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Serie: Servizio in camera


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Piacevoli quanto inopportune sorprese si affacciano nella vita di tutti i giorni, sta a noi imparare a gestirle

Vedere quello sguardo smarrito mi riempie di crudele soddisfazione e mi ripaga di tutte le fatiche a cui queste donne mi costringono.

Non di solo pane vive l’uomo: io vivo per godere della paura e dell’eccitazione stampata in sguardi come il suo, e lusingarmi del fatto che sono io ad aumentare, liberare e scatenare un piacere sovrano. Tutto questo è fonte di energia per me, e sono insaziabile.

Morirai e resusciterai ogni istante… ti porterò oltre il tuo limite di sopportazione e non avrò pietà.

– Bando alle ciance, si fa sul serio – dico rivolgendomi a lei con sguardo concentrato ma disteso. 

Si impazzisce con stile, rido sotto i baffi che compongono la mia rada barbetta incolta.

– Oggi collaudiamo uno strumento nuovo – esordisco spuntando da dietro il letto – le scarpette di cappuccetto rosso – continuo, mostrando delle particolari calzature da donna, molto femminili, ma letali: trattengo a stento una risata arcigna per darmi un po’ di contegno, almeno fino a quando lei, non sarà completamente libera da se stessa, e alla mia completa mercé. 

Gli stolti pensano che una donna sia alla tua mercé quando sei riuscito a legarla: si è fidata di te concedendoti l’accesso al suo corpo, quando ha abbassato le sue difese, abbandonandosi a te in tutto e per tutto, rinunciando alla sua libertà. Ma non è affatto così. 

Una donna è alla tua mercé quando dopo tutto ciò che le hai fatto, ti implora di non smettere e prega per non essere liberata. 

Nel momento in cui tu hai raggiunto il culmine e vorresti solo buttarti dentro una vasca idromassaggio, loro ti implorano di continuare. 

È quello il momento in cui ti accorgi di averle conquistate: non sono loro le schiave, nonostante si offrano alle tue sevizie più crudeli e spietate, ma tu, che da quel momento sei irrimediabilmente condannato a soddisfare la loro brama di “coccole” e la tua, di crudeltà.

Dannato lavoro. 

Ma tu devi fuggire pazza, sconvolta dalla disperazione.

Devo riuscire a terrorizzarla, senza bruciarmi il nome. 

Anche perché, non posso improvvisarmi borseggiatore o pusher: farei più giorni tra ospedale e galera che sulla strada o in metrò. 

Sono vecchio per quelle cose. 

Devo tenermi stretto il mio lavoro, ma anche snellire la clientela: il mio scopo è mettere in fuga questa adorabile cliente, e impedire ad altre sconosciute di contattarmi.

Fisso i sandali ai suoi piedi, tenuti fermi dalle cavigliere in cuoio.

Rabbrividisce al contatto della pelle col ferro, soprattutto quando le stringo le dita con i morsetti. 

– Et voilà. Perfettamente immobili – mi compiaccio del mio nuovo acquisto.

Solo per averli voluti laccati in oro mi sono costati trecento euro in più. 

Ma l’importante è che svolgano egregiamente il loro sadico lavoro: tenere i piedi a martello con la pianta tesa e completamente esposta e le dita leggermente piegate all’indietro, come volessero guardare la padroncina. 

Do una veloce grattata a quelle delicate piante per saggiare l’efficacia della costrizione.

Un improvviso sussulto, accompagnato ad un rumoroso borboglio, mi danno un feedback inequivocabile. 

Non male. 

Chissà quali maledizioni mi ha lanciato. 

Rido di sottecchi, mentre rifletto sul mio rientro: devo ricordarmi di passare in orfanotrofio per lasciare la decima, la mia safety card verso qualsiasi macumba. 

Grazie alle risate delle mie clienti, molti angioletti sfortunati avranno di che sfamarsi e potranno ricevere un’istruzione adeguata. Amo il mio lavoro anche per questo. 

Armeggio un po’ con la nuova attrezzatura aggiungendo dei dettagli utilissimi al nostro scopo: è uno strumento nuovo e quindi impiego qualche minuto in più. 

Maledizione, montati.

Crisalide attende paziente. Ha ripreso una respirazione lenta e rilassata. 

La cosa mi indispone leggermente: prendo la rotella di Wartenberg e la faccio scorrere sul suo tallone per far vibrare il suo sistema nervoso. Cerca di resistere, ma cede dopo un goffo tentativo. Comincia a vibrare, come una corda di violino sollecitata dall’arco, sprigionando però dei suoni soffocati dalla ballgag ficcata in bocca. 

– Dovremo lavorarci parecchio – faccio io con un moto di stizza – Odio gli strumenti non accordati. 

Riprendo ad armeggiare sui sandali; ho appena sistemato una placca in ferro parallela alle sue piante, all’altezza di quel fastidiosissimo callo. Al fine di eliminarlo, inserisco una vite perpendicolare alla placca che va a baciare il callo, imprimendo una certa pressione sulla pelle affinché cominci il suo lento lavoro di disgregazione. 

I suoi mugugni non si fanno attendere, e dalla pressione esercitata sulle corde che la tengono fissata al letto, capisco che si sta impegnando parecchio per cercare di fuggire. Dettagli irrilevanti. 

Ma dimmi tu se una signora si può presentare ad un incontro galante con piedi simili. 

Scherzi a parte, sono cose inammissibili. 

Ha scombussolato i miei programmi e non si è manco premurata di venire in ordine. 

Sarà punita severamente. 

Ma intanto provvediamo a questo scempio. 

– Prima di cominciare il trattamento vero e proprio, sono costretto a farti la pedicure: ti costerà altri cinquecento euro di extra – le dico senza aspettarmi una risposta vera e propria: il suo ridicolo bofonchiare mi fa capire che non è proprio d’accordo, ma credo non mi sarà difficile persuaderla. 

Mi alzo nuovamente in piedi per vedere il risultato della messa in opera preliminare. 

La prima vite, premuta sulla piante del piede sinistro, lavora instancabilmente dandole un certo fastidio: lo deduco da come il suo corpo si contorce. 

Passo al piede destro, che seppure non abbia calli in evidenza, decido per par condicio di trattare alla stessa maniera; due viti premono sulle piante di quei piedi, andando a sollecitare un sistema nervoso già sensibilizzato da tutta la situazione in sé. 

Crisalide si agita in maniera scomposta e mi accorgo che devo implementare le imbragature. 

Stringo le sue cosce appena sopra le ginocchia con delle corde che fisso alla branda del letto. Anelli ogni trenta centimetri utilissimi allo scopo; mi sorge spontanea una domanda: l’hanno progettata per gente come noi questa branda? 

– Siamo fortunatissimi, cara Crisalide – dico a voce alta affinché la mia affascinante cliente mi senta. – Abbiamo dei letti su misura per le nostre esigenze. 

La donna finge di non ascoltare continuando a blaterare qualcosa di incomprensibile; la cosa mi indispone parecchio. Vorrà dire che passerò subito al piano “b”. 

Guardo l’elegante orologio a muro che indica le 21 17′ e penso che non sia ancora il momento.

Ma chi se ne frega: deve impazzire. 

Prendo dallo zaino un simpatico alternatore e con dei fili muniti di morsetti lo collego alle viti che premono sulla pianta dei piedi della donna. 

Prima di dare corrente, mi avvicino al suo volto e le applico una benda in modo da lasciarla completamente al buio. Deve assaporare ogni istante di questa sublime sofferenza: si pentirà di avermi strappato ai miei impegni. Proverà un fremito ogni qualvolta sentirà il mio nome. Premo il pulsante dell’alternatore e tutto cambia: il tempo rallenta così come i suoi movimenti, dandomi la possibilità di seguirli e di perdermi in essi; lo spazio si piega su sé stesso annullando la distanza tra noi; la sfioro, è completamente in mio potere, fantastico. 

Piccole, intense, cadenzate punture molestano ininterrottamente quei piedi immobilizzati e privi di qualsiasi difesa. 

Se non l’avessi saldamente fissata al letto a quest’ora sarebbe schizzata sul soffitto. 

Mi diverte osservare come cerchi di dimenarsi, provando a fare forza con le braccia per liberarsi. Le corde sono tese dalla forza che lei impiega, nel tentativo di sottrarsi a questa tortura. 

Un urlo strozzato fa emergere la sofferenza e il disagio che prova mentre un distorto sorriso, si dipinge sulla parte di volto non occultato dalla benda e dalla maschera. 

Nonostante non possa apprezzarne tutti i dettagli, la trovo bellissima. 

La osservo cercare di sfuggire, lottare inutilmente contro le imbragature che la tengono inchiodata al letto senza potersi difendere. 

Uno spettacolo sublime: nulla di minimamente paragonabile a quella partitella con gli amici a cui ho dovuto rinunciare. 

Mi siedo sulla poltrona di fianco al tavolino, mi concedo un bicchier d’acqua. 

– Che diamine… – ingoio l’acqua d’un fiato – per fortuna c’è la tecnologia – osservando quegli elettrodi lavorare.

Serie: Servizio in camera


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Discussioni

  1. “Una donna è alla tua mercé quando dopo tutto ciò che le hai fatto, ti implora di non smettere e prega per non essere liberata. “
    Questo passaggio mi è piaciuto.
    In questo contesto specifico, è una descrizione perfetta.