si era svolta esattamente, tediosamente come tutte le altre, a parte le suppellettili. La scuola, l’istruzione, la formazione, la didattica, tutte quante suppellettili. Scese dall’autobus insieme agli altri, si diresse con svogliatissimo passo verso l’ingresso della scuola, quindi si trascinò verso la sua aula. La porta era già chiusa. Era in ritardo, ma abitava lontano, era scusato. Problema. La prof lo avrebbe visto passare proprio davanti alla cattedra, si sarebbe ricordata di lui. Coraggio, bisognava bussare e affrontare con tutto il sonno e le suppellettili di cui era capace, la dura realtà. Toc, toc, avanti, buon giorno, ciao, libro aperto, spiegava, non interrogava, era salvo.

  Chiuse la porta e raggiunse rapidamente il suo banco nell’ultima fila, in fondo a destra. La prof aveva iniziato a parlare, lui tirò fuori con calma le sue suppellettili, si sistemò in modo tale che lei non lo potesse vedere bene in viso, in pratica nascondendosi dietro alla botte umana che sedeva davanti a lui e si rilassò. La prof spiegava, esponeva, illustrava, parlava, parlava chissà di che cosa. In fondo, in fondo, quando non interrogava, era una brava donna, si vedeva che era una madre di famiglia. Aveva una voce un po’ troppo squillante e scandiva le parole aprendo molto la bocca, ma stava lavorando. Aveva anche i figli, un marito, la casa, era naturale che avesse le occhiaie e lo sguardo stanco. Era vestita quasi sempre allo stesso modo, gonna lunga e scura, maglione tipo quelli fatti in casa, anonime scarpe nere. Non si era mai vista indossare gioielli o truccata, anche solo leggermente. D’altronde, sarebbe stata solo ridicola, con quel faccione, il doppio mento, le grosse guance cadenti, i capelli corti, corti e ricci. Sicuramente le piaceva parlare, era un martello, parlava, parlava, diceva anche un sacco di cose che non riguardavano la lezione o la sua materia. La prima fila, quella dei secchioni, tutti attenti. Quelli della seconda e della terza, alternavano dosi di attenzione a dosi di fatti loro. All’ultima fila, abbandono totale. Lui se ne stava appollaiato sulla sua sedia a godersi la sua salvezza, con un occhio chiuso e l’altro semi aperto, da quella posizione se lo poteva permettere. Quanto fiato aveva la prof, quante parole. Dovete capire questo, occorre approfondire quello, la questione è complessa, detto ciò si prosegue in questa direzione, altro ancora c’è da dire, è importante per la verifica sottolineare questo aspetto, SUPPELLETTILE. Lo aveva sentito, la prof l’aveva detto, mentre spiegava, distintamente, l’avevano sentito tutti, aveva detto suppellettile ad alta voce, proprio quella parola.

  Fu come un fulmine che in una notte tempestosa squarcia il grosso tronco di un albero. Lui sobbalzò letteralmente dalla sedia sconvolto e improvvisamente si destò dal suo torpore. La prof arrestò il suo fiume di parole, tutti si girarono di scatto e lui si trovò in un secondo un cinquantina di occhi addosso. La scossa ricevuta e il livello di adrenalina impennato, gli permise con straordinaria prontezza di far fronte all’imprevista situazione d’imbarazzo. Chiese gentilmente se poteva recarsi con urgenza al bagno, un piccolo malore, la colazione forse, il latte, niente di grave, doveva uscire dall’aula, ma solo per poco. Tutti lo fissavano in silenzio, la prof accordò il permesso d’uscita abbastanza seccata per l’interruzione e ricominciò il monologo, come se niente fosse accaduto. Lui chiuse la porta e prese il corridoio di destra che portava ai bagni. Aveva detto suppellettile, era troppo strano! Mentre camminava per il corridoio, una marea di assurdi pensieri sconnessi tra loro, invase la sua mente. Aveva necessità impellente di raggiungere il bagno, doveva stare da solo qualche istante. Perfetto, in bagno non c’era nessuno. Scoppiò in una nervosa risata, davanti agli specchi. Entrò nel primo box toilette, chiuse dietro di sé la porta a chiave, tirò fuori la suppellettile, agevolò il flusso orinante e guardando il soffitto disse tra sé e sé con voce sommessa : “ Che pezzo di suppellettile che sono!”.

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