
Tanti dubbi
Serie: Un battito
- Episodio 1: Un nuovo inizio
- Episodio 2: Tanti dubbi
- Episodio 3: Un raggio di sole dopo la tempesta
STAGIONE 1
Siamo ormai quasi alla sesta settimana, poco prima di Natale, quando è ora di effettuare una nuova ecografia. Dovremmo vedere il battito del suo cuore, ormai. Vado tranquilla, certa che sia tutto a posto.
Ma non è proprio così. Durante l’ecografia vedo il viso della dottoressa un po’contrariato. Cosa ha scorto che io non vedo? Cosa c’è che non va?
Il battito non si vede, in realtà nemmeno l’embrione si vede. Ma la camera gestazionale è cresciuta.
La dottoressa non dice molto, non si sbottona, ma capisco dal suo viso che si aspettava altro da questo controllo. «Mi dispiace, avrei voluto darle buone notizie prima di Natale… ma per ora non possiamo fare altro che aspettare. Torni la prossima settimana.» ecco tutto quello che riesce a dirmi.
Lui mi aspetta in macchina, non è potuto entrare con me. È così contento di vedermi tornare che nemmeno si accorge del mio sguardo perplesso. Non posso fare a meno di scrollare le spalle e ripetermi che è tutto a posto, ma spinta dalla curiosità, appena posso, mi fiondo su internet a confrontare i pochi parametri a mia disposizione sulle dimensioni della camera gestazionale, del sacco vitellino e dell’embrione con quelli standard. E così mi accorgo di quello che ha preoccupato la dottoressa, il sacco vitellino. È molto grande per l’età gestazionale presunta.
Mentre cerco conferma dei miei sospetti sui dati in rete mi si appannano gli occhi per le lacrime.
Cosetto, che ormai avrebbe dovuto avere le dimensioni di una lenticchia ed era stato per questo upgradato prima dell’ecografia a Lenticchietta, non è a posto. Per niente. Nemmeno si vede e siamo alla sesta settimana! Ripenso alle parole della dottoressa e mi chiedo perché mi abbiano fatto fare quest’ecografia ora. Anziché trasmettermi tutta questa preoccupazione e ansia non potevamo aspettare un po’? Che fretta c’era? Anche perché non ci posso fare assolutamente nulla se non aspettare e sperare.
Non sono campionessa mondiale di pazienza, lo ammetto, ma questa attesa snerverebbe chiunque. La mia totale impotenza è disarmante. E più cerco conferme in rete, più trovo testimonianze che non mi aiutano, anzi, mi gettano nello sconforto. Perché a tutte o quasi è successo il peggio.
E poco importa se è una cosa molto comune, se le statistiche dicono che una gravidanza su cinque termina così, entro il primo trimestre, senza che ci sia una vera motivazione. O meglio, che in tanti casi capita senza un motivo patologico che per qualche errore di natura genetica non dipendente dai genitori, sanissimi, l’embrione possa non crescere come dovrebbe, per via di malformazioni fondamentalmente incompatibili con la vita. Che è una selezione naturale. Che può capitare…che non è colpa di nessuno. Quando ci sei tu dentro, le statistiche non contano affatto.
Passa un’altra settimana, passa Natale e ormai siamo vicini a Capodanno. Il mio corpo continua a cambiare e sembra impossibile che ci sia qualcosa che non stia andando per il verso giusto. Le “super tette” ci sono sempre. La pancia è stabilmente gonfia. Ma ora anziché cercare allo specchio i segni della gravidanza, cerco disperatamente di non sentire le avvisaglie di quella cosa che nemmeno riesco a pensare. Nemmeno riesco a dire. Provo a scriverla ora, in un rito catartico che spero aiuti me a superare la cosa e forse qualcuna che ci è passata, o ci passerà (tantissime donne a detta delle statistiche): aborto spontaneo.
Lui è sempre accanto a me. Cerca di tranquillizzarmi, anche se si vede che è teso. I suoi occhi non mentono. E io vorrei davvero consolarlo, ma non riesco, e come potrei? Non riesco a preoccuparmi della sua sofferenza quando sto soffrendo anche io. Cerchiamo di stare tranquilli, di pensare ad altro, ma questa cosa è…enorme. Totalizzante. Non riesco a essere la solita me. Non riesco a essere spensierata. Mi dispiace, ma non ci riesco proprio.
Vado a fare l’ecografia senza aspettarmi niente. E infatti, il calvario continua. C’è stata un’ulteriore evoluzione, la camera gestazionale si è espansa e ora finalmente abbiamo visto l’embrione. La mia Lenticchietta, appena 2 mm. Vedere l’embrione sullo schermo mi riempie, ma il sollievo dura ben poco: l’embrione è così piccolo che il battito cardiaco c’è, ma non si vede chiaramente. Il suo rateo di crescita non è congruente con la datazione della gravidanza. È decisamente troppo piccolo per la settima settimana di gestazione presunta e non cresce come dovrebbe.
Possibile che siamo solo in ritardo? La gravidanza è spontanea e non è così scontato il momento in cui l’ovulo fecondato si è impiantato. Sono confusa ad essere sincera. Ci sono tante variabili, vero, ma la mia esperienza mi ha insegnato che tipicamente capitano le cose più semplici, anche se non ci piacciono. E la cosa più semplice non è che siamo in ritardo, ma che effettivamente ci sia qualcosa che non va, anche se la dottoressa non si sbilancia ancora. Dice solo che i segni prognostici non sono buoni, scuotendo la testa. Ma come da manuale, vengo rimandata alla settimana successiva per un ulteriore controllo. Un’altra settimana di attesa. Le mie ricerche su internet non sono affatto incoraggianti, anzi, non fanno che confermarmi quello che in cuor mio già so, ma che è troppo difficile da accettare.
Passa anche Capodanno. Pensieri su pensieri. Vorrei poter spegnere il cervello.
Siamo ormai ai primi del nuovo anno. Lo inauguriamo con una bella ecografia! Per fortuna questa volta può entrare anche Lui. Sono felice che sia con me.
Un bel respiro ed ecco che lo schermo si anima. L’immagine mi è ormai familiare. La macchia nera, la camera gestazionale dentro il mio utero. Quel cerchietto malefico, troppo grande per essere normale…e a lato la mia piccola Lenticchietta, cresciuta, ma non abbastanza. La dottoressa scruta le immagini e il suo viso si contrae in una smorfia. Lo sapevo. Senza particolare tatto, mi viene spiegato che l’embrione è bradicardico. In una parola, il suo cuore batte lento. Troppo lento. Fa fatica. Sento la voce della dottoressa lontana. Mi spiega che per la sua esperienza non c’è nulla da fare, se non aspettare che da solo quel piccolo cuore smetta di battere.
Preferirei che a smettere di battere fosse il mio cuore, e non il suo.
Ma non posso farci nulla. Non dipende assolutamente dalla mia volontà, purtroppo.
L’appuntamento viene rinnovato per la settimana successiva, come ormai da prassi. La dottoressa si aspetta di non vedere più nemmeno il battito tra una settimana.
Non riesco nemmeno a guardare Lui negli occhi senza scoppiare in lacrime.
Non riesco a non chiedermi perché sia successo a noi.
Cerco di mantenere un minimo di contegno, ma vorrei solo scomparire.
È lecito sperare in un miracolo? Non mi concedo il lusso di pensarlo.
Cerco di prepararmi al peggio, ma non so come. Come si fa a prepararsi a una perdita del genere? Il mio dolore è assoluto, condito dall’incertezza per quel che avverrà e dall’attesa snervante che ormai dura da settimane.
Serie: Un battito
- Episodio 1: Un nuovo inizio
- Episodio 2: Tanti dubbi
- Episodio 3: Un raggio di sole dopo la tempesta
Ciao Emma, ho letto d’un fiato i due episodi e mentre leggevo provavo insieme alla tua protagonista un grande vuoto, quello che si apre quando incroci gli occhi del medico proprio in quel momento lì e che poi non ti lascia mai nonostante la vita sia andata avanti. Non è facile, ma credo proprio che proseguirò nella lettura. Un abbraccio
Ciao Cristiana!Grazie per il tuo commento…sono contenta di essere riuscita a trasmettere esattamente il vuoto che prova la protagonista, a renderle giustizia!Un po’meno per l’emozione in sè, sicuramente non rasserenante. Grazie comunque di aver letto le prime due parti!
“Come si fa a prepararsi a una perdita del genere?”
Non si può
Eh già Carlo…concordo in pieno. Grazie del tuo commento!
Ho molto apprezzato il lessico tecnico
Grazie Kenji!Lieta di ciò! 🙂
Non oso dire nulla, la situazione me lo impedisce. Tieniti stretta al tuo compagno, il vostro amore è una forza immensa. Vorrei poterti dire di avere fede, ma la vita ci mette di fronte ostacoli immensi che a volte la sola volontà non può abbattere. Incrocio le dita perché la medicina possa esservi di aiuto, consultando altri specialisti. Mai arrendersi fino alla fine: qualunque cosa accada.
Grazie Micol! A volte siamo impotenti di fronte ai misteri della vita e chiedersi perché capitino certe cose non sempre è d’aiuto, anzi! Oltre allo stupore e la meraviglia, oggetto del primo racconto, spero di essere riuscita a rendere in questa parte centrale della trilogia anche i dubbi, le perplessità e purtroppo l’attesa snervante provata.
Cara….. quasi impossibile scrivere cose sensate, ora che so che questo racconto e’ autobiografico. Solo un pensiero: scrivendo quello che ti succede stai dimostrando la tua forza, che e’ tanta. Appoggiati, fortunatamente non sei sola, hai il tuo compagno e sono certa altre persone care, abbracciale, lascia che aumentino la tua forza con la forza dei loro sentimenti. Non sei sola, non siete soli. Ti abbraccio, a distanza.
Grazie Nyam! Forse non avrei dovuto dirlo che è autobiografico, però posso dire che scrivere mi ha aiutato tanto. E’ la prima volta che lo faccio. Spero che sia apprezzabile lo sforzo!