Tago

L ‘ultima volta che l’aveva visto era ubriaco: seduto insieme a tre amici a un tavolino fuori dal solito bar, i bicchieri davanti e la bottiglia al centro.

Ophelia era passata lentamente accanto a loro, attraversando la piccola piazza. La borsa della spesa, che reggeva nella mano sinistra, aveva sfiorato, senza che egli se ne accorgesse, il cappello nero di Fernando.

Era quasi mezzogiorno, la primavera stava per sfociare nell’estate e a Lisbona c’era quell’aria che ad alcuni mette voglia di non far nulla che non sia chiacchierare di nuvole, cose astratte, fantasie strampalate e di inventare le parole adatte a parlarne.

I poeti, certo, i poeti, E i nullafacenti. C’è poi tanta differenza?

Un sorriso le increspò le labbra mentre proseguiva.

Pezzi di Tago, ritagliati nella carta lucida dell’aria, apparivano a tratti negli intervalli fra le case come specchi in fondo ai vicoli che sulla destra scendevano al fiume. Ophelia ne restava abbagliata al punto da socchiudere gli occhi.

Passata la piazza prese a sinistra, verso il mercato, e via via si immerse in quell’aroma di pesce, carne e verdure che le toglieva ogni volta il respiro prima che gli odori sparissero annullandosi l’uno con l’altro.

Le sarebbe piaciuto che Fernando fosse lì con lei a palpare un melone, a sollevare una triglia afferrata per la coda, a farsi pesare un sedano al banco degli ortaggi: quelle cose normali, di tutti i giorni, dalle quali egli si era per sempre tirato fuori.

Si accontentò della folla e si mescolò agli uomini in canottiera, alle donne sbracciate, alla massaie che tornavano con la borsa carica in una mano e un bambino sul braccio.

Altre invece, vestite alla buona, vagabondavano fra i banchi con gli occhi fissi sulle merci, come ipnotizzate, le mani nelle tasche dei grembiuli.

Ofelia immaginava le loro dita stringersi con dolore attorno alle rare monete sepolte laggiù che misuravano quanto e cosa e se.

Una di queste le si avvicinò. Era giovane, i capelli raccolti a coda dietro la testa.

Istintivamente, Ofelia mise una mano sulla borsa e intanto ripensò a quella bottiglia di Porto che andava e veniva sul tavolo di Fernando e dei suoi amici.

La donna le guardò la mano e spalancò appena le braccia. Poi sorrise.

«Non c’è bisogno di stare così in guardia» disse, «signora Queiroz. Non con me, almeno.»

Ophelia si sentì arrossire come una ladra colta sul fatto.

«Francisca» disse. «Dio santo, Francisca. Ma che è successo?»

E subito si pentì di quelle parole, ma l’altra non ci fece per nulla caso e anzi, senza smettere di sorridere, la squadrò da capo a piedi.

«Ha proprio un bel vestito, signora Queiroz. Somiglia a quello che mi regalò tre anni fa.»

Ophelia se la rivide davanti mentre le consegnava quel vestito, usato ma ancora buono,  il giorno che Francisca si era trasferita a Oporto col marito.

Quanto tempo fa? Non me lo ricordo…

«Ma siete di nuovo qui a Lisbona?» le chiese. «Mi fa piacere. E come sta tuo marito? Ma no, prima dimmi come stai tu» e si sforzò di sorriderle a sua volta.

Francisca si guardò intorno.

«Dovrei comprare delle mele e un po’ di vino» disse, e subito dopo si allontanò.

Ophelia dimenticò completamente il motivo per cui si trovava al mercato. Francisca era magrissima, vestita con un abito che pareva ricavato da una tenda e le scarpe con i tacchi consumati fino alla tomaia. Camminava svelta come una che scappa.

«Aspetta!» le gridò dietro Ophelia cercando di seguirla nel marasma della folla «Francisca, aspetta!»

La ritrovò ferma davanti al banco delle mele, mentre le sceglieva una per una.

«Sono a buon mercato qui» disse.«Sta affannando, signora Queiroz.»

«Mi hai fatto correre» sorrise Ophelia. «Ma insomma mi spieghi?»

Francisca strinse nel pugno il sacchetto di carta con le mele.

«Andiamo a prendere il vino» disse.

Ophelia le poggiò una mano sul braccio.

«Aspetta. Che ne è stato del vestito? E delle scarpe?» Deglutì a stento, vergognandosi di quelle domande sciocche. «No, perdonami. Dimmi invece che ne è stato di te.»

Ti prego. Di te, di te. Non andartene. Aspetta…

A sorpresa, Francisca le diede del tu.

«E di te, signora Queiroz, che ne è stato? Ce l’hai ancora il tuo poeta?»

«È come il Tago» rispose Ophelia «appare negli intervalli fra le cose. Ma a pezzi. Come se fosse fatto di frammenti di specchi.»

Francisca tirò via il braccio.

«Che sciocchezze!» disse. «Te le ha insegnate lui? Ma insomma, ti sposa o no?»

«No. Assolutamente no, dice che ha altro da fare. Dice anche che mi ama, ma che per me non c’è posto.»

E si vergognò ancora.

Francisca la baciò su una guancia.

«Il vino, il vino» disse «e poi ce ne andiamo sul Tago, ma quello vero, non quello che si sogna lui».

E aggiunse: «Mio marito si è innamorato di un’altra, a Oporto. Dice che è la sua musa. Ma che diavolo è una musa?» Si fece una risata. Poi, di colpo: «Senti, non è che hai quattro spiccioli?»

Ophelia le diede tutto quello che aveva con sé.

«Compra il vino» le disse. «Ho un sacco di vestiti quasi nuovi a casa. Poi andiamo e te li regalo.»

«Sì, così me li vendo come ho fatto con quell’altro» sibilò Francisca.

Quando scesero al Tago era pomeriggio. Dopo un po’ le barche si trascinavano quasi fossero stanche.

«Lisbona» disse Francisca.

Una frase si stava formando dentro di lei. Ma rimase lì, nel buio, come quelle poesie che non riescono.

Ophelia aprì il vino tirando via il sughero con le unghie.

«Non abbiamo bicchieri» disse «ma è meglio così. Dai, un sorso ciascuna.»

Francisca la guardò seria: «Eri anche tu una musa?» ma non attese risposta. Prese la bottiglia e bevve come se volesse sommergere il Tago nel vino rosso.

Ophelia sorrise. «Ci sono anche io! Lascia un po’ di fiume anche per me!”

Due versi. Due versi di un poema mai composto. Due rime spaiate. Sbagliate.

E bevvero ancora a lungo, passandosi la bottiglia l’un l’altra, senza più curarsi di nulla.

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Discussioni

  1. L’amore è come una poesia che bisogna scrivere in due; capita, però, a volte che l’altra parte si stanchi e allora non vale la pena ostinarsi: meglio cercare un altro poeta. Un caro saluto, Francesca.

  2. È il tuo secondo racconto che leggo e anche questo mi è piaciuto molto. Quei pensieri buttati lì nel mezzo tra una frase e l’altra. E quei piccoli scorci di Lisbona e vita quotidiana che, seppure accennati, sembrano tanto veri: il bar, il mercato, il fiume. Complimenti.